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venerdì 27 febbraio 2015

Avviso da Torino

S. Messa cantata in forma straordinaria (messale latino/gregoriano del 1962 di S. Giovanni XXIII) 

Domenica 1° marzo 2015, ore 17:00 II

 Domenica di Quaresima “Reminiscere”

 SANTUARIO DI S. GIUSEPPE, VIA S. TERESA 22, TORINO


 XZX

I più pericolosi nemici della Chiesa

Fanno le meraviglie costoro [i modernisti n.d.r.] perché Noi li annoveriamo fra i nemici della Chiesa; ma non potrà stupirsene chiunque, poste da parte le intenzioni di cui Dio solo è giudice, si faccia ad esaminare le loro dottrine e la loro maniera di parlare e di operare. Per verità non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici della Chiesa i più dannosi. Imperocché, come già abbiam detto, i lor consigli di distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; ond'è che il pericolo si appiatta quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei, con rovina tanto più certa, quanto essi la conoscono più addentro. Di più, non pongono già la scure ai rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cioè alla fede ed alle fibre di lei più profonde. Intaccata poi questa radice della immortalità, continuano a far correre il veleno per tutto l'albero in guisa, che niuna parte risparmiano della cattolica verità, niuna che non cerchino di contaminare. Inoltre, nell'adoperare le loro mille arti per nuocere, niuno li supera di accortezza e di astuzia: giacché la fanno promiscuamente da razionalisti e da cattolici, e ciò con sì fina simulazione da trarre agevolmente in inganno ogni incauto; e poiché sono temerari quanto altri mai, non vi è conseguenza da cui rifuggano e che non ispaccino con animo franco ed imperterrito. Si aggiunga di più, e ciò è acconcissimo a confonder le menti, il menar che essi fanno una vita operosissima, un'assidua e forte applicazione ad ogni fatta di studi, e, il più sovente, la fama di una condotta austera. [...] Fa dunque mestieri di uscir da un silenzio, che ormai sarebbe colpa, per far conoscere alla Chiesa tutta chi sieno infatti costoro che così mal si camuffano.

[Brano tratto dall'Enciclica "Pascendi Dominici gregis" di San Pio X]

giovedì 26 febbraio 2015

Vera nozione della perfezione della vita cristiana

Di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932)



Stato della questione. Per ben risolvere questo problema, cominciamo con determinar lo stato della questione:

1° Nell'ordine naturale un essere è perfetto (perfectum) quando è finito e compito, e quindi quando consegue il suo fine: "Unumquodque dicitur esse perfectum in quantum attingit proprium finem, qui est ultima rei perfectio" 306-2. Questa è la perfezione assoluta; ve n'è però un'altra, relativa e progressiva, che consiste nell'avvicinarsi a questo fine, sviluppando tutte le proprie facoltà e praticando tutti i propri doveri secondo le prescrizioni della legge naturale manifestata dalla retta regione.

2° Il fine dell'uomo, anche nell'ordine naturale, è Dio. 1) Creati da Lui, siamo necessariamente creati per Lui, poichè è chiaro che non può Dio trovare un fine più perfetto di Sè, essendo la pienezza dell'Essere; e d'altra parte creare per un fine imperfetto sarebbe indegno di Lui. 2) Di più, essendo Dio la perfezione infinita e quindi la fonte di ogni perfezione, l'uomo è tanto più perfetto quanto più s'avvicina a Lui e ne partecipa le divine perfezioni; ecco perchè il cuore umano non trova nelle creature nulla che possa soddisfarne le legittime aspirazioni: "Ultimus hominis finis est bonum increatum, scilicet Deus, qui solus sua infinita bonitate potest voluntatem hominis perfecte implere". A Dio quindi convien rivolgere tutte le nostre azioni; conoscerlo, amarlo, servirlo, e così glorificarlo, tal è il fine della vita e la fonte d'ogni perfezione.

3° Il che è anche più vero nell'ordine soprannaturale. Gratuitamente elevati da Dio ad uno stato che supera le nostre esigenze e le nostre possibilità, chiamati a contemplarlo un giorno con la visione beatifica e possedendolo già con la grazia, dotati di un intiero organismo soprannaturale per unirci a Lui con la pratica delle virtù cristiane, è chiaro che non possiamo perfezionarci se non avvicinandoci continuamente a Lui. E non potendo far questo senza unirci a Gesù, che è la via necessaria per andare al Padre, la nostra perfezione consisterà nel vivere per Dio in unione con Gesù Cristo: "Vivere summe Deo in Christo Jesu". Il che facciamo praticando le virtù cristiane, teologali e morali, che tutte hanno per fine di unirci in modo più o meno diretto a Dio, facendoci imitare N. S. Gesù Cristo. 

4° Sorge quindi la questione di sapere se, tra queste virtù, non ve ne sia una che compendi e contenga tutte le altre, e costituisca, a così dire, l'essenza della perfezione. S. Tommaso, sintetizzando la dottrina della S. Scrittura e dei Padri, risponde affermativamente e c'insegna che la perfezione consiste essenzialmente nell'amor di Dio e del prossimo amato per Dio: "Per se quidem et essentialiter consistit perfectio christianæ vitæ in caritate, principaliter quidem secundum dilectionem Dei, secundario autem secundum dilectionem proximi". Ma, poichè nella vita presente l'amor di Dio non può praticarsi senza rinunziare all'amore disordinato di se stessi, ossia alla triplice concupiscenza, in pratica all'amore bisogna aggiungere il sacrificio. Questo verremo esponendo col dimostrare:

1) come l'amor di Dio e del prossimo costituisca l'essenza della perfezione;
2) perchè quest'amore debba giungere fino al sacrifizio;
3) in che modo si debbano conciliare questi due elementi;
4) come la perfezione abbracci insieme precetti e consigli;
5) quali ne siano i gradi e fin dove possa arrivare sulla terra.


L'essenza della perfezione consiste nella carità.

Spieghiamo anzitutto il senso della tesi. L'amore di Dio e del prossimo, di cui trattiamo, è soprannaturale nel suo oggetto come nel suo motivo e nel suo principio. Il Dio che noi amiamo è il Dio manifestatoci dalla rivelazione, il Dio della Trinità; e l'amiamo perchè la fede ce lo mostra infinitamente buono e infinitamente amabile; l'amiamo con la volontà perfezionata dalla virtù della carità e aiutata dalla grazia attuale. Non è dunque un amore di sensibilità; è vero che, essendo l'uomo composto d'anima e di corpo, spesso si mescola ai nostri più nobili affetti un elemento sensibile; ma un tal sentimento manca talora intieramente, e in ogni caso è del tutto accessorio. L'essenza stessa dell'amore è la dedizione, è la volontà ferma di darsi e, occorrendo, d'immolarsi intieramente per Dio e per la sua gloria, di preferire il suo beneplacito al nostro e a quello delle creature.

Conviene dire altrettanto, salve le proporzioni, dell'amor del prossimo. In lui amiamo Dio, un'immagine, un riflesso delle sue divine perfezioni; il motivo quindi che ce lo fa amare è la bontà divina in quanto è manifestata, espressa, irradiata nel prossimo; o, in parole più intelligibili, noi vediamo e amiamo nei nostri fratelli un'anima abitata dallo Spirito Santo, ornata della grazia divina, riscattata dal sangue di Gesù Cristo; e amandola, ne vogliamo il bene soprannaturale, lo spirituale perfezionamento, la salute eterna.

Non vi sono quindi due virtù di carità, l'una verso Dio e l'altra verso il prossimo; ve n'è una sola che abbraccia insieme Dio amato per se stesso e il prossimo amato per Dio.

Con queste nozioni ci sarà facile intendere come la perfezione consiste proprio nella virtù della carità.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928]

mercoledì 25 febbraio 2015

Sodalizio del pio transito

Pubblico un'interessante lettera di una lettrice del blog.


Gent.mo Cordialiter, Le scrivo innanzitutto per congratularmi del Suo preziosissimo blog, perché gli interventi ivi contenuti sono per me un arricchimento spirituale e dottrinale molto importante e purtroppo assai raro di questi tempi. In particolare, l'altro giorno (lunedì 16 febbraio, n.d,r.) leggendo l'articolo in prima pagina, mi sono letteralmente commossa da quanto ho letto: mi riferisco al Sodalizio del Pio transito. Deve sapere che, proprio negli ultimi due mesi, ho nel cuore il grande desiderio di pregare accanto alle persone sofferenti e morenti. E stavo cercando,con l'aiuto della preghiera, il modo di concretizzare questa chiamata. Per questo, leggere l'articolo pubblicato lunedì mi ha letteralmente impressionato: è proprio quello che stavo cercando! Il mio interesse nasce dall'esperienza personale: io e la mia famiglia ci prendiamo cura, da molti anni, di una nonna molto malata, che vive a casa con noi. In questi anni, a motivo della grave malattia della nonna, ho avuto modo di stare quotidianamente a contatto con la sofferenza, con la malattia di un caro che mese dopo mese peggiora. Ho perso il conto dei ricoveri urgenti e dei giorni e delle notti trascorsi negli ospedali ad assisterla. Ecco, grazie all'esperienza con la nonna, seppure sicuramente molto forte e dolorosa (non solo per lei, ma anche per un familiare), io non so quantificare quanto io sia debitrice alla mia nonna, quanto lei riesca ad insegnarmi attraverso la sua agonia e quanto, quando sono accanto a lei, io mi senta vicina a Dio. Con la nonna cerco di recitare quotidianamente il Santo Rosario, sia a casa che durante i ricoveri ospedalieri. Ebbene, durante l'ultimo, a fine novembre dello scorso anno, nel letto d'ospedale accanto alla nonna c'era una signora anziana, con la sua badante. I familiari della signora non venivano mai, tranne l'ultimo giorno, quando i dottori li hanno chiamati per riferirgli che la paziente stava per morire. In pratica, è arrivato solo un suo nipote e in 5 minuti se n'è andato. Inoltre, nella stanza d'ospedale, nonostante ci fosse una persona che stava per rendere l'anima a Dio, i familiari di un altro degente ed il personale ospedaliero erano totalmente indifferenti alla cosa e, come se niente fosse, parlavano di sciocchezze varie. Ma in che mondo viviamo? Sapesse quanta indifferenza c'è negli ospedali riguardo la morte. Io, che ero accanto alla mia nonna, chiesi alla badante della signora se volesse pregare insieme a me per la moribonda e, insieme, abbiamo recitato la Coroncina della Divina Misericordia e parte del Santo Rosario. Avevo nella borsa alcune immagini sante, tra le quali una raffigurante Gesù Misericordioso e l'altra la Madonna di Lourdes e gliele ho donate. Che dire, è stata un'esperienza stupenda per me, di un'intensità unica: avevo il timore che pregare accanto ad una persona morente fosse difficile, ma non so dirle quanto mi sentissi forte e serena mentre recitavo le preghiere per quell'anima vicina al grande Incontro. Da qui (e siamo agli inizi di dicembre) ho pregato molto il Signore (sono molto devota a Gesù Eucarestia ed è per me un bisogno quotidiano inginocchiarmi in preghiera davanti al Tabernacolo) affinchè mi illuminasse su come concretizzare questo grande desiderio: mi sono informata su come potessi fare,ma il cappellano dell'ospedale, al quale mi sono rivolta, ha saputo solo dirmi di iscrivermi all'AVO (associazione laica di volontari ospedalieri: in pratica coloro che imboccano i ricoverati nella consumazione dei pasti principali). Ma non è quello che cerco. Pertanto,leggendo la bozza dello statuto del Pio Sodalizio pubblicata sul sito, dato che riporta esattamente quello verso cui mi sento chiamata, mi sono molto emozionata e Le ho scritto, sperando di ricevere una risposta al mio vero e concreto interesse riguardo la meravigliosa iniziativa. Mi creda, c'è molto bisogno di portare il conforto della preghiera negli ospedali e nelle case di cura, dove, paradossalmente, è assente. In Domino.

(Lettera firmata)


Cara sorella in Cristo, dammi pure del tu, lo preferisco.

Mi è piaciuta molto la tua e-mail, sono davvero contento che tra i lettori del blog ci sono molte persone spirituali attratte dalla vita devota e dall'apostolato per riuscire ad espandere il Corpo Mistico di Cristo. Il nostro amore per la Tradizione Cattolica non può ridursi solo a questioni liturgiche e dogmatiche, ma deve tradursi in un concreto impegno per la propria personale santificazione e per la salvezzza delle anime. Chi ama davvero Dio desidera che Egli sia amato da tutti.

Ti chiedo se posso dare il tuo indirizzo di posta elettronica al sacerdote che desidera dar vita al Sodalizio per le anime dei moribondi.

Ti saluto cordialmente nei cuori di Cristo Re e Maria Regina,

Cordialiter

martedì 24 febbraio 2015

La carità sulla terra suppone il sacrificio

In paradiso ameremo senza bisogno di immolarci, ma sulla terra la cosa corre altrimenti. Nello stato attuale di natura decaduta ci è impossibile di amare Dio con amore vero ed effettivo senza sacrificarci per Lui.

[...] Noi non possiamo amar Dio senza combattere e mortificare queste tendenze; è lotta che comincia col primo svegliarsi della ragione e termina solo con l'ultimo respiro. Vi sono, è vero, momenti di sosta, in cui la lotta è meno viva; ma anche allora non possiamo disarmare senza esporci ai contrattacchi del nemico. È un fatto provato dalla testimonianza della Sacra Scrittura.

1° La Sacra Scrittura ci dichiara apertamente la necessità assoluta del sacrificio o dell'abnegazione per amar Dio e il prossimo.

A) A tutti i suoi discepoli rivolge Nostro Signore questo invito: "Chi vuol seguir me, rinneghi sè stesso, prenda la sua croce e mi segua: "Si quis vult post me venire, abnegat semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me". Per seguire Gesù ed amarlo, è condizione essenziale il rinunziare a sè stesso, cioè alle cattive tendenze della natura, all'egoismo, all'orgoglio, all'ambizione, alla sensualità, alla lussuria, all'amore disordinato delle comodità e delle ricchezze; è il portare la propria croce, accettare i patimenti, le privazioni, le umiliazioni, i rovesci di fortuna, le fatiche, le malattie, in una parola tutte quelle croci provvidenziali che Dio ci manda per provarci, per rassodarci nella virtù e facilitarci l'espiazione delle colpe. Allora, e allora soltanto, si può essere suoi discepoli e camminare per le vie dell'amore e della perfezione.

Gesù conferma questa lezione col suo esempio. Egli che era venuto dal cielo espressamente per mostrarci il cammino della perfezione, non tenne altra via che quella della croce: Tota vita Christi crux fuit et martyrium. Dal presepio al Calvario è una lunga serie di privazioni, d'umiliazioni, di pene, di fatiche apostoliche, coronate dalle angoscie e dalle torture della dolorosa sua passione. È il commento più eloquente del "Si quis vult venire post me"; se ci fosse stata altra via più sicura, ei ce l'avrebbe mostrata, ma sapendo che non c'era, tenne quella per trarci a seguirlo: "Quando sarò elevato da terra, attirerò a me tutti gli uomini: "Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad me ipsum". Così l'intesero gli Apostoli che ci ripetono, con S. Pietro, che se Cristo patì per noi, lo fece per trarci alla sua sequela: "Christus passus est pro nobis, vobis relinquens exemplum ut sequamini vestigia ejus".

B) Tal è pur l'insegnamento di S. Paolo: per lui la perfezione cristiana consiste nello spogliarsi dell'uomo vecchio e rivestirsi del nuovo, "exspoliantes vos veterem hominem cum actibus suis et induentes novum". Or l'uomo vecchio è il complesso delle cattive tendenze ereditate da Adamo, è la triplice concupiscenza che bisogna combattere e infrenare con la pratica della mortificazione. Dice quindi nettamente che coloro che vogliono essere discepoli di Cristo devono crocifiggere i loro vizi e i loro cattivi desideri: "Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis". È condizione essenziale, tanto ch'egli stesso si sente obbligato a castigare il suo corpo e a reprimere la concupiscenza per non rischiare di essere riprovato: "Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte, cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiar".

C) S. Giovanni, l'apostolo dell'amore, non è meno chiaro e netto: insegna che, per amar Dio, bisogna osservare i comandamenti e combattere la triplice concupiscenza che regna da padrona nel mondo; e aggiunge che se si ama il mondo e ciò che è nel mondo, cioè la triplice concupiscenza, non si può possedere l'amor di Dio: "Si quis diligit mundum, non est caritas Patris in eo". Ora per odiare il mondo e le sue seduzioni, è chiaro che bisogna praticare lo spirito di sacrificio, privandosi dei piaceri cattivi e pericolosi.

2° Ed è del resto necessaria conseguenza dello stato di natura decaduta [...], e della triplice concupiscenza che dobbiamo combattere [...]. È impossibile infatti amar Dio e il prossimo senza sacrificar generosamente ciò che si oppone a questo amore. Ora, come abbiamo dimostrato, la triplice concupiscenza s'oppone all'amor di Dio e del prossimo; bisogna quindi combatterla senza tregua e pietà, se vogliamo progredire nella carità.

Rechiamo qualche esempio. I nostri sensi esterni corrono avidamente verso tutto ciò che li solletica e mettono in pericolo la fragile nostra virtù. Che fare per resistervi? Ce lo dice Nostro Signore coll'energico suo linguaggio: "Se il tuo occhio destro è per te occasione di caduta, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te che perisca uno dei tuoi membri, anzichè tutto il tuo corpo venga gettato nell'inferno". Il che significa che bisogna saper staccare con la mortificazione gli occhi, le orecchie, tutti i sensi da ciò che è occasione di peccato; altrimenti non c'è nè salvezza nè perfezione.

Lo stesso si dica dei nostri sensi interni, specialmente della fantasia e della memoria; chi non sa a quali pericoli ci esponiamo se non ne reprimiamo sul nascere i traviamenti?

Le stesse nostre facoltà superiori, l'intelligenza e la volontà, sono soggette a molte deviazioni, alla curiosità, all'indipendenza, all'orgoglio; quanti sforzi non sono necessari, quante lotte sempre rinascenti per tenerle sotto il giogo della fede e dell'umile sottomissione alla volontà di Dio e dei suoi rappresentanti!

Dobbiamo dunque confessare che, se vogliamo amar Dio ed il prossimo per Dio, bisogna saper mortificare l'egoismo, la sensualità, l'orgoglio, l'amore disordinato delle richezze, onde il sacrifizio diventa necessario come condizione essenziale dell'amor di Dio sulla terra.

È questo in sostanza il pensiero di S. Agostino quando dice: "Due amori hanno fatto due città: l'amor di sè spinto fino al disprezzo di Dio ha fatto la città terrestre; l'amor di Dio spinto fino al disprezzo di sè ha fatto la città celeste". Non si può, in altre parole, amar veramente Dio che disprezzando se stesso, cioè disprezzando e combattendo le cattive tendenze. In quanto a ciò che vi è di buono in noi, bisogna esserne grati al primo suo autore e coltivarlo con sforzi incessanti.

La conclusione che logicamente ne viene è che, se per essere perfetti bisogna moltiplicare gli atti d'amore, non è meno necessario moltiplicare gli atti di sacrificio, poichè sulla terra non si può amare che immolandosi. Del resto si può dire che tutte le nostre opere buone sono insieme atti d'amore e atti di sacrificio: atti di sacrificio in quanto ci distaccano dalle creature e da noi stessi, atti di amore in quanto ci uniscono a Dio. Resta quindi da vedere in che modo si possano conciliare insieme questi due elementi.



(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)

lunedì 23 febbraio 2015

Attenti ai siti web "pseudo-tradizionalisti"

Ci sono tanti siti internet che si proclamano fedeli alla Tradizione Cattolica, ma quanti sono quelli davvero buoni? Il Vangelo ci insegna a valutare le cose in base ai frutti: un albero è buono se dà frutti buoni; è cattivo se dà frutti cattivi. Pertanto, se la lettura di un sito internet che tratta temi religiosi vi conforta e vi incoraggia a continuare senza tregua il combattimento spirituale, vi stimola ad amare Dio e il Corpo Mistico di Cristo, a praticare le virtù cristiane, ad avere una visione soprannaturale della vita, a sperare in Dio anche nei periodi di persecuzione, insomma se la lettura di un sito vi edifica l'anima, allora significa che è buono e potete continuare a frequentarlo.

Se invece la lettura di un sito internet “religioso” vi fa sentire sconfortati e demoralizzati, vi fa venire in mente dei dubbi sulla Fede (ad esempio sulla promessa di Cristo al riguardo della perenne vittoria della Chiesa sulle forze infernali), vi fa passare la voglia di pregare, vi fa venire la voglia di abbandonare la Chiesa Cattolica per aderire a qualche setta scismatica apparentemente tradizionalista, oppure vi fa venir voglia di mollare la Fede, di non interessarvi più alla Religione e di tuffarvi nel materialismo edonista che dilaga nella società, e cose di questo genere, allora significa che quel sito è cattivo, visto che i suoi frutti sono pessimi. Dio è incapace di fare o desiderare qualcosa di male, pertanto gli alberi che danno cattivi frutti spirituali, certamente non agiscono secondo la volontà del Signore.

Ci sono anche dei siti che sono sempre pronti a vedere deviazioni moderniste (e quindi peccaminose) nelle dichiarazioni teologiche che fanno altre persone, poi però usano liberamente un linguaggio spudorato e osceno che non dovrebbe essere usato né dai seguaci di Cristo né da nessun altro. Non ha senso fare i “guardiani” della Teologia Dogmatica se poi non si osserva ciò che i buoni manuali di Teologia Morale hanno sempre insegnato al riguardo delle parole turpi: “Si verba obscoena sint nimis lasciva […] sunt peccata mortalia” (cfr. Don Giuseppe Frassinetti, “Compendio della Teologia Morale”, editrice SEI).

Sconsiglio vivamente di frequentare siti web che pur simpatizzando per la Messa tradizionale, tuttavia non danno frutti buoni. Una persona mi ha detto che diversi suoi amici legati alla Messa tridentina hanno abbandonato la religione Cattolica. Ciò non mi stupisce, perché se si frequentano certi siti o certi gruppi, è ovvio che prima o poi si rischia di perdere la Fede e di abbandonare la Chiesa. Il demonio cerca di far cadere le anime dal lato per cui pendono: se un battezzato ha tendenze progressiste, il diavolo cercherà di farlo precipitare nel più sfrenato modernismo dogmatico e morale, mentre se ha delle tendenze tradizionali cercherà di trascinarlo allo scisma oppure allo sconforto e alla disperazione per poi indurlo ad abbandonare la pratica religiosa.

Io non ho fatto nomi di altri blog o di altri siti web, sia perché non ho nulla di personale contro nessuno, sia perché non voglio scatenare polemiche con qualcuno. Tra i blogger che simpatizzano per la liturgia tradizionale, spero che nessuno si senta offeso da questo mio post. Del resto, chi si sentisse “offeso” dimostrerebbe di avere la coda di paglia.

Dobbiamo continuare la lotta contro la piaga del modernismo, ma dobbiamo farlo con saggezza, evitando qualsiasi deriva estremista, la quale ci porterebbe lontano da Dio, fine ultimo della nostra esistenza.

domenica 22 febbraio 2015

Le condizioni principali che contribuiscono all'aumento dei meriti

Quattro sono le condizioni principali che contribuiscono all'aumento dei meriti:

- il grado di grazia abituale o di carità;
- l'unione con Nostro Signore;
- la purità d'intenzione;
- il fervore.

a) Il grado di grazia santificante. Per meritare in senso proprio, bisogna essere in stato di grazia: quindi quanta più grazia abituale possediamo, tanto più, a parità di condizioni, siamo atti a meritare. È vero che alcuni teologi lo negarono sotto pretesto che questa quantità di grazia non influisce sempre sui nostri atti per renderli migliori, e che anche certe anime sante operano talora con negligenza e imperfezione. Ma la dottrina comune è quella che sosteniamo.

1) Infatti il valore d'un atto, anche presso gli uomini, dipende in gran parte dalla dignità della persona che opera e dal credito che gode presso colui che deve ricompensarlo. Ora ciò che fa la dignità d'un cristiano e gli dà credito sul cuore di Dio è il grado di grazia o di vita divina a cui è elevato; è questa la ragione per cui i Santi del cielo o della terra hanno un potere d'intercessione così grande. Se quindi possediamo un grado di grazia più alto, ne viene che agli occhi di Dio valiamo più di quelli che ne hanno meno, che maggiormente gli piacciamo, e che per questo capo le nostre azioni sono più nobili, più accette a Dio e quindi più meritorie.

2) Ma poi ordinariamente e normalmente questo grado di grazia avrà un felice influsso sulla perfezione dei nostri atti. Vivendo di vita soprannaturale più abbondante, amando Dio con amore più perfetto, siamo portati a far meglio le nostre azioni, a mettervi più carità, ad essere più generosi nei nostri sacrifizi; le quali disposizioni, come tutti ammettono, aumentano certamente i nostri meriti. Nè si dica che talora avviene il contrario; si ha in tal caso l'eccezione non la regola generale, e noi ne abbiamo tenuto conto aggiungendo: a parità di condizioni.

Quanto consolante è questa dottrina! Moltiplicando gli atti meritori, aumentiamo ogni giorno il nostro capitale di grazia; questo capitale a sua volta ci aiuta a mettere maggior amore nelle nostre opere, onde acquistano maggior valore per accrescere la nostra vita soprannaturale: Qui justus est, justificetur adhuc.

b) Il grado d'unione con Nostro Signore. È cosa evidente: la fonte del nostro merito è Gesù Cristo, autore della nostra santificazione, causa meritoria principale di tutti i beni soprannaturali, capo d'un corpo mistico di cui noi siamo le membra. Quanto più vicini siamo alla sorgente, tanto più riceviamo della sua pienezza; quanto più ci accostiamo all'autore di ogni santità, tanto maggior grazia riceviamo; quanto più siamo uniti al capo, tanto più riceviamo da lui moto e vita. E non è ciò che dice Nostro Signore stesso in quel bel paragone della vite? "Io sono la vite, voi i tralci... chi rimane in me ed io in lui, questi porta gran frutto: Ego sum vitis vera, vos palmites... qui manet in me, et ego in eo, hic fert fructum multum". Uniti a Gesù come i tralci al ceppo, noi riceviamo tanto maggior linfa divina quanto più abitualmente, più attualmente, più strettamente siamo uniti al ceppo divino. Ecco perchè le anime fervorose o che tali vogliono divenire, cercarono sempre un'unione ognor più intima con Nostro Signore; ecco perchè la Chiesa stessa ci chiede di fare le nostre azioni per Lui, con Lui, in Lui: per Lui, per Ipsum, perchè "nessuno va al Padre senza passar per Lui, nemo venit ad Patrem nisi per me"; con Lui, cum Ipso, operando con Lui, perchè si degna di essere il nostro collaboratore; in Lui, in Ipso, vale a dire nella sua virtù, nella sua forza, e soprattutto nelle sue intenzioni, non avendone altre che le sue.

Gesù allora vive in noi, ispira i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre azioni, tanto da poter dire con S. Paolo: "Io vivo, non più io, ma vive in me Gesù: Vivo autem, jam non ego, vivit vero in me Christus. È chiaro che opere fatte sotto l'influsso e l'azione vivificante di Cristo, con l'onnipotente sua collaborazione, hanno un valore incomparabilmente più grande che se fossero fatte da noi soli. Quindi in pratica bisogna unirsi spesso, massime al principio delle nostre azioni, a N. S. Gesù Cristo e alle sue così perfette intenzioni, con la piena coscienza della nostra incapacità a far nulla di bene da noi stessi e con l'incrollabile fiducia ch'Egli può rimediare alla nostra debolezza.

c) La purità d'intenzione o la perfezione del motivo che ci fa operare. Molti teologi dicono che perchè le nostre azioni siano meritorie basta che siano ispirate da un motivo soprannaturale di timore, di speranza o d'amore. S. Tommaso vuole certamente che siano fatte sotto l'influsso almeno virtuale della carità, ossia in virtù d'un atto d'amor di Dio posto precedentemente e il cui influsso persevera. Ma aggiunge che questa condizione si avvera in tutti coloro che sono in stato di grazia e compiono un atto lecito: "Habentibus caritatem omnis actus est meritorius vel demeritorius". Ogni atto buono infatti si riconduce ad una virtù; ora ogni virtù converge alla carità, essendo essa la regina che comanda a tutte le virtù, come la volontà è la regina di tutte le facoltà. La carità, sempre attiva, ordina a Dio tutti i nostri atti buoni e vivifica tutte le virtù dando loro la forma.

Tuttavia, se vogliamo che i nostri atti diventino meritori quanto più è possibile, occorre una purità d'intenzione molto più perfetta e attuale. L'intenzione è la cosa principale nei nostri atti, è l'occhio che li illumina e li dirige al debito fine, è l'anima che li ispira e dà loro valore agli occhi di Dio: "Si oculus tuus fuerit simplex, totum corpus lucidum erit". Ora tre elementi danno alle nostre intenzioni un valore speciale.

1) Essendo la carità la regina e la forma delle virtù, ogni atto ispirato dall'amor di Dio e del prossimo avrà assai maggior merito di quelli ispirati dal timore o dalla speranza. Conviene quindi che tutte le nostre azioni siano fatte per amore: così diventano, anche le più comuni (come il pasto e la ricreazione), atti di carità, e partecipano al valore di questa virtù, senza perdere il proprio; mangiare per rifarsi le forze è motivo onesto e in un cristiano anche meritorio; ma rifarsi le forze per meglio lavorare per Dio e per le anime, è motivo di carità assai superiore che nobilita quest'atto e gli conferisce un valore meritorio molto più grande.

2) Poichè gli atti di virtù informati dalla carità non perdono il proprio valore, ne viene che un atto fatto con più intenzioni insieme sarà più meritorio. Così un atto d'obbedienza ai superiori fatto per doppio motivo, per rispetto alla loro autorità e nello stesso tempo per amor di Dio considerato nella loro persona, avrà il doppio merito dell'obbedienza e della carità. Uno stesso atto può quindi avere un triplice, un quadruplice valore: detestando i miei peccati perchè hanno offeso Dio, io posso avere l'intenzione di praticare nello stesso tempo la penitenza, l'umiltà e l'amor di Dio; onde quest'atto è triplicemente meritorio. È quindi cosa utile proporsi più intenzioni soprannaturali; ma si eviti di dar negli eccessi col cercare troppo affannosamente intenzioni multiple, il che turba l'anima. Abbracciare quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla divina carità, è questo il mezzo di aumentare i propri meriti senza perdere la pace dell'anima.

La volontà dell'uomo essendo volubile, è necessario esprimere e rinnovar spesso le intenzioni soprannaturali; altrimenti potrebbe accadere che un atto cominciato per Dio continuasse sotto l'influsso della curiosità, della sensualità o dell'amor proprio, e perdesse così una parte del suo valore; dico una parte, perchè queste intenzioni sussidiarie non distruggendo intieramente la principale, l'atto non cessa d'essere soprannaturale e meritorio nel suo complesso. Quando una nave, salpando da Genova, fa rotta per New York, non basta dirigere la prora una volta per sempre verso questa città; ma poichè la marea, i venti e le correnti tendono a farla deviare, bisogna continuamente ricondurla, per mezzo del timone, verso la meta. Così è della nostra volontà; non basta ordinarla una volta, e neppure ogni giorno, a Dio; le umane passioni e le influenze esterne la faranno deviar presto dalla diritta via; bisogna spesso con atto esplicito ricondurla verso Dio e verso la carità. Così le nostre intenzioni restano costantemente soprannaturali, anzi perfette e assai meritorie, specialmente se vi aggiungiamo il fervore nell'operare.

d) L'intensità o il fervore con cui si opera. Si può infatti operare, anche facendo il bene, con negligenza, con poco sforzo, o invece con slancio, con tutta l'energia di cui si è capaci, utilizzando tutta la grazia attuale messa a nostra disposizione. È chiaro che il risultato in questi due casi sarà ben diverso. Se si opera con negligenza, non si acquistano che pochi meriti e talvolta anche uno si rende colpevole di qualche colpa veniale, -- la quale del resto non distrugge tutto il merito; -- se invece uno prega, lavora, si sacrifica con tutta l'anima, ognuna delle fatte azioni merita una quantità considerevole di grazia abituale. Senza entrare qui in ipotesi poco sicure, si può dire con certezza che, rendendo Dio il cento per uno di ciò che si fa per lui, un'anima fervorosa acquista ogni giorno un numero considerevolissimo di gradi di grazia, e diviene così in poco tempo molto perfetta, secondo l'osservazione della Sapienza: "Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriera; Consummatus in brevi, explevit tempora multa". Qual prezioso incoraggiamento al fervore, e come torna conto rinnovar spesso gli sforzi con energia e perseveranza!


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

sabato 21 febbraio 2015

La persecuzione della Chiesa è causata dai peccati dei fedeli

Di Papa Adriano VI.

Noi riconosciamo liberamente che Dio ha permesso questa persecuzione della Chiesa a causa dei peccati degli uomini e particolarmente dei sacerdoti e dei prelati. La mano di Dio, infatti, non si è ritirata, egli potrebbe salvarci, ma il peccato ci separa da Lui e gli impedisce di ascoltarci. Tutta la Sacra scrittura ci insegna che gli errori del popolo hanno la loro sorgente negli errori del clero …Sappiamo che, da molti anni, anche nella Santa Sede sono stati commessi molti abomini: traffico di cose sacre, trasgressione dei Comandamenti in tale misura che tutto si è trasformato in scandalo. Non ci si può meravigliare che la malattia sia scesa dalla testa alle membra, dai papi ai prelati. Noi tutti, prelati ed ecclesiastici ci siamo sviati dalla via della giustizia. Da molto tempo nessuno fa più il bene. Per questo tutti noi dobbiamo onorare Dio e umiliarci davanti a Lui. Ciascuno di noi deve esaminarsi e vedere in che cosa è caduto molto più severamente di quanto non lo sarà da Dio nel giorno della Sua ira. Noi ci consideriamo tanto più impegnati a farlo perché il mondo intero ha sete di riforma.

(Brano tratto dal discorso di Papa Adriano VI ai delegati della Dieta imperiale nel 1523)

venerdì 20 febbraio 2015

Il segreto della perfezione cristiana

Poichè l'essenza della perfezione consiste nell'amor di Dio, ne viene che l'accorciatoia per arrivarvi è d'amar molto, d'amare con generosità ed intensità, e principalmente di amare con amor puro e disinteressato. Ora noi amiamo Dio non solo quando recitiamo un atto di carità ma anche quando facciamo la sua volontà o quando compiamo un dovere sia pur minimo per piacergli. Ognuna quindi delle nostre azioni, per quanto volgare ella sia in se stessa, può essere trasformata in un atto di amore e farci avanzare verso la perfezione. Il progresso sarà tanto più reale e più rapido, quanto più intenso e più generoso sarà quest'amore e quindi quanto più il nostro sforzo sarà energico e costante; perchè ciò che conta agli occhi di Dio è la volontà, è lo sforzo, indipendentemente da ogni emozione sensibile.

E poichè l'amore soprannaturale del prossimo è anch'esso un atto d'amor di Dio, tutti i servizi che rendiamo ai nostri fratelli, vedendo in loro un riflesso delle divine perfezioni, o, ciò che torna lo stesso, vedendo in loro Gesù Cristo, diventano tutti atti d'amore che ci fanno avanzare verso la santità. Amare dunque Dio e il prossimo per Dio, ecco il segreto della perfezione, purchè su questa terra vi si aggiunga il sacrificio.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)

giovedì 19 febbraio 2015

Il condottiero dell'armata modernista

Chi è il leader del movimento modernista? Io penso che non c'è un vero e proprio "condottiero", è piuttosto organizzato in gruppi autonomi, uniti solamente dall'avversione per la Tradizione. I seguaci del modernismo vanno un po' per conto proprio, però si nota la forte influenza di certa gente con grembiulino, squadra e compasso.

Non si tratta di un “sospetto temerario”, ci sono le testimonianze e le prove che certi personaggi sono legati alla massoneria. Del resto non c'è bisogno di prove visto che le analogie tra i miliziani del movimento modernista e i massoni sono troppo evidenti, basti pensare che la pensano allo stesso modo su importanti questioni riguardanti la fede e la morale. Ovviamente non sto dicendo che tutti i modernisti sono anche massoni, però è lampante che la massoneria e il modernismo hanno vari punti in comune.

Oggi non si parla quasi più del pericolo costituito dalle sette massoniche, eppure io penso che se vogliamo accelerare la caduta del modernismo dobbiamo rinvigorire la lotta contro la massoneria. So benissimo che loro dispongono di radio, televisioni, giornali, case editrici, scuole, università, banche, eccetera, e la lotta può sembrare impari, ma adiutorium nostrum in nomine Domini. Noi confidiamo nella Santissima Trinità, non in qualche falso idolo.

mercoledì 18 febbraio 2015

Avviso da Torino



S. Messa cantata in forma straordinaria (messale latino/gregoriano del 1962 di S. Giovanni XXIII)


Domenica 22 febbraio 2015, ore 18:00


I Domenica di Quaresima


PARROCCHIA GESU’ CROCIFISSO E MADONNA DELLE LACRIME

VIA GIAVENO 39, TORINO


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Un vescovo con le idee chiare


Di Mons. Jan Paweł Lenga

Non posso dimenticare quelle scene commoventi dai tempi della persecuzione della Chiesa [in Polonia ai tempi del comunismo, n.d.r.], quando in piccolissime stanze riempite di fedeli durante la S. Messa, bambini, anziani e malati si mettevano in ginocchio ricevendo con riverenza edificante il corpo del Signore. Tra le innovazioni liturgiche apportate nel mondo occidentale, ne emergono specialmente due che oscurano in un certo modo l'aspetto visibile dell'Eucaristia riguardante la sua centralità e sacralità; queste sono: la rimozione del tabernacolo dal centro e la distribuzione della comunione sulla mano. Quando si rimuove il Signore eucaristico, "l'Agnello immolato e vivo", dal posto centrale e quando nella distribuzione della comunione sulla mano si aumenta innegabilmente il pericolo della dispersione dei frammenti, delle profanazioni e dell'equiparazione pratica del pane eucaristico con il pane ordinario, si creano condizioni sfavorevoli per una crescita nella profondità della fede e nella devozione. La comunione sulla mano si sta divulgando e persino imponendo maggiormente come una cosa più comoda, come una specie di moda. Non siano in primo luogo gli specialisti accademici, ma l'anima pura dei bambini e della gente semplice che ci potrebbe insegnare il modo con cui dovremmo trattare il Signore eucaristico. Vorrei fare quindi umilmente le seguenti proposizioni concrete: che la Santa Sede stabilisca una norma universale motivata, secondo la quale il modo ufficiale di ricevere la comunione sia quello in bocca ed in ginocchio; la comunione sulla mano sarebbe riservata invece al clero. Che i vescovi dei luoghi, dove è stata introdotta la comunione sulla mano, si adoperino con prudenza pastorale a ricondurre gradualmente i fedeli al rito ufficiale della comunione, valido per tutte le chiese locali.

[Brano tratto dal discorso pronunciato il 4-10-2005 da Mons. Jan Paweł Lenga al Sinodo dei Vescovi sull'Eucarestia]

martedì 17 febbraio 2015

La "Confederazione cristiana" di stampo modernista

Dal Magistero del Sommo Pontefice Pio XI.

Ma dove, sotto l’apparenza di bene, si cela più facilmente l’inganno, è quando si tratta di promuovere l’unità fra tutti i cristiani. [...] Potrà sembrare che questi pancristiani, tutti occupati nell’unire le chiese, tendano al fine nobilissimo di fomentare la carità fra tutti i cristiani; ma come mai potrebbe la carità riuscire in danno della fede? [...] Come dunque si potrebbe concepire una Confederazione cristiana, i cui membri, anche quando si trattasse dell’oggetto della fede, potessero mantenere ciascuno il proprio modo di pensare e giudicare, benché contrario alle opinioni degli altri? E in che modo, di grazia, uomini che seguono opinioni contrarie potrebbero far parte di una sola ed eguale Confederazione di fedeli? Come, per esempio, chi afferma che la sacra Tradizione è fonte genuina della divina Rivelazione e chi lo nega?  [...] Da così grande diversità d’opinioni non sappiamo come si prepari la via per formare l’unità della Chiesa, mentre questa non può sorgere che da un solo magistero, da una sola legge del credere e da una sola fede nei cristiani; sappiamo invece benissimo che da quella diversità è facile il passo alla noncuranza della religione, cioè all’indifferentismo e al cosiddetto modernismo, il quale fa ritenere, da chi ne è miseramente infetto, che la verità dogmatica non è assoluta, ma relativa, cioè proporzionata alle diverse necessità dei tempi e dei luoghi e alle varie tendenze degli spiriti, non essendo essa basata sulla rivelazione immutabile, ma sull’adattabilità della vita. 

[...] non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente s’allontanarono: a quella sola vera Chiesa di Cristo che a tutti certamente è manifesta e che, per volontà del suo Fondatore, deve restare sempre quale Egli stesso la istituì per la salvezza di tutti. Poiché la mistica Sposa di Cristo nel corso dei secoli non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi, secondo le parole di Cipriano: «Non può adulterarsi la Sposa di Cristo: è incorrotta e pudica. Conosce una casa sola, custodisce con casto pudore la santità di un solo talamo ». [..] Volesse il cielo che toccasse a Noi quanto sinora non toccò ai nostri predecessori, di poter abbracciare con animo di padre i figli che piangiamo separati da Noi per funesta divisione; oh! se il nostro divin Salvatore « il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità », ascoltando le Nostre ardenti preghiere si degnasse richiamare all’unità della Chiesa tutti gli erranti! Per tale obiettivo, senza dubbio importantissimo, disponiamo e vogliamo che si invochi l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della divina grazia, debellatrice di tutte le eresie, aiuto dei Cristiani, affinché quanto prima ottenga il sorgere di quel desideratissimo giorno, quando gli uomini udiranno la voce del Suo divin Figlio « conservando l’unità dello Spirito nel vincolo della pace ». [...] Voi ben comprendete, Venerabili Fratelli, quanto desideriamo questo ritorno; e bramiamo che ciò sappiano tutti i figli Nostri, non soltanto i cattolici, ma anche i dissidenti da Noi: i quali, se imploreranno con umile preghiera i lumi celesti, senza dubbio riconosceranno la vera Chiesa di Cristo e in essa finalmente entreranno, uniti con Noi in perfetta carità.

[Brani tratti dall'Enciclica "Mortalium animos" di Pio XI].

lunedì 16 febbraio 2015

Movimento di preghiera e di sacrifici per l'assistenza dei moribondi

Uno dei numerosi sacerdoti che seguono il blog, mentre stava facendo orazione mentale innanzi al tabernacolo, ha cominciato a riflettere sulla possibilità di dar vita a un “movimento di preghiera e di sacrifici per l'assistenza dei moribondi”. Adesso sta riflettendo per cercare di capire se è volontà di Dio fondare un sodalizio che combatta una sorta di “crociata spirituale” per la salvezza delle anime dei moribondi. Per “sondare il terreno” e vedere se ci sono altre persone interessate all'iniziativa, pubblico la bozza dello statuto che potrebbe adottare il Sodalizio. Il sacerdote mi ha confermato che le norme ivi contenute non obbligheranno sotto pena di peccato, né grave né veniale. In questo modo gli aderenti si sentiranno portati a compiere i propri impegni solo per piacere a Dio, non per semplice timore di peccare (timore servile).



Il "Sodalizio del Pio transito" ha lo scopo di accompagnare i morenti sino all'ultimo respiro con carità e nella preghiera. Il Sodalizio raduna soprattutto fedeli laici di sicura fede cattolica. Vi possono aderire anche sacerdoti e persone consacrate. I sodali nutrono un sincero amore per Gesù Eucaristia; favoriscono e compiono l'Adorazione Eucaristica; fanno celebrare (se sacerdoti, celebrano) Messe per i moribondi. L'adesione al Sodalizio comporta l'impegno di istruirsi nella Dottrina Cattolica e a condurre una vita cristiana corrispondente. 

Ben vengano i Sacerdoti che possono aiutare i fedeli in questo senso. La carità cristiana, alimentata e perfezionata da una seria, serena e costante vita spirituale, sprona i sodali ad interessarsi di chi sta concludendo la giornata terrena, a far ad essi visita, a pregare con loro e per loro (soprattutto con la recita del santo Rosario). Particolari attenzione e cura saranno riservate ai famigliari dei morenti. L'umiltà e la discrezione devono caratterizzare i sodali. 

I sodali, per prepararsi all'esercizio prossimo del loro ministero e per assolvere al dovere cristiano di progredire nella santità, si raccolgono  nella più fervorosa e prolungata preghiera. Essi si ritengono obbligati, prima di recarsi in ospedale o nella casa di ricovero o nelle abitazioni dove qualcuno sta morendo, di sostare alquanto in preghiera nella cappella dell'istituto o in altra chiesa. Anche al termine della visita ai moribondi i sodali avranno premura, per quanto possibile, di sostare nuovamente in preghiera presso il Tabernacolo. I sodali sono consapevoli che i loro doveri di lavoro e famigliari non sempre consentono di essere presenti presso il capezzale dei morenti. Tuttavia credono fermamente che il loro lavoro e gli altri loro doveri, se assolti nel modo migliore possibile e offerti a Gesù agonizzante, sono di grande aiuto per la salvezza di tante anime. I membri del Sodalizio, a prescindere dalla visita o meno che faranno alle persone in fin di vita, cercano di impegnarsi di recitare ogni giorno il Rosario per quanti stanno morendo. Patrona del Sodalizio è Nostra Signora Addolorata presso la Croce.

domenica 15 febbraio 2015

L'aumento della vita spirituale per mezzo del merito

Di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932).

Noi progrediamo per mezzo della lotta contro i nostri nemici ma più ancora con gli atti meritorii che facciamo ogni giorno. Ogni opera buona, fatta liberamente da un'anima in stato di grazia per un fine soprannaturale, possiede un triplice valore, meritorio, sodisfattorio e impetratorio, che contribuisce al nostro progresso spirituale.

a) Un valore meritorio, col quale aumentiamo il nostro capitale di grazia abituale e i nostri diritti alla gloria celeste: ne riparleremo subito.

b) Un valore sodisfattorio, che inchiude a sua volta un triplice elemento: 1) la propiziazione, che per ragion del cuore contrito ed umiliato ci rende propizio Dio e l'inclina a perdonarci le colpe; 2) l'espiazione che, con l'infusione della grazia, cancella la colpa; 3) la sodisfazione che, per il carattere penoso annesso alle nostre buone opere, annulla in tutto o in parte la pena dovuta al peccato. Questi felici risultati non sono prodotti soltanto dalle opere propriamente dette ma anche dall'accettazione volontaria dei mali e dei patimenti di questa vita, come insegna il Concilio di Trento; il quale aggiunge che vi è in questo un gran segno del divino amore. Che cosa infatti di più consolante che poterci giovare di tutte le avversità per purificarci l'anima e unirla più perfettamente a Dio?

c) Finalmente queste opere hanno pure un valore impetratorio, in quanto contengono una domanda di nuove grazie rivolta all'infinita misericordia di Dio. Come ben fa notare S. Tommaso, si prega non solo quando in modo esplicito si presenta una supplica a Dio, ma anche quando con uno slancio del cuore o con le opere si tende a Lui, così che prega sempre colui che l'intiera sua vita tiene sempre ordinata a Dio: "tamdiu homo orat quamdiu agit corde, ore vel opere ut in Deum tendat, et sic semper orat qui totam suam vitam in Deum ordinat". Infatti, questo slancio verso Dio non è forse una preghiera, un'elevazione dell'anima verso Dio e un mezzo efficacissimo per ottenere da Lui quanto desideriamo per noi e per gli altri?

Per lo scopo che ci proponiamo, ci basterà esporre la dottrina sul merito dicendone:

1° la natura;
2° le condizioni che ne aumentano il valore.
I. La natura del merito.

Due punti sono da spiegare:

1° che cos'è il merito;
2° in che modo le nostre azioni sono meritorie.


1° CHE COS'È IL MERITO.

A) Il merito in generale è il diritto a una ricompensa. Il merito soprannaturale, di cui qui trattiamo, sarà dunque il diritto a una ricompensa soprannaturale, vale a dire a una partecipazione alla vita di Dio, alla grazia e alla gloria. Non essendo Dio tenuto a farci partecipare alla sua vita, occorrerà una promessa da parte sua per conferirci un vero diritto a questa ricompensa soprannaturale. Si può quindi definire il merito soprannaturale: un diritto a una ricompensa soprannaturale, che risulta da un'opera soprannaturale buona, fatta liberamente per Dio, e da una promessa divina che garantisce questa ricompensa.

B) Il merito è di due specie: a) il merito propriamente detto (che si chiama de condigno), al quale la retribuzione è dovuta per giustizia, perchè vi è una specie d'uguaglianza o di proporzione reale tra l'opera e la retribuzione; b) il merito di convenienza (de congruo), che non si fonda sulla stretta giustizia ma su un'alta convenienza, essendo l'opera solo in piccola misura proporzionata alla ricompensa. Per dare un'idea approssimativa di questa differenza, si può dire che il soldato che si diporta valorosamente sul campo di battaglia, ha uno stretto diritto al soldo di guerra, ma solo un diritto di convenienza ad essere citato nel bollettino di guerra o ad essere decorato.

C) Il Concilio di Trento insegna che le opere dell'uomo giustificato meritano veramente un aumento di grazia, la vita eterna, e, se muore in questo stato, il conseguimento della gloria.

D) Richiamiamo brevemente le condizioni generali del merito. a) L'opera, per essere meritoria, dev'essere libera; infatti se si opera per forza o per necessità, non si è moralmente responsabili dei propri atti. b) Deve essere soprannaturalmente buona, per aver proporzione colla ricompensa; c) e, quando si tratta di merito propriamente detto, dev'essere fatto in stato di grazia, perchè è la grazia che fa abitare e vivere Cristo nell'anima nostra e ci rende partecipi dei suoi meriti; d) fatta nel corso della vita mortale o viatoria, avendo Dio sapientemente determinato che, dopo un periodo di prova in cui possiamo meritare o demeritare, arrivassimo al termine, dove si resta fissati per sempre nello stato in cui si muore. A queste condizioni da parte dell'uomo si aggiunge, da parte di Dio, la promessa che ci dà un vero diritto alla vita eterna; secondo S. Giacomo infatti "il giusto riceve la corona di vita che Dio ha promesso a coloro che l'amano: Accipiet coronam vitæ quam repromisit Deus diligentibus se".

2° COME GLI ATTI MERITORI AUMENTANO LA GRAZIA E LA GLORIA.

Pare difficile a prima vista capire come atti semplicissimi, comunissimi, ed essenzialmente transitori, possano meritare la vita eterna. La difficoltà sarebbe insolubile se questi atti provenissero solo da noi; ma in verità si è in due a farli, sono il risultato della cooperazione di Dio e della volontà umana, il che spiega la loro efficacia: Dio, coronando i nostri meriti, corona pure i suoi doni, avendo in questi meriti una parte preponderante. Spieghiamo dunque la parte di Dio e quella dell'uomo e così intenderemo meglio l'efficacia degli atti meritori.

A) Dio è la causa principale e primaria dei nostri meriti: "Non sono io che opero, dice S. Paolo, ma la grazia di Dio con me: Non ego, sed gratia Dei mecum. È Dio infatti che crea le nostre facoltà, che le eleva allo stato soprannaturale perfezionandole con le virtù e coi doni dello Spirito Santo; è Dio che con la grazia attuale, preveniente e adiuvante, ci sollecita a fare il bene e ci aiuta a farlo: egli è dunque la causa primaria che mette in moto la nostra volontà e le dà forze nuove per abilitarla a operare soprannaturalmente.

B) Ma la nostra libera volontà, rispondendo alle sollecitazioni di Dio, agisce sotto l'influsso della grazia e delle virtù, e diviene quindi causa secondaria ma reale ed efficiente dei nostri atti meritorii, perchè siamo i collaboratori di Dio. Senza questo libero consenso non c'è merito; in cielo non meritiamo più, perchè là non possiamo non amare Dio che chiaramente vediamo essere bontà infinita e fonte della nostra beatitudine. D'altra parte anche la nostra cooperazione è soprannaturale: per mezzo della grazia abituale noi siamo divinizzati nella nostra sostanza, per mezzo delle virtù infuse e dei doni lo siamo nelle nostre facoltà, e per mezzo della grazia attuale anche nei nostri atti. Vi è quindi vera proporzione tra le nostre azioni, divenute deiforme, e la grazia che è essa pure una vita deiforme o la gloria che non è se non lo sviluppo di questa stessa vita. È vero che questi atti sono transitorii e la gloria è eterna; ma poichè nella vita naturale atti che passano producono abiti e stati psicologici che restano, è giusto che nell'ordine soprannaturale avvenga lo stesso, che i nostri atti di virtù, producendo nell'anima una disposizione abituale ad amar Dio, siano ricompensati con una durevole ricompensa; ed essendo l'anima nostra immortale, conviene che la ricompensa non abbia fine.

C) Si potrebbe certamente obiettare che, non ostante questa proporzione, Dio non è tenuto a darci una ricompensa così nobile e duratura come la grazia e la gloria. Il che concediamo senza difficoltà e riconosciamo che Dio, nella sua infinita bontà, ci dà più di quanto meritiamo; non sarebbe quindi tenuto a farci godere dell'eterna visione beatifica se non ce l'avesse promesso. Ma ei l'ha promesso per il fatto stesso d'averci destinato a un fine soprannaturale; la qual promessa ci è più volte ricordata nella S. Scrittura, dove la vita eterna ci è presentata come ricompensa promessa ai giusti e come corona di giustizia: "coronam quam repromisit Deus diligentibus se... corona justitiæ quam reddet mihi justus judex". Quindi il Concilio di Trento dichiara che la vita eterna è nello stesso tempo una grazia misericordiosamente promessa da Gesù Cristo e una ricompensa che, in virtù della promessa di Dio, è fedelmente concessa alle buone opere ed ai meriti.

Per ragione appunto di questa promessa si può conchiudere che il merito propriamente detto è qualche cosa di personale: per noi e non per gli altri meritiamo la grazia e la vita eterna, perchè la divina promessa non va oltre. -- La cosa va ben diversamente per Gesù Cristo, il quale, essendo stato costituito capo morale dell'umanità, in virtù di quest'ufficio meritò per ognuno dei suoi membri, e meritò in senso stretto.

Possiamo certamente meritare anche per gli altri, ma solo con merito ci convenienza; il che è già cosa molto consolante, perchè cotesto merito viene ad aggiungersi a ciò che meritiamo per noi stessi e ci fa così capaci, lavorando alla nostra santificazione, di cooperare pure a quella dei nostri fratelli.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928] 

sabato 14 febbraio 2015

False nozioni sulla perfezione della vita cristiana

Ogni vita deve perfezionarsi, ma principalmente la vita cristiana, la quale è, per sua natura, essenzialmente progressiva e non toccherà il suo termine se non in cielo. Dobbiamo quindi esaminare in che consista la perfezione di questa vita, per poterci così meglio dirigere nelle vie della perfezione. Essendoci però su questo punto fondamentale errori e idee più o meno monche ed inesatte, cominceremo a rimuovere le false nozioni della perfezione cristiana e ne esporremo poi la vera natura.

[...]

Queste false nozioni si trovano presso gl'increduli, i mondani e i falsi devoti.

1° Agli occhi degl'increduli la perfezione cristiana è un puro fenomeno soggettivo, che non corrisponde ad alcuna sicura realtà.

A) Molti di loro studiano quelli che essi chiamano fenomeni mistici con malevoli pregiudizi e senza discernere tra i veri e i falsi mistici: tali Max Nordau, J. H. Leuba, E. Murisier. A loro giudizio, la pretesa perfezione dei mistici non è che un fenomeno morboso, una specie di psiconevrosi, di esaltazione del sentimento religioso, ed anche una forma speciale di amore sessuale, come appare dai vocaboli di sponsali o sposalizio, di matrimonio spirituale, di baci, di amplessi, di carezze divine, che ricorrono così spesso sotto la penna dei mistici.

È chiaro che questo autori, i quali non s'intendono quasi d'altro che di amore profano, non hanno capito nulla dell'amor divino e sono di coloro a cui si potrebbe applicare la parola di Nostro Signore: "Neque mittatis margaritas vestras ante porcos". Quindi anche gli altri psicologi, come W. James, fanno loro notare che l'istinto sessuale non ha nulla da vedere con la santità; che i veri mistici praticarono la purità eroica, gli uni non avendo mai o quasi mai provato le debolezze della carne, gli altri avendo superate violente tentazioni con mezzi eroici, per esempio voltolandosi tra le spine. Se dunque usarono il linguaggio dell'amor umano, la ragione è che non ve n'è altro che sia più adatto ad esprimere in modo analogico le tenerezze dell'amore divino. Del resto essi mostrarono in tutta la loro condotta, con le grandi opere che impresero e condussero a buon fine, che erano persone savie e prudenti [...].

B) Altri increduli rendono giustizia ai nostri mistici, pur dubitando della realtà obbiettiva dei fenomeni da loro descritti: tali William James e Massimo di Montmorand. Riconoscono che il sentimento religioso produce nelle anime mirabili effetti, uno slancio invincibile verso il bene, una illimitata dedizione verso il prossimo, che il loro preteso egoismo non è in fondo che una carità eminentemente sociale feconda della più lieta influenza, che la loro sete di patimenti non impedisce loro di godere ineffabili delizie e diffondere un poco di felicità attorno a loro; solo dubitano che siano vittime d'autosuggestione e d'allucinazione. Ma noi facciamo osservare che così benefici effetti non possono derivare se non da una causa proporzionata; che, nel complesso, il bene reale e duraturo non può venire che dal vero, e che se solo i mistici cristiani hanno praticato le virtù eroiche e prodotto opere sociali utili, la ragione è che la contemplazione e l'amore di Dio, ispiratori di queste opere, non sono allucinazioni ma realtà viventi ed operose: "ex fructibus eorum cognoscetis eos".

2° I mondani, anche quando hanno la fede, hanno spesso, sulla perfezione o su ciò ch'essi chiamano la devozione, idee molto false.

A) Gli uni riguardano i devoti come ipocriti, come Tartufi, che, sotto la maschera della pietà, nascondono vizi odiosi o ambiziose mire politiche, come sarebbe il desiderio di dominare le coscienze e così governare il mondo. Or questo è un confondere l'abuso con la cosa stessa, e la continuazione di questo studio dimostrerà che la semplicità, la lealtà e l'umiltà sono i veri caratteri della devozione.

B) Altri considerano la pietà come un'esaltazione della sensibiiltà e dell'immaginazione, una specie di emotività, buona tutt'al più per le donne e per i bambini ma indegna di uomini che vogliono guidarsi con la ragione e con la volontà. Eppure quanti uomini iscritti nel catalogo dei Santi, che si distinsero per un proverbiale buon senso, per una intelligenza superiore, per una volontà energica e costante? Anche qui si confonde dunque la caricatura col ritratto.

C) Vi sono infine di quelli che pretendono che la perfezione sia un'utopia inattuabile e per ciò stesso pericolosa, che basti osservare i comandamenti e sopratutto aiutare il prossimo, senza perdere il tempo in pratiche minuziose, o nella ricerca di virtù straordinarie. Basta la lettura della vita dei Santi a correggere quest'errore, mostrando che la perfezione fu veramente conseguita sulla terra, e che la pratica dei consigli non solo non nuoce all'osservanza dei precetti ma la rende anzi più facile.

3° Tra le stesse persone devote ce ne sono di quelle che s'ingannano sulla vera natura della perfezione, dipingendola ognuno "secondo la propria passione e la propria fantasia".

A) Molti, confondendo la devozione con le devozioni, si immaginano che la perfezione consista nel recitare un gran numero di preghiere e nel fare parte di molte confraternite, talora anche a detrimento dei doveri del proprio stato che costoro trascurano per fare questo o quel pio esercizio, o mancando alla carità verso le persone di casa. Questo è un sostituire l'accessorio al principale e un sacrificare al mezzo il fine.

B) Altri poi si danno ai digiuni e alle austerità, fino ad estenuarsi e rendersi incapaci di compiere bene i doveri del proprio stato, credendosi con ciò dispensati dalla carità verso il prossimo; e mentre non osano intingere la lingua nel vino, non temono poi "di immergerla nel sangue del prossimo con la maldicenza e con la calunnia". Anche qui si prende abbaglio su ciò che vi è di più essenziale nella perfezione, e si trascura il dovere capitale della carità per esercizi buoni senza dubbio ma meno importanti. -- In pari errore cadono coloro che fanno ricche elemosine, ma non vogliono poi perdonare i nemici, oppure, perdonando i nemici, non pensano poi a pagare i debiti.

C) Alcuni, confondendo le consolazioni spirituali col fervore, si credono perfetti quando sono inondati di gioia e pregano con facilità; e s'immaginano invece s'essere rilassati quando sono assaliti dalle aridità e dalle distrazioni. Dimenticano che ciò che conta agli occhi di Dio è lo sforzo generoso e spesso rinnovato, non ostante le apparenti sconfitte che si possono provare.

D) Altri, invaghiti di azioni e di opere esteriori, trascurano la vita interiore per darsi più intieramente all'apostolato. È un dimenticare che l'anima di ogni apostolato è la preghiera abituale, che attira la grazia divina e rende feconda l'azione.

E) Finalmente alcuni, avendo letto libri mistici o vite di Santi in cui si descrivono estasi e visioni, si immaginano che la devozione consista in questi fenomeni straordinarii e fanno sforzi di mente e di fantasia per arrivarvi. Non capiscono che, a detta dei mistici stessi, questi sono fenomeni accessori che non costituiscono la santità, ai quali quindi non bisogna aspirare, e che la vita della conformità alla volontà di Dio è molto più sicura e più pratica.

Sgombrato così il terreno, potremo ora più facilmente intendere in che essenzialmente consista la vera perfezione.



(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)

venerdì 13 febbraio 2015

Avviso da Firenze

Ritiro quaresimale organizzato dal Coordinamento Toscano per l'applicazione del Summorum Pontificum, e predicato da Don Federico Pozza, I.C.R.S.S.

Sabato 7 marzo 2015, Oratorio di San Francesco Poverino, Piazza SS. Annunziata, Firenze

ore 10: Ritrovo dei partecipanti

ore 10.15: Recita del S. Rosario

ore 10.30: Prima conferenza spirituale; tempo per meditazione e confessioni

ore 12: S. Messa in rito antico

ore 13: Pranzo al sacco (con possibilità, per chi lo desidera, di recarsi presso bar o ristoranti)

ore 14.30: Seconda conferenza spirituale

ore 15.30: Preghiera conclusiva

ore 16.15 circa: conclusione del ritiro

Il ritiro è aperto a chiunque. Si può partecipare anche solo ad alcuni momenti del ritiro, ad esempio alla sola mattina


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Avviso da Piacenza

Mercoledì 18 febbraio, Santa Messa nella forma straordinaria, celebrata da Don Romano Pozzi, alle ore 18,30, nella chiesa di San Giorgino in Sopramuro, durante la quale avrà luogo l’imposizione delle Sacre Ceneri.








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Concezione idolatrica della democrazia

La tradizionale dottrina cattolica insegna che "la Chiesa non riprova nessuna delle varie forme di governo, purché adatte per sé a procurare il bene dei cittadini" (Leone XIII, Enciclica «Libertas»).

Il grande Papa Pio XII, di gloriosa e immortale memoria, nel celebre radiomessaggio “Benignitas et humanitas” del 24 dicembre 1944,  espose le caratteristiche di una sana democrazia. Il Romano Pontefice tra l'altro affermò: “Una sana democrazia, fondata sugl'immutabili principi della legge naturale e delle verità rivelate, sarà risolutamente contraria a quella corruzione, che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freni né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo. L'assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta, di cui qui non si tratta) consiste infatti nell'erroneo principio che l'autorità dello Stato è illimitata, e che di fronte ad essa — anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e del male, — non è ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante.”

Purtroppo, dobbiamo constatare che molta gente ha una concezione relativista della democrazia, basti pensare che l'abominevole crimine dell'aborto è considerato erroneamente “moralmente lecito” solo perché è stato legalizzato dai Parlamenti di numerosi Stati nazionali. Un delitto può essere legale per gli uomini, ma non lo sarà mai per Dio.

Ormai dilaga una concezione idolatrica della democrazia. Ecco cosa scriveva in proposito Padre Anselm Günthör: "Nessuna forma di Stato e nessun sistema politico offrono di per sé la garanzia di un buon governo. Tutto dipende dalla maturità, dalla formazione e dall’atteggiamento morale personale dei detentori del potere statale". [Quindi] è irragionevole e imprudente imporre la forma democratica di Stato a quei popoli, che non sono preparati a gestirla. [...] pur riconoscendo i vantaggi della forma democratica di Stato, [...] bisogna tener conto anche delle condizioni dei singoli popoli. […] Il cristiano non può condividere il culto della democrazia. Per "culto della democrazia" intendiamo la convinzione politica secondo la quale la forma democratica di Stato in quanto istituzione, di per sé e da sola, garantisce il benessere terreno. [...] Ciò che è democratico equivale allora a progressista e a infallibilmente buono, mentre ciò che è non-democratico si identifica con il regresso e con l’inumano. [Questo] dogma universale e intollerante dell’odierno ordinamento sociale, […] questo culto della democrazia è pagano: fa di un’istituzione terrena un idolo e una dispensatrice di salvezza e si dimostra anche molto poco democratico e pericoloso.” [cfr. “Chiamata e risposta”, Edizioni Paoline, Roma 1979, vol. III, pp. 267-270].

Avviso da Rovigo

Un gruppo di fedeli laici composto principalmente da ragazzi tra i 20 e i 30 anni, ha chiesto gentilmente a Don Camillo Magarotto, cappellano dell'ospedale di Rovigo, di celebrare il Santo Sacrificio della Messa in Rito Romano antico. Il sacerdote veneto ha accettato volentieri la richiesta, pertanto nelle domeniche della prossima Quaresima celebrerà la Messa tridentina alle ore 12, presso la cappella dell'ospedale di Rovigo.

Se, come sembra dalle richieste che sono state rivolte a Don Magarotto, l'esperienza delle Messe di Quaresima sarà positiva, non si esclude per il futuro che le celebrazioni “more antiquo” vengano estese anche alle domeniche successive.












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giovedì 12 febbraio 2015

Messa in latino a Trento


A partire dalla Prima Domenica di Quaresima, il 22 febbraio2015, la Santa Messa in Rito Antico celebrata nella chiesa della S.S. Annunziata a Trento, in via Belenzani 53 (angolo Piazza Duomo),  cambia orario e sarà alle ore 10.30, tutte le domeniche e feste di precetto.

L'amore disordinato dei beni della terra

Per ciò che riguarda l'amore disordinato dei beni della terra, bisogna ricordarsi che le ricchezze non sono un fine ma un mezzo che la Provvidenza ci dà per sovvenire ai nostri bisogni; che Dio ne resta il supremo Padrone, che noi in fondo non ne siamo che amministratori, e che dovremo rendere conto del loro uso: redde rationem villicationis tuæ". È quindi savia cosa dare larga parte del proprio superfluo in elemosine e in buone opere; a questo modo si assecondano i disegni di Dio, il quale vuole che i ricchi siano, a così dire, gli economi dei poveri; e si fa un deposito sulla Banca del cielo, che ci sarà reso centuplicato quando entreremo nell'eternità: "Accumulatevi, dice Gesù, tesori nel cielo, dove la ruggine e la tignuola non corrodono; e dove i ladri non forano muri nè rubano: thesaurizate autem vobis thesauros in cælo, ubi nec ærugo, neque tinea demolitur, et ubi fures non effodiunt nec furantur". È il mezzo sicuro per distaccare i nostri cuori dai beni della terra ed elevarli a Dio: "perchè, aggiunge Nostro Signore, dov'è il tuo tesoro, ivi è il tuo cuore: "Ubi enim est thesaurus tuus, ibi est et cor tuum". Cerchiamo dunque innanzitutto il regno di Dio, la santità, ed il resto ci sarà dato per giunta. [...] In ogni caso il cuore dev'essere distaccato dalle ricchezze per volarsene a Dio. [...] Beati coloro che, stando secondo il loro stato in mezzo al mondo, non ne sono tocchi e vi passano senza attaccarvisi [...].


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)