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venerdì 4 settembre 2015

Mio marito non ha fede

Sono tantissime le mogli cristiane che stanno soffrendo molto per aver sposato uomini "poco credenti" o addirittura atei. Ecco perché consiglio a coloro che si sentono chiamati da Dio ad abbracciare lo stato di vita matrimoniale, di selezionare con cura il futuro coniuge, onde evitare problemi in futuro, che trasformerebbero la convivenza matrimoniale in un Calvario di dolore e lacrime. A tal proposito pubblico una delle lettere che mi ha scritto una mia gentilissima collaboratrice il cui pseudonimo è Maristella, che ringrazio vivamente per avermi dato il permesso di pubblicare le sue numerose e interessanti e-mail. 


Caro fratello in Cristo,
                                              Dio ti benedica per il prezioso lavoro che svolgi. Io ho trovato meraviglioso questo blog che, in un mondo sempre più alla deriva, ci aiuta a trovare il nostro cammino di fede.  Mi commuove il pensiero che tu sia un giovane laico! Io quando vedo giovani come te penso che c'è ancora speranza. Del resto Nostro Signore ci ha rassicurati "non praevalebunt" ...

Dio ti benedica ragazzo, in questo mondo sazio e disperato, il tuo blog, il tuo lavoro, il tuo impegno, sono estremamente preziosi. Con le nostre piccole donazioni possiamo sostenere il tuo sforzo, portando un poco di luce nelle tenebre.
 
Io sono nata in una famiglia molto laica.  Da bambina mi piaceva molto stare in Chiesa, mi piacevano le immaginette che collezionavo e le vite dei Santi, trovavo un senso di pace, di serenità.
 Però non sapevo niente non capivo niente. Avevo un disperato bisogno di affetto. Da ragazzina ero un po' ribelle, avevo amici che erano come fratelli: sono figlia unica e ho sempre sofferto per questo. Ho studiato dalle suore salesiane, le ricordo con nostalgia e affetto. A 20 anni ho incontrato mio marito, l'unico fidanzato. Lui mi vuole bene ma non ha fede, non l'ha mai avuta. Mi ha sposato in Chiesa (anche allora non capivo niente ma ricordo che "alle mie nozze volevo invitare Gesù"), poi dopo qualche anno è nata mia figlia. Partecipavo saltuariamente alla Messa, non capivo niente. Però ho discusso tanto con mio marito perché volevo battezzarla "per ringraziare Gesù". Poi sono passati gli anni, mio marito e i miei genitori sempre in lotta, io in mezzo. Anni fa un tumore maligno, interventi chirurgici, terapie farmacologiche. Nel dolore ho ritrovato la mia Fede!
 
La Fede è come una valanga, strada facendo si fa sempre più forte … mi porta lontano da mio marito che non mi capisce più. Ma io alla Fede non rinuncio!
 
La mia figliola mi dà pensieri: dice di essere atea ma mi fa tante domande sulla religione. E' una ragazza giudiziosa: va bene a scuola, si veste in modo decoroso, non segue i suoi coetanei nelle sbronze, negli sballi e nella vita sessuale sfrenata. Io prego tantissimo che il Signore la chiami come sua sposa.
 
Da tempo partecipo assiduamente alla Messa Vetus Ordo, cerco di pregare il più possibile, cerco di stare nella Presenza del Signore. Ho iniziato a recitare le lodi e la compieta, ho incontrato persone che mi stanno aiutando a capire, aiutando a pregare, sostenendo con la preghiera. Come ti dicevo sto vivendo tribolazioni: nulla in confronto alle sofferenze di Gesù per tutti noi. Offro l'amarezza, l'incomprensione, lo sconforto ... li dono al Signore. Io sono solo polvere e cenere, però la mia anima ha una sete di infinito che solo in Dio si può placare.
 
Dio ti benedica e ti accompagni sempre in tutti i tuoi passi!
Io cerco di pregare assiduamente e prego anche per te. Ti ringrazio!

Maristella

La liturgia antica dilaga in Toscana

Continuano a giungere notizie positive dalla Toscana, la quale è una delle regioni Italiane con il più alto tasso di Messe tridentine. Alle numerose città in cui si celebra “more antiquo” nei giorni festivi, adesso si aggiunge anche Lucca, dove si potrà assistere ogni domenica alla Liturgia tradizionale alle ore 7.30, presso la Chiesa dei Cappuccini di Monte San Quirico, in via della Chiesa 87.

Invece ad Arezzo la Messa tridentina sarà celebrata ogni terza domenica del mese (a cura dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote), come più avanti verrà annunciato con maggior dettaglio.

Nella "rossa" Toscana, nonostante l'accanita opposizione dei vecchi miliziani catto-comunisti, la liturgia tradizionale continua ad avanzare!

giovedì 3 settembre 2015

Una nuova collaboratrice del blog

Carissimi lettori, vi annuncio che ho “arruolato” una nuova collaboratrice che firmerà i suoi post col pseudonimo di “Maristella”. La stimo molto perché è una persona spirituale, molto attratta dall'ascetica, cioè dalla ricerca della perfezione cristiana. Per nutrire la sua anima frequenta la Messa tradizionale in Rito Ambrosiano. Per presentarvela le ho fatto alcune domande alle quali ha risposto volentieri. Sono contento di aver trovato una valida collaboratrice che mi aiuterà in questa battaglia nella difesa della liturgia antica e nella promozione della vita religiosa. Ad majorem Dei gloriam!


- Sei nata in una famiglia molto laica, ciò nonostante da bambina ti piaceva molto stare in chiesa. Che cos'è che ti affascinava del cristianesimo?

- Quando ero bambina mi capitava di passare del tempo con mia nonna e le sue sorelle, le quali tutte le domeniche mi portavano in Chiesa.  Lì trovavo pace, calma e silenzio, e sentivo dilatarsi dentro di me queste sensazioni piacevoli. Nel corso della vita spesso sono entrata in Chiesa per poter stare in silenzio e raccogliermi interiormente.

- Adesso sei una persona molto attratta dalla vita devota e dal cammino di perfezione cristiano. Come è avvenuta la tua conversione?

- Nella mia vita la Fede è stata per anni come un fiume carsico, che ora scorre nelle profondità della terra, ora alla luce del sole. Dopo un tumore maligno, il dolore e la rabbia, ho iniziato a vedere la vita con occhi diversi, a percepirla come un dono. Il Signore mi ha donato una Fede robusta e il desiderio di mettermi in cammino sulla via della santità. Non ho in alcun modo meritato questo meraviglioso dono, io che sono solo polvere e cenere, ma la mia anima solo in Dio può placare la sua sete di infinito.

- I tuoi conoscenti hanno notato dei cambiamenti in te dopo la conversione?

- Sono diventata molto più silenziosa, perché in varie occasioni della giornata mi immergo nella preghiera donando le mie azioni, il mio lavoro, momenti e incontri che mi suscitano letizia o dolore. Dono tutto al Signore. Cerco di pensare spesso a Dio. Prima di iniziare i pasti faccio il Segno della Croce, leggo libri di devozione e frequento con entusiasmo la Messa ambrosiana vetus ordo (in latino).

- Come hai conosciuto la Messa in Rito Ambrosiano antico?

- Avevo iniziato a partecipare alla messa vicino a casa. Andavo volentieri ma spesso uscivo con un senso di insoddisfazione, quasi di delusione. Un giorno un amico mi ha invitata alla Messa vetus ordo. Per me è stata una folgorazione: i canti, il raccoglimento, la liturgia, il profumo dell’incenso … tutto mi invitava a rivolgermi al Cielo, a ringraziare il Signore. Ho veramente potuto percepire, quasi toccare con mano in modo straordinariamente intenso il senso del sacro che attraversava tutta la celebrazione. A Milano ho iniziato a partecipare alla Messa ambrosiana tradizionale: ogni domenica  mi alzo presto con tanta gioia. 

- Che cos'è che ti affascina della Liturgia tradizionale?

- Nella liturgia tradizionale il centro è il Signore. Durante il Canone, in quel momento di silenzio profondo, spesso immagino di vedere realmente Nostro Signore sulla Croce e non riesco a trattenere le lacrime. Dall’inizio della celebrazione sino al termine, vivo un’esperienza mistica straordinaria nella Presenza reale del Signore. In Chiesa io tengo sempre il capo coperto dal velo. L’anima trabocca di gioia al cospetto del Signore, la Santa Messa tradizionale è un assaggio di Paradiso sulla terra: tutto eleva l’anima al Cielo. Le preghiere, i canti antichi e solenni, la potenza evocativa della lingua latina, lo splendore della liturgia, l’atteggiamento rispettoso dei fedeli, le omelie in cui finalmente si citano i Novissimi … 

- Durante il giorno, oltre a sbrigare le faccende domestiche, devi pure recarti sul posto di lavoro. Eppure, appena ti è possibile ti immergi nella preghiera, nell'orazione mentale e nella lettura spirituale. Perché ci tieni così tanto al dialogo interiore con la Santissima Trinità?

- Io credo di aver ricevuto un dono straordinario dal Signore, e cerco di custodirlo con la massima cura. Ho iniziato ad amare il silenzio; lì il Signore può parlare al nostro cuore. Se siamo distratti da mille pensieri , preoccupazioni e cure mondane non possiamo udire la Sua voce. Mi sono resa conto che quando inizio a dare spazio nel mio cuore e nella mia anima al Signore, poi diventa sempre più facile farlo. Posso pregare mentre sono sulla metropolitana o sull’autobus, in coda al supermercato o alla posta, mentre cerco posteggio per l’auto, mentre lavoro o cammino per la strada. Se ascolto la voce del Signore cresce in me la gratitudine per i doni che ricevo, aumenta il desiderio di fare il bene e fuggire il male, ricevo tanti buoni suggerimenti per la vita quotidiana. Senza la Santissima Trinità, senza la preghiera non potrei vivere: mi sono necessarie come l’aria che respiro.

- Mi hanno scritto tante persone (soprattutto donne) che per diversi motivi si sono pentite di essersi sposate. Tu che hai sperimentato la vita coniugale, che consigli puoi dare ai ragazzi e alle ragazzi che seguono il blog e si sentono chiamati da Dio alla vita matrimoniale? Intendo dire quali sbagli devono evitare nella scelta del futuro coniuge?

- Per la mia esperienza consiglierei a chi si sente chiamato alla vita matrimoniale di considerare con estrema attenzione anche l’aspetto spirituale dell’unione. Nel mio caso, per esempio, io ho sempre avuto fede. Era una fede flebile e piccolina ma sentivo di volermi sposare in Chiesa per “invitare Gesù alle mie nozze”. Mio marito mi vuole bene ma non ha fede, e ha acconsentito solo per accontentarmi. Quando è nata la figlia ho discusso per poterla battezzare, volevo “ringraziare Gesù per il dono che ci aveva fatto”. La fede non è un argomento banale: crea distinzioni e differenze profonde tra chi l’ha e chi non l’ha. Entra in gioco nelle decisioni importanti della vita. Nel mio caso il cammino di fede mi sta allontanando da mio marito. Io accetto questa croce e non rinuncio alla Fede e alla sequela del Signore. Prima di prendere la decisione di sposarsi, consiglio ai credenti  (che vorrebbero coniugarsi con una persona non credente o di altra religione) di pregare a lungo per chiedere luce al Signore e di rivolgersi a un buon direttore spirituale che possa dare un parere illuminato dalla Fede per evitare problemi, incomprensioni e sofferenze future.

- I veri seguaci di Gesù Cristo vengono disprezzati dai seguaci del mondo. Tu non sei un'eremita che vive isolata, anzi vivi in una grande città, hai una famiglia, hai un lavoro, delle amicizie, e quindi trascorri molto tempo in mezzo alla gente. Quando ti trovi tra persone mondane ti senti a tuo agio, oppure ti senti come straniera in terra d'esilio?

- Io mi sento nel mondo ma non del mondo.  Non capisco e non approvo questo mondo senza Dio, feroce e disperato. Cerco sempre di restare nella Presenza del Signore, di non allontanarmi da Lui. Al mattino recito le Lodi, alla sera la Compieta. Durante il giorno mi aiuto con la Comunione spirituale e piccole giaculatorie; di notte nell’insonnia recito il Rosario. Con pochissime persone posso esprimere liberamente il mio pensiero: il mio confessore e due fratelli nella fede. Con le persone mondane cerco di ascoltare e di non parlare troppo. Fuggo però i pettegolezzi e le calunnie: prego in silenzio per chi li dice. Nel mondo mi sento sempre fuori posto, in esilio, lontana dalla mia vera casa e dalla mia vera famiglia: ma lentamente sto sviluppando una letizia speciale che mi permette alle volte di parlare in modo giocoso, mai malevolo.

Messa tradizionale a Milano

Domenica 6 settembre, dopo la pausa estiva, riprenderanno le celebrazioni della messa tradizionale ambrosiana a Milano.

La santa Messa in rito antico è celebrata ogni domenica e festa di precetto presso la chiesa di Santa Maria della Consolazione in Largo Maria Callas (Cairoli M1) alle ore 10.

Per informazioni scrivere al seguente indirizzo mail:  messatradizionale.milano@gmail.com





Avviso da Bari

Sabato 5 settembre, alle ore 19:15, riprenderà presso la chiesa di San Giuseppe (Bari Vecchia) la Santa Messa officiata secondo il rito tridentino preceduta dal Santo Rosario.














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mercoledì 2 settembre 2015

Messa in latino a Napoli

A Napoli, presso la Chiesa dell'Arciconfraternita del Soccorso all'Arenella, piazzetta Giacinto Gigante 34, ogni domenica e festa di precetto, alle ore 18:30, viene celebrata la Messa nel venerabile e antico Rito Romano.

Circa l'obbligo di assistere alla Messa festiva

Per la rubrica "Pillole di Teologia Morale", riporto alcuni brani tratti da "Teologia Morale: prontuario di morale cattolica per sacerdoti e laici", di Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., edito dalle Edizioni Paoline (sesta edizione, 1964).



186. - La materia di questo precetto è di ascoltare tutta la Messa, cioè dal principio alla fine. L'adempimento del precetto richiede che colui che ascolta la Messa vi assista a) con la debita attenzione; b) con la dovuta intenzione; c) intieramente; d) presente corporalmente; [...]

I. La debita attenzione

L'attenzione può essere interna o esterna. La prima è l'avvertenza della mente all'azione ché si compie ed esclude la distrazione o divagazione della mente alle cose estranee; la seconda consiste nell'evitare qualunque atto esterno incompatibile con l'attenzione interna. Per l'adempimento del precetto basta che la Messa si ascolti con l'attenzione esterna. Non soddisfa, perciò, colui che durante la Messa studia o legge cose che non hanno alcuna attinenza col divin Sacrificio, oppure [...] dorme, giuoca, ecc. Soddisfa, invece, colui che raccoglie l'elemosina, l'organista, il cantore e colui che si confessa. In questi casi si suppone sempre che, in qualche modo, si stia attenti alla Messa, particolarmente dalla consacrazione alla comunione.

2. Con la dovuta intenzione, cioè, con l'atto della mente con il quale si intende compiere l'opera comandata.

Non soddisfa, dunque, colui il quale assiste alla Messa contro la sua volontà, oppure; essendo ubriaco, ignora che si celebra il Santo Sacrificio,come neppure soddisfa colui che va in chiesa solo per ammirare una bella fanciulla o per ripararsi dalla pioggia. Soddisfa, invece, colui che va in chiesa con l'intenzione di ammirare non solo la bellezza di una fanciulla o altra simile, anche peccaminosa, ma anche con l'intenzione di ascoltare la Messa (Génicot­Salsmans, I, 341).

3. Intieramente, cioè, dall'inizio fino alla benedizione finale.

Pecca colui che omette una parte della Messa. La gravità o leggerezza del peccato dipende dall'importanza e dalla lunghezza della parte che si tralascia. Perciò:

a) Probabilmente commette peccato non grave colui che è presente solo a quelle parti che costituiscono la cosiddetta Messa dei fedeli [cioè dall'Offertorio in poi, n.d.r.].

b) Pecca gravemente colui che volontariamente tralascia la parte essenziale della Messa (dall'Offertorio, o anche dall'inizio del canone, secondo alcuni autori, fino alla Comunione), oppure solo quelle cose che nel sacrificio sono di grande importanza (la Consacrazione e la Comunione), anche se è presente alle altre parti.

c) Commette peccato veniale colui che volontariamente e senza motivo; omette qualsiasi piccola parte della Messa, eccetto l'ultimo Vangelo, che non appartiene all'integrità del Sacrificio (Génicot-Salsmans, II, 339).

[...] Chi arriva prima della consacrazione e non può ascoltare un'altra messa, deve rimanere, perché può soddisfare parzialmente al precetto festivo; non soddisfa, invece, chi arriva dopo la consacrazione, e perciò, non è obbligato a restarvi.

4. Deve essere corporalmente presente, cioè, chi ascolta la Messa deve essere moralmente congiunto al celebrante da poter comprendere tutto lo svolgimento del sacro rito [...].

Si soddisfa al precetto ascoltando la Messa dal coro situato dietro l’altare o anche dalla sacrestia, benché non si veda il sacerdote celebrante, purché si possa avvertire lo svolgimento del sacrificio. Non si soddisfa quando si è distanti dalla Chiesa oltre 40 metri, meno che non si sia congiunti a una gran massa di popolo che la chiesa non è capace di contenere e si possa seguire, almeno confusamente l'azione del celebrante. - Non soddisfa al precetto chi ascolta la Messa per radio, pur compiendo un'opera buona.

[...]

Le cause scusanti. Qualunque giusto motivo può scusare il fedele dall'assistere alla S. Messa.

Scusa dunque: a) l’impossibilità fisica o morale p. es. gli infermi, i convalescenti, i carcerati, i naviganti, quelli che abitano molto lontano dalla chiesa, ecc.

b) la carità del prossimo per cui uno è tenuto a soccorrerlo onde non abbia a subire un grave danno, p. es., coloro che assistono i malati, i pompieri in caso d'incendio o di alluvione, ecc.

c) l’ufficio che si esercita, p. es., i soldati di sentinella, i custodi del gregge, le madri che non possono abbandonare i bambini, le mogli ed i figli che temono l’indignazione del marito o del padre, ecc.

martedì 1 settembre 2015

Vogliono annientare i diritti di Dio!

[Brano tratto dalla lettera circolare dell'8 dicembre 1882 della Beata Maria Deluil-Martiny, zelantissima Fondatrice delle “Figlie del Cuore di Gesù”]



[Cristo] è nato, ha sofferto ed è morto per redimere e salvare l'uomo colpevole. Ha fondato la Chiesa, la cui missione soprannaturale è di distribuire alle anime, con i Sacramenti, i meriti infiniti del Salvatore, di insegnare al mondo la verità, di smascherare l'errore, di combattere il male, di condurre le anime alla felicità eterna e anche di custodire il deposito delle verità naturali, misconosciute dalle passioni, ma che sono la base dell'ordine civile.

Il male morale è la ribellione dell'uomo contro l'ordine che Dio ha stabilito; la negazione pratica della subordinazione di tutte le cose al loro vero ed ultimo fine. Senza dubbio, dopo il peccato originale, il male è sempre esistito: l'antico nemico del genere umano, che è pure e soprattutto il nemico di Dio, ha in ogni tempo cospirato alla perdita delle anime; ma mai come oggi ha osato far guerra con tanta audacia, tanto cinismo e tanta perfidia. La lotta riveste da un secolo e mezzo in qua un carattere particolare che deve ispirare le più serie riflessioni. Non si tratta più, come una volta, di un attacco a qualche punto del dogma o della morale cattolica, di un errore che, dopo funeste agitazioni, non riuscendo ad impadronirsi, come avrebbe voluto, di una società le cui fondamenta non erano ancora scosse alla loro base, era costretto a contenersi sopra dati punti; e neppure di una rivolta accidentale e locale contro qualche principio. Si tratta ora di un vasto movimento generale contrario a tutti i dogmi religiosi, a tutti i principi della morale e a tutte le basi della società religiosa e civile. Questo male è universale, esso si estende a tutti i popoli del mondo, senza differenza di clima, di razza, di governo, avviluppando le intelligenze in una vasta rete di menzogne, coperte da parole seducenti. Nella mente di moltissimi tutte le verità sono minimizzate; le più strane aberrazioni accreditate; gli errori più evidenti acclamati, i principi più sovversivi proclamati e accettati.

Di fronte alla Chiesa di Cristo si erge quasi svelata, resa ardita dalle sventure dei tempi, l'infernale chiesa di Satana, che per lungo tempo ha ordito le sue con­giure nell'ombra e ha coperto col segreto più profon­do i suoi abominevoli errori, i suoi ignobili misteri e i suoi odiosi disegni. Essa cerca pazzamente di annien­tare i diritti di Dio in questo mondo, di rovesciare la Chiesa e ogni base dell'ordine sociale cristiano; di e­saltare la pretesa perfezione naturale dell'uomo e la sua indipendenza da Dio, la distruzione di ogni autori­tà, il dominio della materia, del disordine, dell'empie­tà; infine la negazione stessa di Dio: né Dio, né padro­ne! Ecco, care Sorelle, il riassunto delle dottrine di questa scuola infernale.

lunedì 31 agosto 2015

La preghiera

Dagli scritti di Padre Adophe Tanquerey (1854 - 1932).


La preghiera [...] è desiderio di perfezione, perchè non si pregherebbe sinceramente se non si volesse diventar migliori; suppone una certa conoscenza di Dio e di sè stessi, perchè forma delle relazioni tra questi due; conforma la nostra volontà a quella di Dio, perchè ogni buona preghiera contiene esplicitamente o implicitamente un atto di sottomissione al Supremo nostro Padrone. Ma poi perfeziona tutti questi atti col farci prostrare innanzi alla divina Maestà per adorarla e implorar nuove grazie che ci aiutino a progredire verso la perfezione. [...]

1° CHE COS'È LA PREGHIERA.

Troviamo presso i Padri tre definizioni della preghiera che si compiono a vicenda. Nel senso più generale, 1) è, come dice S. Giovanni Damasceno, un'ascensione dell'anima a Dio "ascensus mentis in Deum"; e, prima di lui, S. Agostino aveva scritto che è un affettuoso slancio verso Dio: "Oratio namque est mentis ad Deum affectuosa intentio". 2) In senso più ristretto, si definisce una domanda a Dio di cose convenienti [...]. Per esprimere le mutue relazioni che la preghiera pone fra Dio e l'anima, ci viene presentata come una conversazione con Dio [...]. Tutti questi aspetti sono veri e, riunendoli, si può definir la preghiera: un'elevazione dell'anima a Dio per rendergli i nostri doveri e chiedergli le grazie necessarie a divenir migliori per la sua gloria.

La parola elevazione è una metafora che indica lo sforzo che facciamo per staccarci dalle creature e da noi stessi e pensare a Dio, il quale non solo ci avvolge da ogni lato ma risiede anche nel più intimo dell'anima nostra. Essendo noi pur troppo inclinati a sparpagliare le nostre facoltà su una folla di oggetti, ci è necessario uno sforzo per strapparle a questi beni futili e seduttori e raccoglierle e concentrarle in Dio. Questa elevazione si chiama colloquio, perchè la preghiera, adorazione o domanda che sia, richiede una risposta da Dio e suppone quindi una specie di conversazione con lui, sia pur brevissima.

È chiaro che in questa conversazione, il primo atto dev'essere di rendere a Dio i nostri doveri di religione, così come si comincia col salutare la persona con cui si conversa; solo dopo avere adempito questo elementare dovere si possono esporre le proprie richieste. Molti questa cosa dimenticano e di qui una delle ragioni per cui le loro domande sono poco esaudite. E anche quando chiediamo grazie di santificazione o di salute, non bisogna dimenticare che il fine principale dev'essere la gloria di Dio; onde le ultime parole della nostra definizione "a divenir migliori per la sua gloria".

2° LE VARIE FORME DELLA PREGHIERA.

503.   A) Per ragione del doppio fine inteso dalla preghiera, si distingue l'adorazione e la domanda.

a) L'adorazione. L'adorazione propriamente detta si volge al Padrone Supremo; ma poichè Dio è anche nostro benefattore, dobbiamo ringraziarlo; e avendolo noi offeso, siamo obbligati a riparar questo oltraggio.

1) Il primo sentimento necessario quando ci inalziamo a Dio è l'adorazione, cioè "il riconoscimento in Dio dell'altissima sua sovranità e in noi della più profonda dipendenza". Tutta la natura a suo modo adora Dio; ma quella che è priva di sentimento e di ragione, non ha cuore per amarlo nè intelletto per intenderlo. Si contenta quindi di spiegarci sotto gli occhi il suo ordine, le varie sue operazioni e i suoi ornamenti: "non può vedere ma si mostra, non può adorare ma vi ci porta; non ci lascia ignorare quel Dio che ella non intende. Ma l'uomo [...] pieno di ragione e d'intelligenza e capace di conoscere Dio per mezzo di sè e di tutte le creature, è pure sollecitato e da sè e da tutte le creature a rendergli le sue adorazioni. È questa la ragione per cui è collocato in mezzo al mondo, misterioso compendio del mondo, perchè, contemplando l'intiero universo e raccogliendolo in sè, unicamente a Dio e sè e tutte le cose riferisca; cosicchè egli non è il contemplatore della natura visibile se non perchè sia l'adoratore della natura invisibile che tutto trasse dal nulla con la sua onnipotenza". In altre parole l'uomo è il Pontefice della creazione, incaricato di glorificar Dio a nome suo e a nome di tutte le creature. E lo fa riconoscendo: "che Dio è natura perfetta e quindi incomprensibile; che Dio è natura somma; che Dio è natura benefica... noi siamo naturalmente portati a venerare ciò che è perfetto... a dipendere da ciò che è sommo... ad aderire a ciò che è buono".

Ecco perchè i mistici si dilettano d'adorare nelle creature la potenza, la maestà, la bellezza, l'attività, la fecondità di Dio nascosto in queste creature: "Mio Dio, io vi adoro in tutte le vostre creature; vi adoro vero ed unico sostegno di ogni cosa; nulla sarebbe senza di voi e nulla sussiste se non in voi. Vi amo, o mio Dio, e lodo la vostra maestà che si manifesta sotto l'esterno di tutte le creature. Tutto ciò che vedo, o mio Dio, non serve che ad esprimere l'arcana vostra bellezza, ignota agli occhi degli uomini. Adoro il vostro splendore e la vostra maestà mille volte più belli di quelli del sole. Adoro la vostra fecondità mille volte più ammirabile di quella che scopresi negli astri".

2) L'adorazione è seguita dalla riconoscenza; perchè Dio non è soltanto il Supremo nostro Padrone ma anche l'insigne nostro benefattore, a cui dobbiamo tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo così nell'ordine della natura come nell'ordine della grazia. Ecco il perchè ha diritto a una perpetua riconoscenza, perchè riceviamo costantemente da lui nuovi benefici. La Chiesa quindi quotidianamente c'invita, prima del solenne momento del Canone, a ringraziar Dio di tutti suoi benefici e specialmente di quello che tutti li compendia, del beneficio eucaristico [...]. Del resto gli uomini di cuore non hanno bisogno che loro si rammenti questo dovere; si sentono spinti dal ricordo dei divini benefici ad esprimere la continua riconoscenza di cui il loro cuore ribocca.

3) Ma nello stato di natura decaduta, un terzo dovere è necessario, quello dell'espiazione e della riparazione. Troppo spesso infatti abbiamo coi nostri peccati offesa l'infinità maestà di Dio, servendoci degli stessi suoi doni per oltraggiarlo. È un'ingiustizia, che esige quella più perfetta riparazione che ci sia possibile di offrire e che consiste in tre atti principali: l'umile confessione delle colpe: Confiteor Deo omnipotenti; una sincera contrizione: cor contritum et humiliatum non despicies; la coraggiosa accettazione delle tribolazioni che Dio vorrà mandarci; e, se vogliamo essere generosi, vi aggiungeremo l'offerta di noi stessi come vittime d'espiazione, unendoci alla vittima del Calvario. Potremo allora umilmente implorare e sperare il perdono [...]. E potremo pur chiedere novelle grazie.

b) La domanda, petitio decentium a Deo, è già di per se un omaggio reso a Dio, alla sua potenza, alla sua bontà, all'efficacia della grazia; è un atto di confidenza che onora colui al quale è rivolto.

Il fondamento della preghiera è per un verso l'amor di Dio per le sue creature e pei suoi figli, e per l'altro il bisogno urgente che abbiamo del suo aiuto. Fonte inesauribile di tutti i beni, Dio brama diffonderli nelle anime [...]. Essendo nostro Padre, null'altro maggiormente desidera che di comunicarci la sua vita e di accrescercela. Per meglio riuscire a quest'intento invia sulla terra l'unico suo Figlio, il quale si presenta pieno di grazia e di verità appunto per colmarci dei suoi tesori. Anzi, c'invita a chiedere le sue grazie promettendo di concedercele [...]. Siamo quindi sicuri di riuscir graditi a Dio nel porgergli le nostre suppliche.

Noi del resto ne abbiamo urgente bisogno. Nell'ordine della natura come nell'ordine della grazia siamo poveri, mendici Dei sumus; siamo d'una estrema indigenza. Essenzialmente dipendenti da Dio, non possiamo anche nell'ordine della natura neppur conservare l'esistenza da lui largitaci; dipendiamo in ciò dalle cause fisiche che ubbidiscono anch'esse a Dio. Indarno diremo d'avere un cervello e delle braccia, e che possiamo, con la nostra energia, trarre dal seno della terra ciò che ci è necessario alla vita: questo cervello e queste braccia ci sono conservati da Dio e non vengono all'esercizio se non sono mossi dal divino suo concorso; la terra non produce frutti se Dio non l'innaffia con le sue piogge e non la feconda coi raggi del suo sole; e poi quanti accidenti imprevisti possono distruggere i raccolti già maturi! Ma quanto maggiore non è la nostra dipendenza da Dio nell'ordine soprannaturale! Abbiamo bisogno di luce per ben guidarci, e chi ce la darà se non il Padre dei lumi? abbiamo bisogno di coraggio e di forza per seguire la luce, e chi ce li darà se non l'Onnipotente? Che dunque rimane se non implorare il soccorso di Colui che altro non brama se non di venirci in aiuto?

Nè si dica che Dio con la sua scienza conosce tutto ciò che ci è necessario ed utile. Dio, risponde S. Tommaso, per pura liberalità ci concede certamente molte cose senza che noi le chiediamo; ma ce ne sono di quelle che non vuol concedere che alla preghiera; e ciò per nostro bene, perchè poniamo la confidenza in lui e lo riconosciamo come autore dei nostri beni: "Ut scilicet fiduciam quamdam accipiamus recurrendi ad Deum, et ut recognoscamus eum esse bonorum nostrorum auctorem". Per un verso noi, pregando, ci sentiamo crescere la fiducia d'essere esauditi; e per l'altro vi è meno pericolo che dimentichiamo Dio. Lo dimentichiamo già troppo; che sarebbe se non avessimo bisogno di ricorrere a lui nei nostri affanni?

Ha dunque ragione Dio di esigere da noi la preghiera sotto forma di domanda.

B) Se poi ci facciamo a considerare le forme o le varietà della preghiera, possiamo distinguere la preghiera mentale e la preghiera vocale, la preghiera privata e la preghiera pubblica.

a) Quanto al modo di espressione, la preghiera è mentale o vocale, secondo che si compie nell'interno dell'anima oppure s'esprime al di fuori.

1) La preghiera mentale è quindi una specie di interna conversazione con Dio che non si manifesta al di fuori: "Orabo spiritu, orabo et mente" 510-1. Ogni atto interno che abbia per fine di unirci a Dio colla conoscenza e coll'amore, come sarebbe il raccoglimento, la considerazione, il ragionamento, l'esame, lo sguardo affettuoso, la contemplazione, lo slancio del cuore verso Dio, può dirsi preghiera mentale. Tutti questi atti infatti ci inalzano a Dio, compresevi quelle riflessioni sopra noi stessi che mirano a rendere l'anima nostra meno indegna di Colui che l'abita. Servono tutti ad accrescere le nostre convinzioni e a farci praticar le virtù; sono come un tirocinio di quella vita celeste che altro non è se non affettuosa ed eterna visione di Dio. Cotesta preghiera è pure alimento e anima della preghiera vocale.

2) Questa si esprime con parole e con gesti. Se ne fa spesso menzione nella Sacra Scrittura che c'invita a usare la voce, la bocca, le labbra per proclamare le lodi di Dio [...]. Ma perchè esprimere a questo modo i nostri sentimenti dacchè Dio ce li legge nel più profondo del cuore? Per offrire a Dio non solo l'ossequio dell'anima ma anche quello del corpo, e specialmente di quel verbo da lui largitoci per esprimere il nostro pensiero. Tal è in sostanza l'insegnamento di S. Paolo, quando, dopo aver detto che Gesù morì per noi fuori di Gerusalemme, c'invita ad uscire da noi stessi e ad unirci al nostro Mediatore di religione per offrire a Dio un'ostia di lode, l'ossequio delle nostre labbra: "Per mezzo di lui offriamo dunque a Dio un sacrifizio di lode, vale a dire il frutto di labbra che ne celebrino il nome [...]. Ed è pure per stimolar la devozione col suono stesso della voce [...]; la psicologia infatti dimostra che il gesto intensifica l'interno sentimento. È finalmente per l'edificazione del prossimo, perchè il vedere o l'udire altri pregar con fervore accresce la devozione.

b) La preghiera vocale poi è privata o pubblica secondo che si fa in nome d'un individuo o d'una società. Abbiamo provato altrove che la società, come tale, deve a Dio sociali ossequi, perchè è anch'essa obbligata a riconoscerlo come Sovrano Padrone e benefattore. Ecco perchè S. Paolo esortava i primi cristiani a unirsi insieme per glorificar Dio con Gesù Cristo non solo con un sol cuore, ma anche con una voce sola [...]. Già Nostro Signore aveva invitato i discepoli a unirsi insieme per pregare, promettendo di venire in mezzo a loro per appoggiarne le suppliche: "Ubi enim sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum. Se ciò è vero d'una riunione di due o tre persone, quanto più quando molti si radunano insieme per rendere ufficialmente gloria a Dio? Dice S. Tommaso che l'efficacia della preghiera è allora irresistibile [...]. Come infatti un padre, che pur resisterebbe alle preghiere d'uno dei figli, s'intenerisce quando li vede tutti uniti nella stessa domanda, così il Padre Celeste non sa resistere alla dolce violenza che gli vien fatta dalla preghiera comune d'un gran numero dei suoi figli.

Preme dunque assai che i cristiani si radunino spesso per adorare e pregare in comune; per questo la Chiesa li convoca, nei giorni di domenica e di festa, al santo sacrifizio della messa che è la preghiera pubblica per eccellenza, e agli uffici religiosi.

Ma non potendoli convocare tutti i giorni e pur meritando Dio di essere quotidianamente glorificato, ella incarica i sacerdoti e i religiosi di soddisfare più volte al giorno questo dovere della pubblica preghiera. Ed essi lo fanno con l'ufficio divino, che recitano non in nome proprio ma a nome di tutta la Chiesa e per tutti gli uomini. Conviene quindi assai che si uniscano allora in modo più particolare al Gran Religioso di Dio, al Verbo Incarnato, per glorificar Dio con lui e per lui [...], e per chiedere nello stesso tempo tutte le grazie che abbisognano al popolo cristiano.



[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

domenica 30 agosto 2015

Messa di Requiem alla Magione di Poggibonsi (Siena)


Mercoledì 9 Settembre alle ore 18.00 nella Chiesa della Magione di Poggibonsi verrà celebrata una solenne S. Messa di Requiem in rito tridentino per Paolo Serni, Don Alessandro Porciatti ed il Cardinale Lázsló Paskai, tutti e tre scomparsi nel mese di Agosto e a vario titolo legati alla Magione.


Paolo Serni era stato tra i primi 16 ragazzi che nell’Aprile 1968 formarono il nuovo Gruppo Scout di Poggibonsi inaugurato il 22 Dicembre di quell’anno dall’Arcivescovo Castellano, alla presenza del Capo Scout d’Italia, di molte autorità locali, visibilmente assenti quelle comunali: un Gruppo Scout cattolico rompeva il panorama quasi monocromatico della città e lo dimostrò il seguito. Anche dopo l’uscita dal Gruppo, Paolo aveva conservato l’antico legame con gli Scouts ormai trasferiti alla Magione e veniva alla Messa tridentina almeno la notte di Natale e per la Veglia Pasquale: aveva 61 anni.

Don Alessandro Porciatti, il giovane Sacerdote poggibonsese la cui vicenda umana ha commosso l’intera Diocesi ed in particolare la città di Poggibonsi in cui prestava il ministero sacerdotale, prima di entrare in Seminario era stato Lupetto e Scout del Gruppo e al Gruppo era rimasto legato con quel sottilissimo invisibile filo che unisce chi ha militato nello Scoutismo ed in particolare nel Gruppo cattolico valdelsano che si avvia a celebrare i cinquant’anni di vita. Don Alessandro aveva 31 anni.

Il Cardinale Lázsló Paskai, già Primate di Ungheria, Arcivescovo emerito di Ezstergom-Budapest, sollecitato dal suo Vescovo Ausiliare e Vicario Generale, Mons. Vilmos Dékány, autorizzò e approvò l’apertura in Ungheria della Precettoria della Milizia del Tempio che, in seguito, ottenne l’approvazione dell’intera Conferenza Episcopale ungherese. Il Cardinale era stato più volte ospite del Castello della Magione ed in particolare quando presiedette le celebrazioni del 50° anniversario della Rivoluzione ungherese nell’Ottobre 2006, come attesta una lapide bilingue nel cortile interno del castello: aveva 88 anni.


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Fa' subito quello che ti ha ordinato Don Bosco, altrimenti questa è l'ultima Messa che celebri!

(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


Non si può omettere un caso di bilocazione, che quasi tutti i biografi riportano. Il Salesiano Don Branda, Direttore dell'Istituto di Sarrià, nella Spagna, era a letto, nella notte del 6 Febbraio 1886. Durante il sonno sentì chiamarsi: - Don Branda! Don Branda!  Era la voce di Don Bosco, il quale stava a Torino. Il Direttore aprì gli occhi e, quantunque piena notte, vide la camera illuminata a giorno. La voce continuò: - Ora tu non dormi! Alzati, dunque! Don Branda si alzò, si vestì, rimosse la tendina del letto e scorse nel mezzo della camera Don Bosco. Gli si avvicinò e gli prese la mano per baciarla. Don Bosco gli disse: - Vieni con me, conducimi a visitare la casa. Ti farò vedere cose, delle quali tu nemmeno sospetti. Eppure sono cose che fanno spavento.  Don Branda, prese le chiavi delle camerate ed uscito con Don Bosco dalla sua stanza, salì le scale ed entrò con lui nei dormitori. Il Santo gli indicò tre giovani. - Vedi questi tre infelici? Li ha guastati uno che tu non crederesti, se non fossi venuto io a dirtelo; e sono venuto perché c'era bisogno che io ti svelassi questo mistero d'iniquità. Tu te ne sei fidato, tu lo credi buono,... e tale sembra all'esterno. È il tizio...  e disse nome e cognome. Il Direttore sbalordì ad udire quel nome. Don Bosco continuò:  - Mandalo subito via dall'Istituto! Usciti dalle camerate, fecero un giro per tutta la casa. Scale, stanze, cortili, s'illuminavano a giorno al passaggio di Don Bosco. Si ritornò nella camera di Don Branda. Qui in un angolo, apparvero i tre poveri giovani nell'atto di nascondersi, per sfuggire alla vista di Don Bosco; avevano il volto ributtante; vicino ad essi stava colui che li aveva scandalizzati. La fisionomia di Don Bosco divenne terribilmente severa; poi con un tono di voce schiacciante gridò: - Scellerato, sei tu che rubi le anime al Signore! La tua colpa è enorme e tu l'hai continuata per mesi e mesi e l'hai sempre taciuta in confessione!  Poi ripetè al Direttore: - Manda via costoro! Don Branda osservò: Io non so come fare a mandarli e quali ragioni addurre. Don Bosco non disse altro e si mosse per uscire dalla stanza. In quel momento sparve la luce. Il Direttore rimase solo al buio, accese il lume e vide che l'orologio segnava le ore quattro. Era assai turbato e non ritornò a letto. Lungo il giorno studiava come rimediare all'inconveniente dell'Istituto, ma non sapeva decidersi a mandare quei giovani. Tutto questo, come si è detto sopra, avveniva nella Spagna. Don Bosco l'indomani dell'apparizione, stando a Torino, disse a Don Rua: Questa notte ho fatto una visita a Don Branda. Scrivigli una lettera e domandagli se ha eseguito i miei ordini. Don Rua mandò la lettera, ma Don Branda non si risolveva ad allontanare i giovani. Passati cinque giorni dall'apparizione, mentre Don Branda era al principio della Messa e stava per salire i gradini dell'Altare, fu invaso da terrore e tremore e gli risonò nell'intimo una voce misteriosa: - Fa' subito quello che ti ha ordinato Don Bosco, altrimenti questa è l'ultima Messa che celebri!  Lo stesso giorno si risolvette ad agire. Chiamati i colpevoli, si accertò di tutto e potè mandarli dall'Istituto. Dal carisma della bilocazione si rileva l'onnipotenza e l'onniscienza di Dio, che tutto vede e scruta. 


(Brano tratto da “Un prete straordinario”, di Don Giuseppe Tomaselli)

sabato 29 agosto 2015

Le virtù teologali, le virtù morali, e i doni dello Spirito Santo

Riporto un interessante scritto del dotto Padre Adolphe Tanquerey.

a) [Le virtù teologali] hanno Dio per oggetto materiale e qualche attributo divino per oggetto formale. La fede ci unisce a Dio, suprema verità, e ci aiuta a veder tutto e a tutto giudicare alla divina sua luce. La speranza ci unisce a Colui che è la sorgente della nostra felicità, sempre pronto a versare su noi le sue grazie per compiere la nostra trasformazione ed aiutarci col suo potente soccorso a fare atti di confidenza assoluta e di filiale abbandono. La carità ci eleva a Dio sommamente buono in se stesso; e, sotto il suo influsso, noi ci compiacciamo delle infinite perfezioni di Dio più che se fossero nostre, desideriamo che siano conosciute e glorificate, stringiamo con Lui una santa amicizia, una dolce familiarità e così diventiamo ognor più a lui somiglianti. Queste tre virtù teologali ci uniscono dunque direttamente a Dio.

 b) Le virtù morali, che hanno per oggetto un bene onesto distinto da Dio e per motivo l'onestà stessa di quest'oggetto, favoriscono e perpetuano questa unione con Dio, regolando le nostre azioni in modo che, non ostante gli ostacoli che si trovano dentro e fuori di noi, tendano continuamente verso Dio. Così la prudenza ci fa scegliere i mezzi migliori per tendere al nostro fine soprannaturale. La giustizia, facendoci rendere al prossimo ciò che gli è dovuto, santifica le nostre relazioni coi nostri fratelli in modo da avvicinarci a Dio. La fortezza arma l'anima nostra contro la prova e la lotta, ci fa sopportare con pazienza i patimenti e intraprendere con santa audacia le più rudi fatiche per procurare la gloria di Dio. E, poichè il piacere colpevole ce ne distoglierebbe, la temperanza modera il nostro ardore pel piacere e lo subordina alla legge del dovere. Tutte queste virtù hanno dunque per ufficio di allontanare gli ostacoli e anche di somministrarci mezzi positivi per andare a Dio.


Dei doni dello Spirito Santo.

[...]

I doni, senza essere più perfetti delle virtù teologali e specialmente della carità, ne perfezionano l'esercizio. Così il dono dell'intelletto ci fa penetrare più addentro nelle verità della fede per scoprirne i reconditi tesori e le arcane armonie; quello della scienza ci fa considerare le cose create nelle loro relazioni con Dio. Il dono del timore fortifica la speranza, staccandoci dai falsi beni di quaggiù, che potrebbero trascinarci al peccato e ci accresce quindi il desiderio dei beni celesti. Il dono della sapienza, facendoci gustare le cose divine, aumenta il nostro amore per Dio. La prudenza è grandemente perfezionata dal dono del consiglio, che ci fa conoscere, nei casi particolari e difficili, ciò che è o non è espediente di fare. Il dono della pietà perfeziona la virtù della religione, che si connette colla giustizia, facendoci vedere in Dio un padre che siamo lieti di glorificare per amore. -- Il dono della fortezza compie la virtù dello stesso nome, eccitandoci a praticare ciò che vi è di più eroico nella paziente costanza e nell'operare il bene. Infine il dono del timore, oltre che facilita la speranza, perfeziona pure in noi la temperanza, facendoci temere i castighi e i mali che risultano dall'amore illecito dei piaceri.

(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

venerdì 28 agosto 2015

I rigoristi edificano per l'inferno

Tempo fa uno dei vari sacerdoti che segue il blog mi ha scritto una lettera di sostegno.


Condivido e sostengo, caro D., quanto hai scritto [...].  A me successe la stessa cosa con un religioso di un ordine abbastanza inquadrato. Gli scrissi un paio di volte dopo averlo conosciuto per salutarlo...chiedere preghiera...etc....nessuna risposta. Poi gli scrissi per offrirgli un mese gregoriano da celebrare: mail di risposta dopo un'oretta. E rimasi un po'...disgustato.  Ma le pecore zoppe sono ovunque e bisogna pregare per aiutarle e, se si può, fare una correzione fraterna. Si, tra i preti legati o che si avvicinano alla Tradizione spesso si trovano tutti i difetti che scrivi: dal rubricismo senz'anima alle mancanze di carità. Non dimentichiamo che il buon Gesù chiamò "macellai" i preti parlando a Padre Pio già tanti anni fa...e che lo stesso S. Alfonso scrisse cose dure ai preti e vescovi.  Quel che manca è, spesso, una seria vita interiore ben impostata. Ma di chi è la colpa? Spesso nei seminari non la si riceve più. Il maligno ha saputo giocare bene le sue carte, andando alla testa per arrivare alle membra.  Avvicinarsi alla Tradizione, alla messa antica, al breviario romano, è un buon inizio per un cammino di vita sacerdotale autentica.  Mi permetto di suggeriti di consigliare, se puoi, anche ai sacerdoti di frequentare buoni istituti tradizionali nei quali trovare non solo la possibilità di conoscere la liturgia tradizionale ma anche un buon direttore spirituale, corsi di ritiro, di aggiornamento...

Ti saluto e benedico, pregando per te e le tue intenzioni.


Rev.mo don [...],
                               mi fa piacere sapere che condivide quel che ho scritto. Io penso che il nemico del genere umano stia cercando di annacquare il movimento tradizionale col farlo cadere nel “rubricismo senz'anima” o addirittura farlo sprofondare nel rigorismo neogiansenista. La battaglia che dobbiamo combattere è più o meno la stessa che combattette Sant'Alfonso Maria de Liguori a suo tempo, e cioè da un lato contro il lassismo dilagante, dall'altro contro il rigorismo. I seguaci della prima categoria sono coloro che sono attentissimi alle rubriche liturgiche, ma appena finisce la Messa si comportano in maniera poco caritatevole verso il prossimo (mi riferisco principalmente alla carità spirituale, ad esempio il consolare gli afflitti, il consigliare i dubbiosi, ecc.), senza contare il fatto che spesso si comportano in maniera mondana (ad esempio frequentando discoteche e altri pericolosi luoghi di ritrovo). I seguaci della seconda categoria sono invece i fautori di un soverchio rigore, e fanno credere quasi che si pecca in ogni cosa. Secondo Sant'Antonino e Sant'Alfonso, i rigoristi edificano per l'inferno, perché inducono i fedeli a commettere dei peccati mortali. Ecco le testuali parole del Patrono dei Confessori e dei Moralisti: «Io non so capire come debba solamente farsi scrupolo d’insegnar le sentenze troppo benigne e non anche le troppo rigorose che illaqueano le coscienze de’ Penitenti e, come parla S. Antonino, aedificant ad gehennam, cioè per lo smoderato rigore son causa della dannazione di molti, che, credendosi obbligati a seguire tali sentenze, non seguendole poi, miseramente si perdono». Faccio un esempio: un rigorista afferma che maledire i morti sia peccato grave, mentre Sant'Alfonso diceva che ordinariamente è peccato veniale. Dunque, se una persona non esperta in Teologia Morale crede, anche se non è vero, che maledire i morti sia colpa grave, pecca davvero gravemente se poi lo fa.

Insomma, la battaglia da combattere è cercare di spiritualizzare il movimento tradizionale prendendo come modelli San Francesco di Sales, Sant'Alfonso Maria de Liguori, San Leopoldo Mandic e tutti i santi, non quei personaggi le cui opere non edificano nessuno.

Approfitto dell'occasione per porgerle i miei più cordiali saluti in Cristo Re e Maria Regina,

Cordialiter

giovedì 27 agosto 2015

Il pauperismo di certi parrocchiani...

Anni fa una giovane lettrice del blog mi disse di essere rimasta stupita nel sentire alcuni suoi amici che frequentavano la sua parrocchia, criticare aspramente Papa Benedetto XVI a causa delle "ricchezze della Chiesa"...

Cara sorella in Cristo, 
                                       ti confesso che non sono affatto stupito nel sapere che ci sono dei cristiani che criticano aspramente il Papa a causa delle "ricchezze" del Vaticano. A dir la verità quando avevo più o meno la tua età anche io la pensavo come loro, ma in seguito ho compreso che sbagliavo. Ad esempio pensavo che i preti dovessero vendere i calici d'oro, ma leggendo una biografia di San Francesco rimasi sorpreso nel venire a conoscenza che lui che considerava il denaro "sterco del demonio" voleva invece che le pissidi e i vasi sacri fossero preziosi. Insomma l'umiltà e la povertà dobbiamo applicarla a noi stessi, non al culto divino. Don Bosco viveva poveramente, ma le chiese che ha costruito sono belle, maestose, ricche di marmi e opere d'arte. Ciò significa che non dobbiamo fare i tirchi con Dio. Del resto, quando una chiesa è bella, è più facile elevare l'animo a Dio, mentre quando una chiesa è brutta, spoglia, simile a un capannone industriale o a una sala condominiale, è più difficile raccogliere l'animo. Sant'Alfonso pur essendo vescovo viveva volontariamente in maniera povera e con le sue sostanze aiutava i poveri bisognosi, ma non depredò mai i beni della diocesi, perché essi servivano al culto divino, e poi non appartenevano a lui ma alla Chiesa, e sarebbero serviti anche alle generazioni future. Se i vescovi vendessero le chiese storiche piene di opere d'arte preziose, di certo non si risolverebbe la piaga della povertà nel mondo. Gesù ha detto che i poveri li avremo sempre con noi. La Chiesa fa tanto per i poveri, ma coloro che la criticano cosa fanno per loro? Vivono forse poveramente come san Francesco e danno i propri beni ai bisognosi? È facile criticare il Papa, ma i suoi denigratori che esempio danno? Purtroppo, è difficile far capire queste cose a certe persone. Invece di vedere la vita sfarzosa e il cattivo esempio che danno certi preti e vescovi, dobbiamo osservare e imitare i buoni esempi che ci hanno dato i santi come san Francesco, don Bosco, padre Pio, ecc.

Per quanto riguarda la polemica sulla Chiesa "comunità-istituzione", ti confesso che non l'ho capita. Certo che la Chiesa Cattolica è la società o congregazione (se loro vogliono possono usare il sinonimo di "comunità") dei cristiani che credono la stessa fede e obbediscono al Papa, ma non si tratta di una filosofia di vita come il confucianesimo, è il Corpo Mistico di Cristo, non è un'istituzione umana, ma è un'istituzione divina. Come tutte le società (o comunità) è necessario che sia organizzata istituzionalmente e abbia una gerarchia che la governi. Se così non fosse sprofonderebbe nell'anarchia. Dunque la Chiesa è comunità ma anche istituzione visibile. Coloro che attaccano la Chiesa istituzione spesso fanno dei ragionamenti simili a quelli degli atei anticlericali. Ciò è molto pericoloso, infatti molti cristiani a furia di criticare la Chiesa hanno perso la fede. È un dramma vedere che a criticare la Chiesa non sono solo i comunisti e i progressisti di tutte le risme, ma anche molti "cattolici praticanti". Purtroppo spesso costoro cominciano col criticare le ricchezze del Vaticano, poi passano ad attaccare i dogmi e la morale (soprattutto al riguardo della sessualità), e infine terminano per abbandonare la pratica religiosa e la fede.

Spero di esserti stato di qualche utilità.

In Corde Regis,

Cordialiter

mercoledì 26 agosto 2015

Quel che deve fare un Papa secondo Sant'Alfonso

Si stava per riunire il conclave del 1774, il Cardinale Castelli chiese a Mons. Alfonso Maria de Liguori di scrivergli una lettera circa i provvedimenti che avrebbe dovuto prendere il nuovo Papa per riformare la Chiesa dilaniata dal rilassamento generale. Riporto i passi principali della lettera alfonsiana.

Amico mio e Signore, circa il sentimento che si desidera da me intorno agli affari presenti della Chiesa e circa l'elezione del Papa, che sentimento voglio dar io miserabile ignorante, e di tanto poco spirito qual sono?

Dico solo che vi bisognano orazioni e grandi orazioni; mentre, per sollevare la Chiesa dallo stato di rilassamento e confusione in cui si trovano universalmente tutti i ceti, non può darvi rimedio tutta la scienza e prudenza umana, ma vi bisogna il braccio onnipotente di Dio.

Tra' vescovi, pochi sono quelli che hanno vero zelo delle anime.

Le comunità religiose quasi tutte, e senza quasi, sono rilassate; poiché nelle religioni, nella presente confusione delle cose l'osservanza è mancata e l'ubbidienza è perduta.

Nel clero secolare vi è di peggio: onde vi è necessità precisa di una riforma generale per tutti gli ecclesiastici, per indi dar riparo alla grande corruzione de' costumi, che vi è ne' secolari.

E perciò bisogna pregar Gesù Cristo che ci dia un Capo della Chiesa, il quale, più che di dottrina e di prudenza umana, sia dotato di spirito e di zelo per l'onore di Dio, e sia totalmente distaccato da ogni partito e rispetto umano; perché se mai, per nostra disgrazia, succede un Papa che non ha solamente la gloria di Dio avanti gli occhi, il Signore poco l'assisterà, e le cose, come stanno nelle presenti circostanze, andranno di male in peggio.

Sicché le orazioni possono dar rimedio a tanto male, con ottenere da Dio che egli vi metta la sua mano e dia riparo.

[…] Bramerei primieramente che il Papa venturo (giacché ora mancano molti Cardinali che si han da provvedere) scegliesse, fra quelli che gli verranno proposti, i più dotti e zelanti del bene della Chiesa, ed intimasse preventivamente a' Principi, nella prima lettera in cui darà loro parte della sua esaltazione, che, quando gli domanderanno il Cardinalato per qualche lor favorito, non gli proponessero se non soggetti di provata pietà e dottrina; perché altrimenti non potrà ammetterli in buona coscienza.

Bramerei inoltre che usasse fortezza in negare più benefizi a coloro che stanno già provveduti de' beni della Chiesa, per quanto basta al lor mantenimento secondo quel che conviene al loro stato. Ed in ciò si usasse tutta la fortezza avverso gl'impegni che s'affacciano.

Bramerei, di più, che s'impedisse il lusso nei prelati, e perciò si determinasse per tutti (altrimenti a niente si rimedierà) si determinasse, dico, il numero della gente di servizio, giusta ciò che compete a ciascun ceto de' prelati: tanti camerieri e non più; tanti servitori e non più; tanti cavalli e non più; per non dare più a parlare agli eretici.

Di più! che si usasse maggior diligenza nel conferire i benefizi solamente a coloro che han servito la Chiesa, non già alle persone particolari.

Di più, che si usasse tutta la diligenza nell'eleggere i vescovi (da' quali principalmente dipende il culto divino e la salute dell'anime) con prendersi da più parti le informazioni della loro buona vita e dottrina necessaria a governare le diocesi; e che, anche per quelli che siedono nelle loro chiese, si esigesse da' metropolitani e da altri, segretamente, la notizia di quei vescovi, che poco attendono al bene delle loro pecorelle.

Bramerei ancora che si facesse intendere da per tutto che i vescovi trascurati, e che difettano o nella residenza o nel lusso della gente che tengono al lor servizio, o nelle soverchie spese di arredi, conviti e simili, saranno puniti colla sospensione o con mandar vicari apostolici a riparare i loro difetti; con darne l'esempio da quando in quando, secondo bisogna.

Ogni esempio di questa sorta farebbe stare attenti a moderarsi tutti gli altri prelati trascurati.

[…] Sovra tutto desidererei che il Papa riducesse universalmente tutti i religiosi all'osservanza del loro primo Istituto, almeno nelle cose più principali.

Or via, non voglio più tediarla. Altro noi non possiamo fare che pregare il Signore, che ci dia un Pastore pieno del suo spirito, il quale sappia stabilir queste cose da me così accennate in breve, secondo meglio converrà alla gloria di Gesù Cristo.

E con ciò le fo umilissima riverenza, mentre con tutto l'ossequio mi protesto

Di V. S. Illma Devmo ed obblmo servo vero

Alfonso Maria, vescovo di Sant'Agata de Goti

martedì 25 agosto 2015

Sostenere le vocazioni sacerdotali

Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli (1902-1989)

Eravamo coetanei e compagni di banco nella quinta ginnasiale. Ci amavamo davvero e ci esortavamo entrambi al bene. Nel mio compagno spiccava la bontà di animo e l'intelligenza.
Prima di entrare nel liceo, egli manifestò ai genitori la sua decisione: Voglio divenire Prete.
- Figlio, che cosa dici? ... Non parlare di queste cose! Tu sei l'unico figlio; dovrai ereditare tutti i nostri beni e noi siamo ricchi! ... Devi studiare per avvocato! Ti farai un nome! Noi ci teniamo ad avere un figlio che ci onori la casa! -
Il mio amico lottò diversi mesi; ma invano. Alla fine depose il pensiero di essere Prete.
Sventurati genitori! Ricordo voi e ricordo anche l'interessamento di parecchi zelanti Sacerdoti e dello stesso Arcivescovo di Catania! Voi, genitori, volevate togliere a Dio il vostro figliuolo! Credevate di poter scherzare con Dio! ... Chi prima non pensa, in ultimo sospira! E forse voi, padre e madre senza coscienza, ancora piangete la perdita dell'unico figlio!
Il caro amico superò felicemente il corso liceale ed entrò nell'università. Una malattia lo colpi e lo tenne sei mesi inchiodato a letto; nessuna speranza di guarigione.
- Ah, esclamava spesso, il castigo di Dio è sul mio capo! - Quante lacrime e quanto rimorso! Rinfacciava ai suoi genitori la loro condotta e concludeva:
- Se io riuscirò a rimettermi in salute, subito indosserò la veste chiericale e mi dirigerò al Sacerdozio! -
Un giorno prima di morire diceva al Sacerdote che l'assisteva: Per carità, mi si accontenti! Vestitemi ora stesso con quell'abito, che avrei dovuto portare da parecchi anni! ... O Dio, perdonami il torto che ti ho fatto, mancando alla mia vocazione! Perdona mio padre e mia madre!... -
L'indomani l'ex-compagno mio era cadavere.
I genitori negarono a Dio il loro figlio e Dio lo rapì. Quanti esempi del genere si potrebbero riportare!


L'orfanello.

- Mamma, voglio studiare per Prete! 
- Sì, figlio mio! Non preoccuparti se il padre ti lasciò orfano a due anni ed io ti ho tirato su fino ad oggi. Così farò in avvenire.
- Intanto il fratello maggiore non vuole e spesso mi batte. Tutto ciò mi fa piangere!
- C'è tua madre a prendere le difese! -
Iddio aveva messo nel cuore del ragazzo il seme della vocazione al Sacerdozio. La madre metteva ogni studio per custodire il figlioletto e lo esortava sempre alla preghiera.
- Signora, diceva un giorno un Reverendo, vostro figlio è una perla ed un portento di memoria e d'intelligenza! Bisogna farlo studiare per Sacerdote! 
- Siamo poveri!
- Gl'impartirò io le lezioni, gratuitamente! -
I primi anni di studio, passarono tra i libri, la zappa e altri lavori di campagna e poi il giovanetto si dedicò completamente allo studio. Dopo entrò nel Seminario. E come pagare la retta? La povera madre lavorava ed appena poteva vivere. Si rivolse alla carità dei buoni. Chi le dava un po' di lana, chi un mucchietto di fagioli, chi qualche offerta ... Ciò che riceveva, le serviva per le spese del figlio seminarista. Così parecchi e parecchi anni. Alla fine spuntò il giorno dell'Ordinazione Sacerdotale. Che gioia per il giovane e per la mamma!

Quel Prete ... è San Giovanni Bosco! Se il piccolo Giovanni si fosse lasciato intimorire dalle minacce del fratello maggiore o se la madre sua avesse perduto il coraggio davanti alle strettezze finanziarie, avrebbe avuto la Chiesa ed il mondo intero un astro così luminoso?... Fortunati coloro che, disposti dalla Provvidenza, vennero in aiuto al piccolo Giovanni Bosco, con opere di carità!... Non dimentichino la storia di Don Bosco, coloro che sono ricchi e possono disporre di borse di studio, a vantaggio dei giovani poveri che aspirano al Sacerdozio. Chi coopera alla formazione di un Sacerdote, ha una garanzia maggiore di andare in Paradiso.


(Brano tratto da “Abbasso i preti”, di Don Giuseppe Tomaselli)

   
  
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lunedì 24 agosto 2015

Ricevere la Comunione in peccato mortale

Una mia amica mi ha raccontato di aver avuto una discussione con una sua parente, la quale ha affermato erroneamente che anche se siamo in condizioni di grave peccato, è sempre meglio fare la Comunione. Ecco la mia risposta.



Cara sorella in Cristo, 
                                         leggo con interesse le tue e-mail perché non sono banali e superficiali, ma trattano argomenti importanti e profondi.

Purtroppo, oggi in giro ci sono tante persone (anche tra i sacerdoti) che affermano cose contrarie a quelle che insegna la Dottrina Cattolica. Non andare a Messa la domenica è un precetto ecclesiastico che obbliga “sub gravi”, cioè sotto pena di colpa grave (ci sono dei casi in cui si è scusati dall'andare a Messa, se vuoi te ne parlo la prossima volta). Chi senza giustificazione non va a Messa nei giorni festivi, non può prendere la Comunione senza prima confessarsi. E quando si confessa deve essere sinceramente pentito del peccato fatto, e deve anche avere il fermo proposito di non peccare più (almeno di non commettere più i peccati mortali), altrimenti l'assoluzione è invalida.

Se una persona è in peccato mortale, significa che non è in stato di grazia di Dio, quindi è un controsenso voler unirsi con Gesù nel Santissimo Sacramento nonostante non si è pentiti dei peccati mortali commessi. Oltre essere assurdo è pure un orribile sacrilegio che offende gravemente Dio. E lo Spirito Santo per mezzo di San Paolo afferma che chi mangia e beve il Corpo e Sangue di Cristo pur essendo indegno (cioè in peccato mortale), mangia e beve la propria condanna.

Molti modernisti (cioè i seguaci del modernismo, che è la sintesi di tutte le eresie) affermano di “confessarsi” direttamente con Dio. Ma Gesù ha detto chiaramente agli Apostolico che solo a chi rimetteranno i peccati, essi saranno perdonati, agli altri non saranno perdonati. Pertanto chi presume di “confessarsi” direttamente con Dio inganna se stesso.

Altri dicono erroneamente che se uno ha commesso qualche peccato mortale, è sufficiente che faccia un atto di dolore perfetto e poi può tranquillamente comunicarsi. In questo caso si tratta di una grave disobbedienza alla Legge ecclesiastica, infatti il Codice di Diritto Canonico afferma che chi vuole comunicarsi, se ha commesso un peccato mortale, deve prima confessarsi.

Insomma, è vero che un atto di dolore perfetto (cioè il pentimento di aver commesso un peccato, perché con esso si è offeso Dio che è infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, oppure perché si è stati la causa della dolorosa Passione di Cristo) rimette immediatamente un'anima in stato di grazia (se ha il proposito di confessarsi), tuttavia anche se in questo modo è tornata in grazia di Dio, deve comunque obbedire alla Legge ecclesiastica, e quindi prima di comunicarsi deve confessarsi. Essendo una Legge ecclesiastica, in teoria potrebbe essere modificata, e cioè un Papa potrebbe permettere ai fedeli di comunicarsi anche semplicemente facendo un atto di dolore perfetto (atto di contrizione), tuttavia sin quando la Legge sarà in vigore deve essere osservata. Ma nessun Papa potrà mai dire che i fedeli possono comunicarsi senza essere in stato di grazia (cioè senza nemmeno fare un atto di contrizione perfetto), perché in questo caso non si tratta di una Legge ecclesiastica, ma di una Legge stabilita direttamente dal Signore. Infatti i Pontefici possono modificare le Leggi ecclesiastiche, ma non la Legge Eterna di Dio. Per questo motivo nessun Papa può stabilire che i divorziati risposati che vivono “more uxorio” (cioè nel modo dei coniugi, che è diverso dal vivere "come fratello e sorella", ossia in castità) possono ricevere validamente l'assoluzione sacramentale (e poi fare la Comunione), infatti in questo caso non si tratta di una Legge ecclesiastica, ma di una Legge stabilita dal Signore (quella secondo cui bisogna essere sinceramente pentiti e avere il fermo proposito di non peccare più per poter avere validamente l'assoluzione sacramentale, o anche semplicemente per poter tornare in stato di grazia con un atto di contrizione).

Ci sono dei casi in cui ci si può comunicare senza aver ricevuto l'assoluzione sacramentale? Sì, ma sono rari, ad esempio i tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che se una persona si è accostata al sacerdote per ricevere la Comunione, e in quel momento si ricorda di essere in peccato mortale, può ricevere lo stesso la Comunione (perché altrimenti, se tornasse al banco, la gente capirebbe che è in peccato mortale e perderebbe la sua reputazione) ma deve necessariamente premette un atto di contrizione (dolore perfetto del peccato mortale commesso). Un altro esempio è quello di un prete che mentre sta celebrando la Messa (alla presenza di altre persone) si ricorda di essere in peccato mortale. Anche in questo caso può continuare la Messa (altrimenti potrebbe perdere la reputazione), facendo però un atto di contrizione.

Spesso sentiamo parlare dell'infinita Misericordia di Dio. Benissimo! Ma, come tu stessa hai ricordato, il Signore è anche infinitamente giusto. Voler andare in paradiso senza pentirsi dei peccati mortali commessi, è un voler burlare Dio, ma San Paolo afferma che “Deus non irridetur”, cioè Dio non si lascia prendere in giro da noi. 

In un suo scritto, Sant'Alfonso Maria de Liguori scrive “Tu dici: Dio è misericordioso! - Eppure, con tutta questa misericordia, quanti ogni giorno vanno all'inferno!". Dunque è ottima cosa parlare della misericordia del Signore, ma bisogna parlare anche della sua giustizia, altrimenti molta gente potrebbe pensare che possiamo peccare tranquillamente, tanto alla fine la faremo franca, perché Dio perdonerà tutto a tutti, mentre in realtà perdonerà tutto solo a chi si sarà sinceramente pentito, altrimenti andrebbe contro la sua giustizia.

Quando incontriamo una persona che contraddice con cocciutaggine la Dottrina Cattolica, non sempre è facile rimanere sereni senza alterarsi. San Francesco di Sales in gioventù aveva un carattere tendente alla collera, ma con la grazia di Dio riuscì a dominare questa cattiva tendenza e divenne il “santo della dolcezza”, perché usava con tutti (anche coi suoi subordinati) dei modi cordiali, affabili, dolci, amorevoli, ecc. Lui era vescovo, pertanto doveva correggere gli sbagli fatti dai suoi subordinati, ma lo faceva con tanta dolcezza che riusciva a catturare i cuori, cioè la gente gli obbediva non per timore di essere rimproverata da lui, ma perché si lasciava convincere dalla sua dolcezza e carità fraterna.

Chi ama Gesù ama la dolcezza. Lo spirito di dolcezza è proprio di Dio. L'anima che ama Dio ama anche tutti coloro che sono amati da Dio, pertanto cerca volentieri di soccorrere, consolare e contentare tutti, per quanto gli è possibile. Dice San Francesco di Sales: “L'umile dolcezza è la virtù delle virtù che Dio tanto ci ha raccomandata; perciò bisogna praticarla sempre e dappertutto.” Questa dolcezza bisogna praticarla specialmente coi poveri, i quali ordinariamente, poiché son poveri, son trattati aspramente dagli uomini. Non vi è cosa che tanto edifichi il prossimo, quanto la caritatevole benignità nel trattare. I santi ordinariamente avevano il sorriso sulle labbra e il loro volto spirava benignità, accompagnata dalle parole e dai gesti. Oh quanto si ottiene più con la dolcezza che con l'asprezza! L'affabilità, l'amore e l'umiltà catturano i cuori delle persone.

Sono molto contento di sapere che i pensieri di Padre Felice Maria Cappello ti sono piaciuti molto e che hai deciso di imparare a memoria e ripetere ogni giorno il seguente proposito: "Devo essere vittima di amore: Amare Gesù: ecco lo scopo della mia vita. Ogni parola, ogni passo, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni respiro, dev'essere un atto di purissimo amore. Vivere e morire di amore per Gesù: ecco il mio ideale".

Carissima in Cristo, se questo proposito diventerà il tuo programma di vita, sarai felice già su questa Terra, e ancora di più dopo la morte.

Ci sono tante altre cose spirituali di cui vorrei parlarti, ma non voglio abusare della tua pazienza (questa lettera è già abbastanza lunga). Tuttavia, se in futuro vorrai scrivermi per dialogare su argomenti spirituali, soprattutto quando ti sentirai sconfortata o avrai qualche dubbio da chiarire, sarò lieto di risponderti. Per me è una grande gioia coltivare amicizie spirituali con persone che vogliono amare e servire Cristo Redentore.

Ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria,

Cordialiter