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domenica 25 gennaio 2015

Come ottenere la scienza necessaria alla direzione delle anime

Riporto un interessante scritto che potrebbe interessare molto i numerosi sacerdoti e seminaristi che seguono il blog.


Per acquistare la scienza necessaria alla direzione delle anime si richiedono tre condizioni: un Manuale, la lettura dei grandi maestri, la pratica.

A) Lo studio d'un Manuale [di ascetica, ndr]. Le letture spirituali che si fanno in un seminario, la pratica della direzione, e specialmente l'acquisto progressivo delle virtù aiutano certamente molto il seminarista a formarsi alla direzione delle anime. Ma pure ci vuole anche lo studio d'un buon Manuale. 1) Le letture spirituali sono anzitutto un esercizio di pietà, una serie d'istruzioni, di consigli e d'esortazioni sulla vita spirituale, ed è ben raro che vi si trattino in modo metodico e completo tutte le questioni di spiritualità. 2) In ogni caso, se i seminaristi non hanno un Manuale, a cui possano logicamente riferire i vari consigli che lor si danno, e che possano rileggere di quando in quando, presto dimenticheranno ciò che hanno inteso e mancheranno della competente scienza. Ora questa scienza è una di quelle che il giovane clero deve acquistare in Seminario, come ben disse Pio X: "Scientiam pietatis et officiorum quam asceticam vocant". 39-1

40.   B) Lo studio approfondito dei Maestri spirituali, specialmente degli autori canonizzati, o di quelli, che senza essere tali, sono vissuti da santi. a) Al loro contatto, infatti, il cuore si riscalda, l'intelligenza, illuminata dalla fede, percepisce più chiaramente e gusta meglio che in un libro didattico i grandi principii della vita spirituale, e la volontà, sorretta dalla grazia, è stimolata alla pratica delle virtù così vivamente descritte da coloro che vi si sono valorosamente esercitati. Aggiungendovi la lettura delle vite dei santi, si capirà anche meglio perchè e come si devono imitare, e l'irresistibile efficacia dei loro esempi darà nuova forza ai loro insegnamenti: "Verba movent, exempla trahunt".

b) Questo studio, cominciato in Seminario, dovrà continuare e perfezionarsi nel ministero: la direzione delle anime lo renderà più pratico; come un buon medico non cessa di perfezionare i suoi studi con la pratica dell'arte e l'arte con nuovi studi, così un savio direttore darà compimento alle sue cognizioni teoriche con la direzione delle anime, e all'arte della direzione con nuovi studi riguardanti i bisogni speciali delle anime a lui affidate.

41.   C) La pratica delle virtù cristiane e sacerdotali sono sotto il savio stimolo d'un direttore. Per ben capire la varie tappe della perfezione, non c'è mezzo più efficace che percorrerle da sè stesso; infatti, la miglior guida attraverso le montagne non è forse colui che le ha percorse egli stesso in tutti i sensi? E quando si è stati ben diretti, si è, a parità di condizioni, più atti a dirigere gli altri, perchè si è visto per esperienza come si applicano le regole nei casi particolari.

Combinando queste tre condizioni, si studierà la Teologia ascetica con molto profitto per sè e per gli altri.

42.   Soluzione di alcune difficoltà. A) Si rimprovera talvolta all'Ascetica di falsare le coscienze, mostrandosi molto più esigente della Morale e chiedendo alle anime una perfezione inattuabile. Questo rimprovero sarebbe fondato se essa non distinguesse tra precetto e consiglio, tra le anime chiamate ad un'alta perfezione e quelle che non lo sono. Ora non è così: pur spingendo le anime elette verso altezze inaccessibili ai cristiani ordinari, non dimentica la differenza che passa tra precetto e consiglio, tra le condizioni essenziali per salvarsi e quelle che sono richieste per la perfezione; ma sa pure che, per osservar bene i comandamenti, bisogna osservare pure alcuni consigli.

43.   B) Viene accusata di favorire l'egoismo, a tutto anteponendo la propria santificazione. -- Ma Nostro Signore stesso c'insegna che la salvezza dell'anima nostra dev'essere il nostro primo pensiero: Quid enim prodest homini si mundum universum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur? 43-1 Nulla v'è d'egoistico in questo; perchè una delle condizioni essenziali per salvarsi è la carità verso il prossimo, la quale si manifesta tanto con le opere corporali quanto con le spirituali; e la perfezione vuole che si ami il prossimo al punto da sacrificarsi per lui, come fece Gesù per noi. Se questo è egoismo, è un egoismo poco temibile.

C) Si insiste: l'Ascetica spinge le anime alla contemplazione e quindi le distoglie dalla vita attiva. -- Bisogna assolutamente ignorare la storia, per affermare che la contemplazione nuoce all'azione: "I veri mistici, dice il signor De Montmorand, sono persone di pratica e di azione, non di ragionamento e di teoria. Hanno il senso dell'organizzazione, il dono del comando, e si palesano pieni di ottime doti per gli affari. Le opere che essi fondano sono vitali e durevoli; nella concezione e nella direzione delle loro imprese, danno prova di prudenza e di arditezza, e di quella giusta stima delle possibilità che costituisce il buon senso. Difatti sembra appunto che il buon senso sia la loro dote principale: un buon senso che non è turbato da alcuna esaltazione morbosa nè da alcuna immaginazione disordinata, al quale s'aggiunge anzi una rara potenza di discernimento." Non abbiamo forse visto, leggendo la storia della Chiesa, che la maggior parte dei santi che hanno scritto intorno alla vita spirituale erano nello stesso tempo uomini di scienza e d'azione? [...] La contemplazione non soltanto non è di ostacolo all'azione, ma la illumina anzi e la dirige.

Nulla dunque è più nobile, più importante, più utile della Teologia ascetica ben compresa.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

sabato 24 gennaio 2015

Disposizioni per trar profitto dalla comunione

Avendo l'Eucaristia per fine d'unirci a Gesù e a Dio in modo intimo, trasformante e permanente, tutto ciò che fomenterà quest'unione, nella preparazione o nel ringraziamento, ne intensificherà i lieti effetti.

a) La preparazione sarà quindi una specie d'unione anticipata a Nostro Signore. Si suppone che l'anima sia già unita a Dio con la grazia santificante, altrimenti la comunione sarebbe un sacrilegio. Ciò posto, la preparazione abbraccerà almeno queste tre cose:

1) Anzitutto l'adempimento più perfetto di tutti i doveri del nostro stato in unione con Gesù e per piacere a Lui. Non è forse questo infatti il mezzo migliore per attirare in noi Colui la cui vita si compendia nell'ubbidienza filiale al Padre a fine di piacergli? "Quæ placita sunt ei facio semper" [...].

2) Una sincera umiltà, fondata da un lato sulla grandezza e sulla santità di Nostro Signore e dall'altro sulla nostra bassezza e indegnità: "Domine, non sum dignus..." Questa disposizione fa, per così dire, il vuoto nell'anima nostra, sgombrandola dall'egoismo, dall'orgoglio, dalla presunzione; ora è proprio nel vuoto di sè che si opera l'unione con Dio; quanto più ci vuotiamo di noi stessi, tanto meglio prepariamo l'anima a lasciarsi prendere e possedere da Dio.

3) A questa umiltà terrà dietro un desiderio ardente d'unirsi al Dio dell'Eucaristia: sentendo vivamente la nostra impotenza e la nostra povertà, sospireremo a Colui che solo può fortificare la nostra debolezza, arricchirci dei suoi tesori e riempire il vuoto del nostro cuore. Or questo desiderio, dilatandoci l'anima, la spalancherà a Colui che desidera dare tutto se stesso a noi: "Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum".

b) Il migliore ringraziamento sarà quello che prolungherà la nostra unione con Gesù.

1) Principierà dunque con un atto di silenziosa adorazione, d'annientamento, e di intiera donazione di noi stessi a Colui che, essendo Dio, si dà interamente a noi: "Adoro te devote, latens deitas... Tibi se cor meum totum subjicit". In unione con Maria, la più perfetta adoratrice di Gesù, ci annienteremo davanti alla Maestà divina, per benedirla, lodarla, ringraziarla, prima il Verbo Incarnato e poi, con Lui e per Lui, la SS. Trinità. "Magnificat anima mea Dominum... fecit mihi magna qui potens est, et sanctum nomen ejus". Nulla fa meglio penetrar Gesù nel più intimo dell'anima nostra quanto quest'atto di annientamento di noi stessi; povere creature, è questo per noi il modo di darci a Colui che è tutto. Gli daremo tutto ciò che v'è di buono in noi, e sarà una restituzione perchè tutto viene da lui e non cessa d'appartenergli; offriremo pure le nostre miserie, perchè le consumi nel fuoco dell'amor suo e vi sostituisca le sue così perfette disposizioni. Quale mirabile cambio!

2) Vengono allora i dolci colloqui tra l'anima e l'ospite divino: "Loquere, Domine, quia audit servus tuus... Da mihi intellectum ut sciam testimonia tua. Inclina cor meum in verba oris tui" ... Si ascolta attentamente il Maestro, l'Amico; gli si parla rispettosamente, semplicemente, affettuosamente. Si apre l'anima alle comunicazioni divine; perchè è questo il momento in cui Gesù fa passare in noi le sue disposizioni interiori e le sue virtù; bisogna non solo riceverle ma attirarle, assaporarle, assimilarsele: "Os meum aperui et attraxi spiritum". Onde poi questi colloqui non degenerino in abitudine, è bene variare, se non ogni giorno almeno ogni tanto, l'argomento della conversazione, prendendo ora una virtù ora un'altra, meditando adagino qualche parola del Vangelo, e supplicando Nostro Signore di volercela far ben capire, gustare e praticare.

3) Non dimentichiamo di ringraziarlo dei lumi che si degna, per grazia sua, di comunicarci, dei pii affetti, come pure delle oscurità e delle aridità in cui ci lascia ogni tanto; cogliamo anzi l'occasione da quest'ultime per umiliarci, per riconoscerci indegni dei divini favori, e per aderire più frequentemente con la volontà a Colui che, anche nelle aridità, non cessa di far passare in noi, in modo segreto e misterioso, la sua vita e le sue virtù. Supplichiamolo di prolungare in noi la sua azione e la sua vita: "O Jesu, vivens in Mariâ, veni et vive in famulis tuis"; di ricevere, per trasformarlo, quel poco di bene che è in noi: "Sume, Domine, et suscipe omnem meam libertam...".

4) Offriamoci pronti a fare i sacrifici necessari per riformare e trasformare la nostra vita, specialmente su quel tal punto particolare; consapevoli della nostra debolezza, chiediamo istantemente la grazia di compiere questi sacrifizi. È questo un punto capitale, dovendo ogni comunione esser fatta allo scopo di progredire in una speciale virtù.

5) È questo pure il momento di pregare per tutte le persone che ci sono care, per tutti i grandi interessi della Chiesa, secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, per i Vescovi, i sacerdoti. Non temiamo di rendere la nostra preghiera universale quanto più è possibile: è questo in sostanza il miglior mezzo d'essere esauditi.

Infine si termina chiedendo a Nostro Signore, con una formola o con un'altra, la grazia di restare in lui come egli resta in noi e di fare tutte e ciascuna delle nostre azioni in unione con lui, in spirito di ringraziamento. Si affida a Maria quel Gesù da lei così ben custodito, perchè ci aiuti a farlo crescere nel nostro cuore; e così, riconfortati dalla preghiera, si passa al lavoro.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)


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venerdì 23 gennaio 2015

Gesù Cristo ha tanti nemici



Come mai Gesù ha ancora tanti nemici? Il perché è uno solo: perché è sempre vivo. Nessuno, oggi combatte Giove o Minerva oppure Cesare e Alessandro Magno.

(Pensiero di Padre Mariano)

Della Comunione come mezzo di santificazione

A) Gli effetti. L'Eucaristia, come sacramento, produce direttamente in noi per sua propria virtù, ex opere operato, un aumento di grazia santificante. Infatti è stata istituita per essere cibo dell'anima nostra: "Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus"; i suoi effetti sono dunque simili a quelli del nutrimento materiale: sostiene, aumenta e ripara le forze spirituali, causandoci una letizia che, se non è sempre sensibile, è per altro reale. Gesù stesso è il nostro alimento, l'intiero Gesù, il suo corpo, il suo sangue, la sua anima, la sua divinità. Si unisce a noi per trasformarci in lui; questa unione è insieme fisica e morale, trasformante e di sua natura permanente. Tal è la dottrina di S. Giovanni che il P. Lebreton compendia così: "Nell'Eucaristia si compie l'unione di Cristo e del fedele e la vivificante trasformazione che ne è il frutto; non si tratta solo più dell'adesione a Cristo per mezzo della fede, nè dell'incorporazione a Cristo per mezzo del battesimo; è una nuova unione realissima insieme e spiritualissima: si può per lei dire che chi aderisce al Signore non solo è con lui un solo spirito, ma anche una sola carne. È unione così intima che Gesù non teme di dire: "Come io vivo per il Padre, così colui che si ciba di me vivrà per me"; abbiamo certamente qui solo un'analogia; ma resta sempre vero che, per mantenerla, bisogna intendervi non solo un'unione morale fondata sopra una comunanza di sentimenti ma una vera unione fisica, che importa la fusione di due vite, o meglio la partecipazione del cristiano alla vita stessa di Cristo".

Studiamoci di spiegare cotesta unione.

a) È un'unione fisica. È di fede, secondo il Concilio di Trento, che l'Eucaristia contiene veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue di Gesù Cristo, con la sua anima e la sua divinità, e quindi tutto quanto Cristo. Onde, quando facciamo la comunione sacramentale, riceviamo realmente e fisicamente, nascosti sotto le sacre specie, il corpo e il sangue del Salvatore, con la sua anima e la sua divinità. Siamo quindi non solo tabernacoli ma anche pissidi ove Gesù abita e vive, ove gli angeli vengono ad adorarlo, e dove noi dobbiamo aggiungere le adorazioni nostre alle loro. Anzi c'è tra Gesù e noi una unione simile a quella che esiste tra il cibo e colui che se l'assimila; con questa differenza però che non siamo noi che trasformiamo Gesù nella nostra sostanza ma è Gesù che noi trasforma in lui: è infatti l'essere superiore che si assimila l'inferiore. È un'unione che tende a rendere la nostra carne più sottomessa allo spirito e più casta, e depone in lei un germe d'immortalità: "Et ego resuscitabo eum".

b) Su questa unione fisica viene ad innestarsi un'unione spirituale intimissima e trasformatrice. 1) È unione intimissima e santificantissima. L'anima di Gesù s'unisce alla nostra per non fare con lei che un cuore solo e un'anima sola: "cor unum et anima una". La sua immaginazione e la sua memoria, così ben regolate e così sante, s'uniscono alla immaginazione nostra e alla nostra memoria per disciplinarle e orientarle verso Dio e le cose divine, volgendone l'attività verso il ricordo dei benefici di Dio, verso l'incantevole sua bellezza e l'inesauribile sua bontà. La sua intelligenza, vero sole delle anime, ci illumina la mente con gli splendori della fede e ci fa veder tutto e tutto giudicare alla luce di Dio; tocchiamo allora con mano la vanità dei beni della terra, la follia delle massime del mondo, assaporiamo le massime evangeliche prima così oscure per noi perchè tanto contrarie ai naturali nostri istinti. La sua volontà così forte, così costante, così generosa, viene a correggere le nostre debolezze, la nostra incostanza, il nostro egoismo, comunicandoci le divine sue energie, tanto da poter dire con S. Paolo: "Io posso tutto in colui che mi fortifica: "omnia possum in eo qui me confortat". Ci pare allora che gli sforzi non ci costeranno più, che le tentazioni ci troveranno incrollabili, che la perseveranza nel bene non ci spaventi più, perchè non siamo più soli ma aderiamo a Cristo come l'edera alla quercia e ne partecipiamo quindi la fortezza. Il suo cuore, così ardente d'amore per Dio e per le anime, viene a infiammare il nostro così freddo per Dio, così tenero per le creature; come i discepoli d'Emmaus ripetiamo: "Non ci ardeva forse il cuore in petto mentre ei ci parlava? Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur in via?". Sotto l'azione di questo fuoco divino, sentiamo allora slanci quasi irresistibili verso il bene e una volontà guardinga ma ferma di far tutto, di tutto soffrire per Dio e di non rifiutargli nulla.

2) È chiaro che una cosiffatta unione è veramente trasformatrice. 1° A poco a poco i nostri pensieri, le nostre idee, le nostre convinzioni, i nostri giudizi si modificano: invece di giudicare le cose secondo le massime del mondo, facciamo nostri i pensieri e i giudizi di Gesù, amorosamente abbracciamo le massime evangeliche, e costantemente ci domandiamo: Che farebbe Gesù se fosse al mio posto? 2° Lo stesso è dei nostri desideri e dei nostri voleri; persuasi che il mondo e il nostro io hanno torto, che solo Gesù, Sapienza eterna, è nella verità, non desideriamo più che ciò che desidera lui, la gloria di Dio, la salvezza nostra e quella dei nostri fratelli; non vogliamo che ciò che vuol lui "non mea voluntas, sed tua fiat"; e anche quando questa volontà è dura per noi, l'accettiamo di gran cuore, sicuri che non mira se non al bene spirituale nostro e a quello del prossimo.

3° Il nostro cuore si libera egli pure a poco a poco del suo egoismo più o meno cosciente, delle sue affezioni naturali e sensibili, per amare ardentemente, generosamente, appassionatamente Dio e le anime guardate in Dio: non amiamo più le consolazioni divine, per quanto dolci elle siano, ma Dio stesso; non si mira più al piacere di trovarsi con quelli che si amano, ma al bene che si può lor fare. Viviamo quindi una vita più intensa e sopra tutto più soprannaturale e più divina che pel passato; non è più l'io, l'uomo vecchio che vive, pensa ed opera: è Gesù stesso, è il suo spirito che vive in noi e vivifica il nostro: "Vivo autem jam non ego, vivit vero in me Christus".

c) Questa unione spirituale si prolunga quanto vogliamo, affermando Gesù stesso: "Qui manducat meam carnem et bibit meum sanguinem, in me manet et ego in eo". Quanto a lui altro non brama che di restare eternamente in noi; da noi quindi dipende con la sua grazia, di restargli costantemente uniti.

Ma in che modo si perpetua quest'unione?

Alcuni autori pensarono, col P. Schram, che l'anima di Gesù si raccolga, a così dire, nel centro dell'anima nostra, per stabilmente rimanervi. -- Sarebbe questo un miracolo assolutamente straordinario, perchè l'anima di Gesù resta costantemente unita al suo corpo e il suo corpo sparisce con le specie sacramentali. Non possiamo quindi ammettere quest'opinione, perchè Dio non moltiplica i miracoli di tal genere senza necessità.

Ma se la sua anima umana si ritira da noi nello stesso tempo che il suo corpo, la sua divinità resta in noi finchè siamo in stato di grazia. Anzi, la sua santa umanità, unita alla sua divinità, conserva con l'anima nostra un'unione speciale. Il che può teologicamente spiegarsi nel modo seguente. Lo Spirito di Gesù o, in altri termini, lo Spirito Santo che vive nell'anima umana di Gesù, resta in noi in virtù dell'affinità speciale contratta nella comunione sacramentale con Gesù e vi opera delle disposizioni interne simili a quelle di Nostro Signore; a richiesta di Gesù, che prega continuamente per noi, ci largisce grazie attuali più copiose e più efficaci, ci preserva con cura speciale dalle tentazioni, produce in noi privilegiate impressioni, dirige l'anima nostra e le sue facoltà, ci parla al cuore, fortifica la nostra volontà, rinfiamma il nostro amore, e ci continua così nell'anima gli effetti della comunione sacramentale. Ma per godere di questi privilegi, è chiaro che bisogna vivere nel raccoglimento interiore, ascoltare attentamente la voce di Dio, ed essere pronti ad eseguirne i minimi desideri. A questo modo la comunione sacramentale si perfeziona con la comunione spirituale che ne perpetua i santi effetti.

d) Questa comunione trae seco un'unione speciale con le tre persone divine della SS. Trinità; perchè, in virtù della circumincessione (che è l'abitazione delle divine persone l'una nell'altra), il Verbo non viene solo nell'anima nostra; ci viene col Padre che continuamente lo genera nel suo seno, ci viene con lo Spirito Santo che continuamente procede dal mutuo amplesso del Padre e del Figlio: "Chi ama me, anche il Padre mio amerà lui, e verremo a lui e in lui faremo dimora". È vero che le tre divine persone sono già in noi per la grazia, ma, nel momento della comunione, vi sono per un titolo speciale: essendo noi fisicamente uniti al Verbo Incarnato, in lui e per lui esse sono unite a noi e ci amano come un prolungamento del Verbo Incarnato di cui siamo le membra. Portando Gesù nel nostro cuore, vi portiamo pure il Padre e lo Spirito Santo; la comunione è quindi un anticipato paradiso e, se avessimo viva fede, proveremmo a verità di quella parola dell'Imitazione, che essere con Gesù è il paradiso in terra: "Esse cum Jesu dulcis paradisus".




(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)

giovedì 22 gennaio 2015

Esercizi spirituale per i sacerdoti

Il 5° corso degli esercizi spirituale per i sacerdoti, organizzato dal Sodalizio Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum, si terrà a Roma dall' 8 al 14 febbraio 2015 nella Casa dei padri Passionisti al Celio, e sarà predicato da S.E.R. Mons. Vitus Huonder vescovo di Coira (Svizzera).

Gli Esercizi spirituali inizieranno coi Vespri e il canto del Veni Creator di domenica 8 alle ore 19,00 e termineranno col canto del Te Deum di sabato 14 alle ore 12,00. Si ricorda ai sacerdoti che il ritiro si svolgerà in assoluto silenzio e che è previsto indossare la veste talare o l’abito religioso. Le celebrazioni si svolgeranno secondo la sacra Liturgia latino-gregoriana. E’ necessario portare la biancheria per la celebrazione individuale della Santa Messa quotidiana: amitto, camice, cingolo, purificatoio; la cotta, la berretta e il Breviarium Romanum (ed. Vulgata) per la recita delle Ore canoniche. 

La partecipazione agli Esercizi spirituali è aperta anche ai religiosi e ai seminaristi. Quota: € 400,00 Tel. 331.2249170 - 338.7230083 - amiciziasacerdotale@gmail.com



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Elogio delle famiglie numerose

Leggere il Magistero perenne della Chiesa fa bene all'anima, perché ci si sente confermati nella fede. A tal proposito pubblico il discorso del grande Papa Pio XII ai dirigenti e rappresentanti delle associazioni delle famiglie numerose, pronunciato nella Città del Vaticano il 20 gennaio 1958.


Tra le visite più gradite al Nostro cuore annoveriamo questa vostra, diletti figli e figlie, Dirigenti e Rappresentanti le Associazioni tra le Famiglie Numerose di Roma e d'Italia. Vi è infatti nota la viva sollecitudine che Noi nutriamo verso la famiglia, di cui non trascuriamo occasione per illustrare la dignità nei suoi molteplici aspetti, per affermare e difendere i diritti, inculcare i doveri, in una parola, farne un caposaldo del Nostro pastorale insegnamento.  [...]

Ma voi non rappresentate solamente la famiglia, bensì siete e rappresentate le famiglie numerose, vale a dire, le più benedette da Dio, dalla Chiesa predilette e stimate quali preziosissimi tesori. Da queste infatti ella riceve più manifestamente una triplice testimonianza, che, mentre conferma dinanzi agli occhi del mondo la verità della sua dottrina e la rettitudine della sua pratica, ridonda, in virtù dell'esempio, a grande vantaggio di tutte le altre famiglie e della stessa civile società. Ove, infatti, si incontrino con frequenza, le famiglie numerose attestano : la sanità fisica e morale del popolo cristiano — la fede viva in Dio e la fiducia nella sua Provvidenza — la santità feconda e lieta del matrimonio cattolico.

1. Tra le aberrazioni più dannose della moderna società paganeggiante deve contarsi l'opinione di taluni che ardiscono definire la fecondità dei matrimoni una « malattia sociale », da cui le nazioni che ne sono colpite dovrebbero sforzarsi di guarire con ogni mezzo. Di qui la propaganda del cosiddetto « controllo razionale delle nascite », promossa da persone e da enti, talvolta autorevoli per altri titoli, ma, in questo, pur troppo riprovevoli. Se però è doloroso di rilevare la diffusione di tali dottrine e pratiche, anche nelle classi tradizionalmente sane, è tuttavia confortante di notare nella vostra patria i sintomi ed i fatti di una sana reazione, in campo sia giuridico che medico. 

Come è noto, la vigente Costituzione della Repubblica Italiana, per non citare che questa sola fonte, accorda, nell'articolo 31, un « particolare riguardo alle famiglie numerose », mentre la dottrina più corrente dei medici italiani si schiera sempre più in disfavore delle pratiche limitative delle nascite. Non pertanto deve stimarsi cessato il pericolo e distrutti i pregiudizi, che tendono ad asservire il matrimonio e le sue sapienti norme ai colpevoli egoismi individuali e sociali. È da deplorarsi in particolare quella stampa, che di tanto in tanto ritorna sull'argomento col manifesto intento di confondere le idee del buon popolo e trarlo in errore con fallaci documentazioni, con discutibili inchieste e perfino con dichiarazioni falsate di questo o quell'ecclesiastico. Da parte cattolica occorre insistere per diffondere la persuasione, fondata sulla verità, che la sanità fisica e morale della famiglia e della società si tutela soltanto con obbedire generosamente alle leggi della natura, ossia del Creatore, ed innanzi tutto nutrendo verso di esse un sacro ed interiore rispetto. Tutto in questa materia dipende dalla intenzione. Si potranno moltiplicare le leggi ed aggravare le pene, dimostrare con prove irrefutabili la stoltezza delle teorie limitative e i danni che dalla loro pratica derivano; ma se manca il sincero proposito di lasciare al Creatore compiere liberamente la sua opera, l'egoismo umano saprà sempre trovare nuovi sofismi ed espedienti per far tacere, se possibile, la coscienza e perpetuare gli abusi. 

Ora il valore della testimonianza dei genitori di famiglie numerose non solo consiste nel rigettare senza ambagi e con la forza dei fatti ogni compromesso intenzionale tra la legge di Dio e l'egoismo dell'uomo, ma nella prontezza ad accettare. con gioia e riconoscenza gli inestimabili doni di Dio, che sono i figli, e nel numero che a lui piace. Tale disposizione di animo, mentre libera gli sposi da intollerabili incubi e rimorsi, pone, a giudizio di autorevoli medici, le premesse psichiche più favorevoli per un sano sviluppo dei frutti propri del matrimonio, evitando nell'origine stessa delle nuove vite quei turbamenti ed angosce, che si tramutano in tare fisiche e psichiche sia nella madre che nella prole. A prescindere infatti dai casi eccezionali, sui quali avemmo altre volte occasione di parlare, la legge della natura è essenzialmente armonia, e quindi non crea dissidi e contraddizioni, se non nella misura in cui il suo corso viene turbato da circostanze per lo più anormali o dalla contrastante volontà umana. Non vi è eugenetica che sappia far meglio della natura, ed è buona solo quella che ne rispetta le leggi, dopo averle profondamente conosciute, sebbene in alcuni casi di soggetti tarati sia consigliabile di dissuaderli dal contrarre matrimonio. Del resto, sempre e dappertutto il buon senso popolare ha ravvisato nelle famiglie numerose il segno, la prova e la fonte di sanità fisica, mentre la storia non erra quando addita nella manomissione delle leggi del matrimonio e della procreazione la causa prima della decadenza dei popoli. 

Le famiglie numerose, lungi dall'essere la « malattia sociale », sono la garanzia della sanità di un popolo, fisica e morale. Nei focolari, dove è sempre una culla che vagisce, fioriscono spontaneamente le virtù, mentre esula il vizio, quasi scacciato dalla fanciullezza, che ivi si rinnova come soffio fresco e risanatore di primavera.  

Prendano dunque esempio da voi i pusillanimi e gl'ingenerosi; a voi conservi la patria gratitudine e predilezione per tanti sacrifici, che abbracciate nell'allevare ed educare i suoi cittadini; come vi è grata la Chiesa, che può per mezzo vostro ed insieme con voi presentare all'azione santificatrice del divino Spirito schiere sempre più sane e folte di anime. 

2. Nel mondo civile moderno la famiglia numerosa vale in generale non a torto come la testimonianza della fede cristiana vissuta, poiché l'egoismo, di cui parlavamo testé come massimo ostacolo alla espansione del nucleo familiare, non può validamente vincersi se non ricorrendo ai principii etico-religiosi. Anche di recente si è visto come la cosiddetta « politica demografica » non ottiene notevoli risultati, sia perché sull'egoismo collettivo, di cui essa è spesso la espressione, prevale quasi sempre l'individuale, sia perché le intenzioni ed i metodi di quella politica avviliscono la dignità della famiglia e delle persone, pareggiandole quasi a specie inferiori. Soltanto la luce divina ed eterna del cristianesimo illumina e vivifica la famiglia, in tal modo che, sia nell'origine sia nello sviluppo, la famiglia numerosa è spesso presa come sinonimo di famiglia cristiana. Il rispetto delle leggi divine le ha dato l'esuberanza della vita; la fede in Dio fornisce ai genitori il vigore necessario per affrontare i sacrifici e le rinunzie che esige l'allevamento della prole; i principi cristiani guidano e agevolano l'ardua opera di educazione; lo spirito cristiano del l'amore veglia sull'ordine e sulla tranquillità, mentre dispensa, quasi enucleandole dalla natura, le intime gioie familiari, comuni ai genitori, ai figli, ai fratelli. Anche esteriormente una famiglia numerosa ben ordinata è quasi un visibile santuario: il sacramento del Battesimo non è per essa un avvenimento eccezionale, ma rinnova più volte la letizia e la grazia del Signore. Non è ancora terminata la serie dei festosi pellegrinaggi al fonte battesimale, che comincia quella, sfavillante di pari candore, delle Cresime e delle prime Comunioni. Il più piccino dei fratelli ha appena deposto il vestitino bianco tra i più cari ricordi della vita, ed ecco fiorire il primo velo nuziale, che raccoglie ai piedi dell'altare genitori, figli e nuovi parenti. Seguiranno, come rinnovate primavere, altri matrimoni, altri battesimi, altre prime Comunioni, perpetuando, per così dire, nella casa le visite di Dio e della sua grazia. 

Ma Dio visita altresì le famiglie numerose con la sua Provvidenza, alla quale i genitori, specialmente poveri, danno aperta testimonianza, riponendo in lei ogni loro fiducia, quando non bastasse la umana industria. Fiducia ben fondata e non vana! 

Provvidenza - per esprimerCi con concetti e parole umane - non è propriamente l'insieme di atti eccezionali della divina clemenza; ma il risultato ordinario dell'azione armoniosa della infinita sapienza, bontà e onnipotenza del Creatore. Dio non nega i mezzi di vivere a chi chiama alla vita. Il divino Maestro esplicitamente insegnato che « la vita vale più del nutrimento, e il corpo più del vestito » (cfr. Matth. 6, 25). Se singoli episodi piccoli e grandi, talora sembrano provare il contrario, è segno che qualche impedimento è stato opposto dall'uomo alla esecuzione dell'ordine divino, oppure, in casi eccezionali, prevalgono superiori disegni di bontà; ma la Provvidenza è una realtà, una necessità di Dio Creatore. Senza dubbio, non dalla disarmonia od inerzia della Provvidenza, bensì dal disordine dell'uomo — particolare dall'egoismo e dall'avarizia — è sorto e si mantiene ancora insoluto il cosiddetto problema della sovrappopolazione della terra, in parte realmente esistente, in parte irragionevolmente temuto come imminente catastrofe dalla moderna società. Con il progresso della tecnica, con la facilità dei trasporti, con le nuove fonti di energia, di cui si è appena cominciato a raccogliere i frutti, la terra può promettere prosperità a tutti coloro che ospiterà, ancora per molto tempo. 

[...] La sovrappopolazione non è dunque una valida ragione per diffondere le illecite pratiche del controllo delle nascite, bensì il pretesto per legittimare l'avarizia e l'egoismo, sia di quelle nazioni che temono dalla espansione delle altre un pericolo alla propria egemonia politica e l'abbassamento del tenore di vita, sia degli individui, specialmente dei più forniti di mezzi di fortuna, che preferiscono il più largo godimento dei beni terreni al vanto ed al merito di suscitare nuove vite. Si giunge in tal modo ad infrangere le leggi certe del Creatore col pretesto di correggere gli immaginari errori della di lui Provvidenza. Sarebbe invece più ragionevole ed utile che la società moderna si applicasse più risolutamente e universalmente a correggere la propria condotta, rimuovendo le cause della fame nelle « zone depresse » o sovrappopolate, mediante un più attivo uso a scopi di pace delle moderne scoperte, una più aperta politica di collaborazione e di scambio, una più lungimirante e meno nazionalistica economia; soprattutto reagendo alle suggestioni dell'egoismo con la carità, dell'avarizia con applicazione più concreta della giustizia. Dio non chiederà conto agli uomini del generale destino della umanità, che è di sua spettanza; ma dei singoli atti da loro voluti in conformità o in dispregio dei dettami della coscienza. 

Quanto a voi, genitori e figli di famiglie numerose, continuate a prestare con serena fermezza la vostra testimonianza di fiducia nella divina Provvidenza, certi che ella non mancherà di ricambiarla con la testimonianza della sua quotidiana assistenza, e, se fosse necessario, con straordinari interventi, dei quali molti di voi hanno felice esperienza. 

3. Ed ora qualche considerazione sulla terza testimonianza, atta a rinfrancare i pavidi e ad accrescere in voi il conforto. Le famiglie numerose sono le aiuole più splendide del giardino della Chiesa, nelle quali, come su terreno favorevole, fiorisce la letizia e matura la santità. Ogni nucleo familiare, anche il più ristretto, è nelle intenzioni di Dio un'oasi di spirituale serenità. Ma vi è una profonda differenza: dove il numero dei figli non supera di molto il singolare, là quell'intimo sereno, che ha valore di vita, porta in sé un qualcosa di melanconico e di smorto; è di più breve durata, forse più incerto, spesso offuscato da timori e da segreti rimorsi. Diversa è, invece, la serenità di spirito nei genitori circondati da una rigogliosa fioritura di giovani vite. Il gaudio, frutto della sovrabbondante benedizione di Dio, irrompe con mille espressioni, con stabile e sicura perennità. Sulla fronte di questi padri e madri, benché gravata da pensieri, non vi è traccia di quell'ombra interiore, rivelatrice di ansie di coscienza o del timore di un irreparabile ritorno alla solitudine. La loro giovinezza non sembra mai appassire, finché perdura nella casa il profumo delle culle, finché le pareti domestiche riecheggiano delle voci argentine dei figli e dei nipoti. Le fatiche moltiplicate e i sacrifici raddoppiati, le rinunzie a costosi svaghi, sono largamente compensati, anche quaggiù, dalla copia inesauribile di affetti e di dolci speranze, che assediano i loro cuori, senza tuttavia opprimerli nè stancarli. E le speranze diventano presto realtà dal momento che la più grandicella delle figliuole comincia a prestare alla madre la sua opera nell'accudire l'ultimo nato; il giorno in cui il primogenito rientra per la prima volta, raggiante, col suo primo guadagno. Quel giorno sarà benedetto in modo particolare dai genitori, che ormai vedono scongiurato lo spettro di una possibile squallida vecchiaia e assicurato il compenso ai loro sacrifici. I numerosi fratelli, alla loro volta, ignorano il tedio della solitudine ed il disagio dell'essere costretti a vivere tra i più grandi. È vero che la loro numerosa compagnia può trasformarsi talora in fastidiosa vivacità, e i loro dissensi in passeggere tempeste; tuttavia, quando queste sono superficiali e di breve durata, concorrono efficacemente alla formazione del carattere. I fanciulli delle famiglie numerose si educano quasi da sé alla vigilanza ed alla responsabilità dei loro atti, al mutuo rispetto ed aiuto, all'apertura di animo e alla generosità. La famiglia è per essi il piccolo mondo di prova, prima che si affronti quello esterno, più arduo ed impegnativo. 

Tutti questi beni e pregi assumono maggiore consistenza, intensità e fecondità, allorché la famiglia numerosa pone a proprio fondamento e norma lo spirito soprannaturale del Vangelo, che tutto trasumana ed eterna. In questi casi, agli ordinari doni di provvidenza, di letizia, di pace, Iddio aggiunge spesso, come l'esperienza dimostra, le chiamate di predilezione, vale a dire, le vocazioni al sacerdozio, alla perfezione religiosa e alla stessa santità. Più volte, e non a torto, si è voluto mettere in risalto la prerogativa delle famiglie numerose nell'essere culle di santi; si citano, tra tante, quella di S. Luigi Re di Francia composta da dieci figli, di S. Caterina da Siena da venticinque, di S. Roberto Bellarmino da dodici, di S. Pio X da dieci. Ogni vocazione è un segreto della Provvidenza; ma, per quanto concerne i genitori, da questi fatti si può concludere che il numero dei figli non impedisce la loro egregia e perfetta educazione; che il numero, in questa materia, non torna a discapito della qualità, sia in rapporto ai valori fisici che a quelli spirituali. 


Una parola finalmente a voi, Dirigenti e Rappresentanti le Associazioni tra le Famiglie Numerose in Roma e in Italia. Abbiate cura d'imprimere un dinamismo sempre più vigile e fattivo all'azione che vi proponete di svolgere a vantaggio della dignità delle famiglie numerose e della loro protezione economica. Per il primo scopo conformatevi ai dettami della Chiesa; per il secondo occorre scuotere dal letargo quella parte della società non ancora aperta ai doveri sociali. La Provvidenza è una verità ed una realtà divina, che, però, si compiace di avvalersi della umana collaborazione. D'ordinario essa si muove ed accorre, se chiamata e quasi condotta con mano dall'uomo; ama nascondersi dietro l'umana operosità. Se è giusto riconoscere alla legislazione italiana il vanto delle posizioni più progredite sul terreno della tutela delle famiglie, particolarmente di quelle numerose, non bisogna nascondersi che ne esistono tuttora non poche, le quali si dibattono, senza loro colpa, tra disagi e stenti. Ebbene, la vostra azione deve proporsi di far giungere anche a queste la tutela delle leggi, e, nei casi urgenti, quella della carità. Ogni risultato positivo ottenuto in questo campo è come una solida pietra posta nell'edificio della patria e della Chiesa: è quanto di meglio si possa fare come cattolici e come cittadini. 

Invocando la divina protezione sopra le vostre famiglie e sopra quelle di tutta l'Italia, ponendole ancora una volta sotto l'egida celeste della Sacra Famiglia di Gesù, di Maria e di Giuseppe, v'impartiamo di gran cuore la Nostra paterna Apostolica Benedizione. 

mercoledì 21 gennaio 2015

Messa tridentina a Torino


S. Messa cantata in forma straordinaria

Domenica 25 gennaio 2015, ore 18:00

III Domenica dopo l'Epifania

PARROCCHIA GESU’ CROCIFISSO E MADONNA DELLE LACRIME

VIA GIAVENO 39, TORINO


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IV pellegrinaggio "Populus Summorum Pontificum".


22 - 25 ottobre 2015 
 IV pellegrinaggio straordinario internazionale "Populus Summorum Pontificum"


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Avviso da Firenze



VENERABILE CONFRATERNITA
DI S. GIROLAMO E S. FRANCESCO POVERINO

Piazza SS.ma Annunziata n. 2 - FIRENZE  

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TUTTI I VENERDÌ ALLE ORE 18,30:

PREGHIERA DI RIPARAZIONE 
AL SACRO CUORE DI GESÙ 
E SANTO ROSARIO



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Disposizioni per trar profitto dalla S. Messa

Quali sono dunque le disposizioni che dobbiamo avere per trar profitto da questo potente mezzo di santificazione? La disposizione fondamentale, che comprende tutte le altre, è di aderire con umiltà e confidenza ai sentimenti espressi dalla vittima divina, di comunicarvi, di farli nostri, adempiendo così ciò che il Pontificale vuole dai sacerdoti "Agnoscite quod agitis, imitamini quod tractatis". Al che del resto c'invita la Chiesa nella santa sua liturgia.

a) Nella messa dei catecumeni, che va fino all'Offertorio esclusivamente, ci fa entrare in sentimenti di penitenza e di contrizione (Confiteor, Aufer a nobis, Oramus te, Kyrie eleison), di adorazione e di riconoscenza (Gloria in excelsis), di ferventi petizioni (Collette) e di fede sincera (Epistola, Vangelo e Credo).

b) Viene appresso il gran dramma: 1) l'offerta della vittima all'Offertorio per la salute di tutto il genere umano, "pro nostrâ et totius mundi salute"; l'offerta del popolo cristiano in unione alla vittima principale, "in spiritu humilitatis et in animo contrito suscipiamur a te, Domine," -- seguita da una preghiera alla SS. Trinità perchè benedica ed accetti quest'offerta dell'intiero Cristo mistico. 2) Il prefazio annunzia l'azione propriamente detta, il Canone in cui si rinnova la mistica immolazione della vittima, e la Chiesa c'invita a unirci agli Angeli e ai Santi, ma principalmente al Verbo Incarnato, per ringraziare Dio, proclamarne la santità, implorarne gli aiuti per la Chiesa, pel suo capo visibile, per i suoi vescovi, per i fedeli, in particolare per quelli che vi assistono e per tutti quelli che ci sono più cari. Allora il sacerdote, entrando in comunione con la SS. Vergine, coi SS. Apostoli, coi Martiri e con tutti i Santi, si trasporta in spirito all'ultima Cena, s'identifica col Sommo Sacerdote e ripete con Lui le parole che Gesù pronunziò nel Cenacolo. Obbedendo alla sua voce, il Verbo Incarnato discende sull'altare, col suo corpo e col suo sangue, e silenziosamente adora e prega in nome suo e nostro. Il popolo cristiano si curva, adora la vittima divina, s'unisce ai suoi sentimenti, alle sue adorazioni, alle sue domande, e si studia d'immolarsi con lei, offrendo alcuni suoi piccoli sacrifici "per ipsum, et cum ipso, et in ipso".

3) Col Pater incomincia la preparazione alla Comunione. Membri del corpo mistico di Gesù, ripetiamo la preghiera ch'Egli stesso ci insegnò, il Pater, offrendo con lui i nostri doveri religiosi e le nostre umili suppliche, domandando particolarmente quel pane eucaristico che ci libererà da tutti i nostri mali e ci darà, col perdono dei peccati, la pace dell'anima e l'unione permanente con Gesù, "et a te nunquam separari permittas". Allora, protestando, come il centurione, la propria indegnità e chiedendo umilmente perdono, il sacerdote e, dopo di lui, il popolo fedele mangia e beve il corpo e il sangue del Salvatore, s'unisce dal profondo dell'anima all'intiero Gesù, ai più intimi suoi sentimenti; e per mezzo suo a Dio stesso e alla SS. Trinità. Il mistero dell'unione è compito: noi non facciamo più che una cosa sola con Gesù, e non facendo egli che una cosa sola col Padre e col Figlio, la preghiera sacerdotale del Salvatore nell'ultima Cena è avverata: "Io in loro e tu in me, affinchè siano perfetti nell'unità: Ego in eis et tu in me, ut sint consummati in unum".

Non resta più che ringraziar Dio di quest'immenso beneficio; il che facciamo nel Postcommunio e nelle preghiere che seguono. La benedizione del sacerdote ci comunica i tesori della SS. Trinità; l'ultimo Vangelo ci ricorda le glorie del Verbo Incarnato, che è nuovamente venuto ad abitare in mezzo a noi e che noi ci portiamo via pieno di grazia e di verità, per attingere nel corso della giornata a questa fonte di vita e vivere d'una vita simile a quella dello stesso Gesù.

È chiaro che l'assistere alla santa messa o celebrarla con queste disposizioni è un santificarsi e coltivare nel modo più perfetto possibile la vita soprannaturale che è in noi. Quel che diremo sulla santa comunione ce lo mostrerà anche meglio.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 


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Messa in latino a Napoli

A Napoli ogni domenica e festa di precetto alle ore 18:30, presso la Chiesa della Reale Arciconfraternita di Santa Maria del Soccorso (quartiere Vomero-Arenella, piazzetta Giacinto Gigante 38), si celebra la Messa in latino in Rito Romano antico (detta comunemente “Messa tridentina”). Il celebrante è il Rev.do Don Antonio Luiso, del clero dell'Arcidiocesi di Napoli.

L'organizzazione della Messa è promossa dal Coetus fidelium «Sant’Andrea Avellino» secondo le norme stabilite dal motu proprio «Summorum Pontificum» di Benedetto XVI.

martedì 20 gennaio 2015

Aggiornamento al riguardo della “comunità” di fedeli laici

Tempo fa ho parlato sul blog dell'idea di dar vita a un “qualcosa” che raggruppasse dei fedeli laici desiderosi di vivere in maniera più profonda il Vangelo, lontano dalla corruzione morale che dilaga nella società materialista e neopagana nella quale viviamo attualmente. Circa una ventina di persone mi hanno manifestato il proprio interesse per il progetto e mi hanno chiesto di tenerle informate al riguardo. A tal proposito riporto alcuni brani di un'e-mail di una carissima lettrice.


Caro D.,
             per quanto riguarda il progetto [...], devo dirti che è davvero entusiasmante [...]. Anch'io ho un pezzo di terra con una bellissima vista sul golfo di Trieste ed è situato lontano dalla città e dai suoi rumori, è su un colle dove regnano pace e silenzio. [...] Ogni tanto ci penso e non mi viene nessuna idea, ma so che quando sarà il momento, pregando intensamente il Signore mi dirà cosa farci. […]

Ti saluto caramente e fraternamente in Gesù e Maria,

(lettera firmata)


Carissima in Cristo,
                                 approfitto della tua e-mail per aggiornare i lettori del blog al riguardo del progetto. Quasi tutte le persone che mi hanno contattato sono donne che come te, almeno una volta nella vita, hanno pensato di poter abbracciare la vita religiosa, ma per diversi motivi sono rimaste nel mondo e adesso si sentono come “pesci fuor d'acqua” in questa società scristianizzata. Ciò le fa soffrire molto interiormente, perché essendo persone spirituali vorrebbero poter condurre una vita raccolta e devota, lontano dal degrado morale che dilaga nelle città. 

I pilastri del progetto sono: semplicità, condivisione delle scelte, dolcezza cristiana (in stile San Francesco di Sales) e carità fraterna. Chi ama Gesù ama la dolcezza. Lo spirito di dolcezza è proprio di Dio. L'anima che ama Dio ama anche tutti coloro che sono amati da Dio, pertanto cerca volentieri di soccorrere, consolare e contentare tutti, per quanto gli è possibile.  I santi ordinariamente avevano il sorriso sulle labbra e il loro volto spirava benignità, accompagnata dalle parole e dai gesti. Oh quanto si ottiene più con la dolcezza che con l'amarezza! L'affabilità, l'amore e l'umiltà catturano i cuori delle persone.

Per il momento il progetto è ancora nella fase iniziale, cioè del semplice scambio di idee per capire cosa abbiamo in mente e se sono cose fattibili. Probabilmente, all'inizio il gruppo sarà composto quasi esclusivamente da donne, poi si spera di espanderlo anche agli uomini (i quali ovviamente vivranno separati dalle donne) e alle famiglie. Non essendo suore, tutte saranno libere di scegliere se rimanere nubili oppure contrarre matrimonio con altre persone fedeli alla Dottrina Cattolica e formare delle giovani famiglie davvero cristiane. Ovviamente coloro che dovessero decidere di sposarsi potranno continuare a partecipare al progetto continuando a vivere nello stesso paese. In questo modo in pochi anni potrebbe formarsi una vera e propria “cittadella cristiana”, cioè un posto in cui si cerca di vivere in maniera fedele al Vangelo. 

Le abitanti della casa potranno occuparsi di vari lavori: curare i campi, eseguire lavori di artigianato, confezionare abiti femminili cristiani (cioè non scandalosi), fare lezione ai bambini (il cosiddetto homeschooling), ecc. Uno degli scopi è dare ospitalità a persone esterne che vorranno trascorrere un periodo di pace nella natura per raccogliersi interiormente ed elevare il cuore a Dio (cioè fare delle “vacanze spirituali”). Probabilmente non ci sarà un tariffario per gli sopiti esterni, i quali verranno accolti gratuitamente. Ovviamente, chi vorrà, potrà lasciare una libera offerta secondo le proprie disponibilità. In questo modo anche i poveri (studenti, precari, disoccupati, cassintegrati, ecc.) potranno fare delle “vacanze spirituali” ricevendo vitto e alloggio gratis, e magari dando una mano nel lavoro dei campi o in altri lavori all'interno della cascina, ad esempio facendo lezione ai bambini dell'homeschooling. Sì, perché potrebbero essere ospitate stabilmente anche giovani coppie “tradizionali” con bambini piccoli, i quali riceveranno un'istruzione didattica “fatta in casa”, onde evitare di fargli frequentare le scuole progressiste, nelle quali gli studenti vengono indottrinati dai numerosi insegnanti comunisti, modernisti e laicisti (nelle scuole statali ci sono anche dei bravi insegnanti cattolici, tra cui diversi miei lettori e lettrici, ma sono una minoranza).

Sono rimasto colpito dall'entusiasmo con cui è stata accolta la mia proposta. Le persone interessate sono quasi tutte laureate o comunque con un elevato livello di cultura, con le quali è arricchente poter dialogare sia su questioni spirituali che su altri importanti argomenti. Attualmente sto cercando di selezionare un gruppo omogeneo di persone che abbiano le caratteristiche giuste per poter partecipare al progetto. Sto allestendo una bella squadra, anche se io non voglio fare “la parte dell'allenatore”, nel senso che ci tengo molto al fatto che le scelte siano condivise, non imposte da me o da qualche altra persona. Se la “cittadella cristiana” dovesse nascere, sarà necessario dar vita a un innovativo sistema di gestione che favorisca la concordia e la condivisione delle scelte. Infatti, non essendo né religiosi né legati da alcun vincolo, bisognerà fare in modo che tutti si trovino bene, altrimenti la gente se ne andrà via e il progetto fallirà miseramente.

Lo scopo del progetto è quello di dare maggior gloria a Dio dando la possibilità ai fedeli laici di poter condurre uno stile di vita più raccolto, devoto e cristiano. I membri del gruppo si sostenteranno col lavoro delle proprie mani e vivranno in maniera umile, senza attaccare il cuore alle cose materiali che con la morte dovremo lasciare.

Dove realizzare questo progetto? Stiamo pensando di ricolonizzare qualche paesino appenninico in via di spopolamento. L'ideale sarebbe trovare un posto vicino a qualche chiesa “tradizionale” per poter ricevere assistenza spirituale.

Forse tra qualche mese ci sarà una riunione di un gruppetto di “volenterosi” per pianificare il progetto e cercare di metterlo in pratica. Come fare per reperire le risorse necessarie per dar vita al progetto? A tal proposito sono tranquillo: se ciò che abbiamo in mente è voluto da Dio, ci penserà Lui a trovare i mezzi necessari. Se invece non è Sua volontà, allora è giusto che non se ne faccia nulla.

Da parte mia c'è la volontà di impegnarmi seriamente in questa Opera per la maggior gloria di Dio. Sono giovane e non ho nessuna intenzione di arrivare a 80 anni col rimpianto di non averci provato.

Ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria,

Cordialiter
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Le persone interessate la progetto, possono contattarmi scrivendo al mio indirizzo di posta elettronica: cordialiter@gmail.com

Il Santo Sacrificio della Messa come mezzo di santificazione

A) I suoi effetti. a) Questo sacrifizio anzitutto glorifica Dio e lo glorifica in modo perfetto, perchè Gesù vi offre di nuovo al Padre, per mezzo del sacerdote, tutti gli atti di adorazione, di riconoscenza e d'amore che già offrì sul Calvario, atti di valore morale infinito. Offrendosi come vittima, afferma nel modo più espressivo il sovrano dominio di Dio su tutte le cose: è l'adorazione; dando se stesso a Dio in riconoscenza dei suoi benefici, gli rende una lode pari ai benefici: è il ringraziamento o culto eucaristico. Nulla quindi può impedire il conseguimento di quest'effetto, neppure l'indegnità del ministro; perchè il valore del sacrifizio non dipende essenzialmente da colui che l'offre come ministro secondario, ma dal pregio della vittima che viene offerta e dalla dignità del sacerdote principale che non è altri che Gesù Cristo stesso. Tal è l'insegnamento del Concilio di Trento quando dichiara che questa offerta purissima non può essere macchiata dall'indegnità o dalla malizia di coloro che l'offrono; che in questo divin sacrifizio è contenuto ed immolato, in modo incruento, quello stesso Cristo che sull'altare della Croce si è offerto in modo cruento. È quindi la stessa ostia e lo stesso sacrificatore quello che si offre ora pel ministero dei sacerdoti e quello che s'è offerto una volta sulla Croce: non c'è differenza che nel modo d'offrire la vittima. Perciò, quando assistiamo alla S. Messa e più ancora quando la celebriamo, rendiamo a Dio tutti gli omaggi che gli sono dovuti, nel modo più perfetto possibile, perchè facciamo nostri gli omaggi di Gesù vittima. -- Nè si dica che tutto questo non ha che far nulla con la nostra santificazione; quando noi glorifichiamo Dio, egli amorosamente si china verso di noi, e quanto più noi ci occupiamo della sua gloria, tanto più egli si occupa dei nostri spirituali interessi; molto dunque si fa per la nostra santificazione rendendogli i nostri ossequi in unione con la vittima divina che rinnova sull'altare la sua immolazione.

b) Il divin sacrifizio ha inoltre un effetto propiziatorio per la virtù stessa della sua celebrazione (ex opere operato, come dicono i teologi). Ed ecco in che senso: il sacrifizio, offrendo a Dio l'ossequio che gli è dovuto e un giusto compenso per il peccato, lo inclina a concederci, non direttamente la grazia santificante (il che è effetto proprio del sacramento), ma la grazia attuale e il dono della penitenza, e a rimetterci, quando siamo contriti e pentiti, i peccati anche più gravi. -- È nello stesso tempo sodisfattorio, nel senso che rimette infallibilmente ai peccatori pentiti una parte almeno della pena temporale dovuta al peccato, in proporzione delle disposizioni più o meno perfette con cui vi assistono. Ecco perchè, aggiunge il Concilio di Trento, può essere offerto non solo per i peccati, le sodisfazioni e i bisogni spirituali dei vivi, ma anche per quelli che son morti in Cristo senza avere sufficientemente espiato le loro colpe. È facile vedere quanto questo doppio effetto, propiziatorio e sodisfattorio, contribuisca al nostro progresso nella vita cristiana. Il grande ostacolo all'unione con Dio è il peccato; ottenere il perdono e farne sparire anche gli ultimi vestigi è quindi preparare un'unione sempre più intima con Dio: "Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt". Quale consolazione per i poveri peccatori di veder così cader il muro di separazione che li impediva di godere della vita divina!

c) La Messa è impetratoria nello stesso modo che è propiziatoria: ottiene quindi da Dio, per la virtù stessa del sacrifizio (ex opere operato), tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per santificarci. Il sacrifizio è una preghiera in azione, e Colui che al santo altare prega per noi con gemiti inenarrabili è Quegli stesso le cui preghiere sono sempre esaudite "exauditus est pro sua reverentia". Quindi la Chiesa, interprete autentica del pensiero divino, vi prega costantemente, in unione con Gesù sacrificatore e vittima (per Dominum nostrum Jesum Christum), per chiedere tutte le grazie di cui hanno bisogno i suoi membri alla salute dell'anima e alla salute del corpo, "pro spe salutis et incolumitatissuæ", per la salvezza e il progresso spirituale, sollecitando per i suoi fedeli, principalmente nella Colletta, la grazia speciale che corrisponde a ciascuna festa. E chiunque entra in questa corrente di preghiera liturgica, con le disposizioni volute, è sicuro d'ottenere per sè e per tutti quelli che gli premono le più copiose grazie.

È dunque chiaro che il santo sacrifizio della Messa contribuisce, con tutti i suoi effetti, alla nostra santificazione; e ciò tanto più efficacemente in quanto che noi non vi preghiamo da soli ma uniti a tutta la Chiesa e principalmente al Capo invisibile della Chiesa, a Gesù sacrificatore e vittima, che, rinnovando l'offerta del Calvario, chiede, per la virtù del suo sangue e per le sue suppliche, che le sue sodisfazioni e i suoi meriti ci vengano applicati.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

lunedì 19 gennaio 2015

Verona, Messa tridentina nel bicentenario della nascita al Cielo di Don Bosco

Sabato 31 gennaio, alle ore 11, presso la chiesa veronese dell'Istituto Don Bosco, in Via Provolo n.16 (ampio cortile interno per il parcheggio auto), sarà celebrata una Messa in rito romano antico in occasione del bicentenario della nascita al Cielo di San Giovanni Bosco.

-Celebrante: Mons. Marco Agostini, Cerimoniere Pontificio
-diacono: Padre Massimo Malfer CO
-suddiacono: Don Francesco Marini
-gregorianista: M.o Letizia Butterin
-organista: Prof. Marcello Rossi
-schola cantorum: Coro Popolare Gregoriano, diretto da p. Marco Repeto C.O.
-servizio all'altare: Coetus Fidelium S. Remigio Vescovo








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Ecco perché Dio non impedisce il male

Ogni tanto qualcuno domanda per quale motivo Dio non ha impedito le grandi catastrofi come la Seconda Guerra Mondiale, il genocidio nel Ruanda, l'attentato dell'11 settembre 2001, ecc.

Gli atei e i comunisti hanno una visione immanentista della vita, non credono nel soprannaturale, sperano di fondare in questo mondo una sorta di paradiso terrestre senza Dio. Invece i cattolici fedeli alla Tradizione hanno una visione soprannaturale della vita, sanno che l'uomo su questa Terra è solo di passaggio per breve tempo, e che il suo vero scopo è di salvarsi l'anima e di andare nella Patria celeste, ove non ci saranno più tribolazioni, ma solo gaudio eterno.

Dio è bene infinito, ed è incapace di fare o desiderare il male. Essendo onnipotente ha il potere di impedire che nel mondo accadano dei crimini, tuttavia in molti casi non impedisce che vengano commessi, poiché spera di trarne un bene maggiore.

Dio è infinita sapienza, mentre noi siamo piccole creature al suo cospetto, pertanto non possiamo comprendere i suoi arcani decreti. Ecco perché quando vediamo che nel mondo vengono commessi molti crimini non sappiamo per quale motivo il Signore ha tollerato che accadessero. Tuttavia, con gli occhi della fede dobbiamo credere fermamente che Dio onnipotente non impedisce il male perché spera di trarne un bene (materiale o spirituale) più grande. Pensiamo ad esempio a una persona che perde il posto di lavoro, e pochi giorni dopo riesce a trovarne un altro più gratificante e meglio pagato (vantaggio materiale), oppure riesce a trovarne un altro in cui non c'è l'occasione prossima di peccato che in passato la faceva cadere spesso (vantaggio spirituale). Permettendo che perdesse il precedente posto di lavoro, il Signore ha ottenuto per quella persona un bene maggiore.

La Santissima Trinità è amore infinito, ma è anche giustizia infinita. Ognuno di noi ha delle imperfezioni più o meno gravi di cui emendarsi, e i castighi di Dio sono un potente mezzo di purificazione. Quanta gente si è convertita in seguito ad una grave malattia o a qualche altra sciagura! Ma Dio non “castiga” solo i peccatori che vuole convertire, ma anche i buoni per farli diventare ancora più santi. L'esempio classico da raccontare è la storia del Santo Giobbe, il quale pur essendo una persona pia e devota, tuttavia venne messa alla prova dal Signore, permettendo che venisse travagliato da una schiera di sciagure, tra cui lutti, furti, malattie, incomprensioni, ecc. Invece di bestemmiare Dio, pronunciò delle celebri parole di rassegnazione e sottomissione alla divina volontà. Dio non volle il male, per esempio che Giobbe subisse il furto delle greggi di animali, ma tollerò che ciò avvenisse, poiché sperava di trarne un bene maggiore. È troppo facile amare la Santissima Trinità quando tutto va bene, ma è nei momenti di difficoltà che si vede se una persona ama davvero il Signore. Giobbe rimase fedele e guadagnò enormi gradi di gloria per il Cielo. Un conto è salvarsi l'anima per un soffio, altro conto è salvarsi coi meriti di un Giobbe, di un san Francesco o di una Santa Teresa di Lisieux, i quali soffrirono molto su questa terra. Lo Spirito Santo nella lettera di San Paolo Apostolo agli ebrei (capitolo 12, versetto 6) afferma: “Quem enim diligit Dominus castigat”. È proprio così, Dio corregge e purifica con le tribolazioni coloro che ama e che vuole salvare.

La vita terrena è solo una prova in attesa di entrare nell'eternità: infelice nell'inferno, felice in paradiso. Coloro che durante la vita in questo mondo hanno sopportato con pazienza cristiana le persecuzioni, le ingiustizie, le tribolazioni, le malattie, ecc., trascorreranno il resto dell'eternità nella gioia, godendo la visione beatifica della Santissima Trinità.

A coloro che desiderano approfondire questo importante argomento, consiglio di leggere “Uniformità alla volontà di Dio”, di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa. Chi preferisce leggere i libri sugli e-book reader, può richiedermi gratuitamente il testo nella versione del 1777, che pur essendo in un italiano desueto, è facilmente comprensibile.  cordialiter@gmail.com

domenica 18 gennaio 2015

Debito coniugale

Per la rubrica "Pillole di Teologia Morale", oggi affronto la delicata questione del "debito coniugale" (cioè dell'obbligo di ogni persona sposata di concedere il proprio corpo al coniuge che chiede di avere rapporti coniugali per procreare la prole, o anche per altri giusti motivi, come il voler rafforzare l'amore vicendevole; avere un onesto rimedio alla concupiscenza della carne; eccetera). Si tratta di un tema che interessa non solo le persone sposate, ma anche i sacerdoti (per sapere come regolarsi in confessionale), e anche i fedeli laici che non sono sposati ma stanno riflettendo se abbracciare lo stato di vita matrimoniale. Per affrontare tale argomento riporto alcuni brani tratti da un manuale intitolato "Teologia Morale", scritto per preti e fedeli laici da Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., edito dalle Edizioni Paoline (sesta edizione, 1964). Preciso che quando si fa un uso immorale della sessualità tra i coniugi, ad esempio utilizzando i preservativi, in questo caso non solo non si è tenuti a rendere il debito coniugale, ma anzi si è tenuti ad opporsi categoricamente. Chiedere consiglio ai preti modernisti sul tema della sessualità, non solo può essere inutile (perché in genere sono poco istruiti in Teologia Morale), ma anche pericoloso (perché spesso danno cattivi consigli), pertanto è raccomandabile leggere attentamente i seguenti brani scritti da Padre Teodoro.

Liceità delle relazioni coniugali.

Essendo il matrimonio istituito col fine primario, nobile e sublime, della procreazione della prole, è necessario, per il raggiungimento di questo fine l'unione dei due sessi per l'atto procreativo. S. Paolo esplicitamente afferma: «Il marito renda alla moglie il debito coniugale, e la moglie faccia altrettanto col marito» (1Cor 7, 3). Tale atto nei coniugi è ricco di contenuto spirituale, è l'espressione sensibile di due anime che tendono a fondersi insieme, per essere quasi collaboratori di Dio nell'opera della creazione.

È necessario, però, che i coniugi agiscano con retta intenzione, cioè, l'atto deve rispondere al suo fine, che è la procreazione della prole. A questo fine principale possono aggiungersi anche altri fini onesti, come p. es. il rafforzamento dell'amore, evitare l'incontinenza non solo dell'altra parte ma anche propria. Le relazioni coniugali, perciò, sono lecite anche se si sa che non hanno conseguenze procreative, purché possa essere compiuto l'atto coniugale nel modo naturale.  [...]

Il debito coniugale. I coniugi sono su un piano di perfetta uguaglianza, il domandare, perciò, e l'accettare l'atto coniugale fa parte dei mutui diritti e doveri. Altro tuttavia è il diritto e altro è l'uso di esso. Il primo è essenziale al matrimonio, mentre non è essenziale né obbligatorio in modo assoluto l'altro. I coniugi possono dunque di comune accordo rinunciare all'uso sia per un determinato tempo, sia anche per sempre. Tale rinuncia però deve essere compiuta con molta prudenza, senza alcuna imposizione [...]. Per arrivare a questo sacrificio occorre un certo grado di virtù che non tutti hanno.

Ragioni particolari possono rendere obbligatoria la richiesta, quando p. es. l'atto coniugale serve ad allontanare dubbi e sospetti o serve per fomentare l'affetto, oppure per allontanare la tentazione di compiere tale atto da solo o con una terza persona.

1. È invece obbligatorio rendere il debito quando l'altra parte lo domanda seriamente e ragionevolmente, e il rifiutarsi esporrebbe il marito o la moglie a una penosa e forzata continenza, con tutti i pericoli che ne potrebbero seguire. Rifiutarsi, in questo caso, senza alcun motivo, si commetterebbe una grave ingiustizia, poiché si verrebbe a ledere quel diritto essenziale che i coniugi hanno acquistato sul corpo dell'altra parte all'atto della celebrazione del matrimonio. Ed i confessori, all'occasione, devono far presente, specialmente alla donna, che, accondiscendere alle richieste del proprio marito, costituisce per lei un grave dovere. [A tal proposito, Padre Eriberto Jone (1885 - 1967), un altro moralista cappuccino molto apprezzato negli ambienti tradizionali, esorta i mariti alla moderazione, ndr].

Il negare il debito non è, però, colpa grave se ciò avviene raramente e non vi è il pericolo di incontinenza, specialmente se l'altra parte lo domanda troppo spesso. [Padre Eriberto Jone specifica che rifiutarsi di concedere il debito coniugale è solamente peccato veniale quando il coniuge richiedente rinuncia facilmente alla sua richiesta, ndr].

L'obbligo di rendere il debito cessa in un coniuge quando nell'altro cessa il diritto di esigerlo. Tale diritto può cessare o per la cattiveria dell'atto (debito onanistico o sodomidico) o per infedeltà (a meno che la parte innocente non condoni l'offesa) o per un'altra giusta causa o grave incomodo, p. es. se il debito è nocivo alla salute o è immoderato o il richiedente non è in sé. [Padre Eriberto Jone aggiunge che la moglie non è tenuta a rendere il debito coniugale se il marito sperpera i soldi inutilmente facendo vivere la famiglia nelle ristrettezze economiche. Inoltre afferma che se un coniuge chiede talmente spesso il debito coniugale col rischio di cagionare un danno piuttosto grave alla salute dell'altro coniuge, in questo caso si è scusati dal rendere il debito. In questa situazione bisogna rimettersi al giudizio di un medico coscienzioso, ndr].

La facoltà di esigerlo può anche venir tolta dallo stesso diritto, p. es., vi è una causa di separazione perpetua o temporanea, come l'adulterio.

[...]

L'atto coniugale, in via ordinaria, in nessun tempo è proibito; in alcune circostanze, tuttavia, è consigliabile astenersi.

1° Solo nel caso di prossimo pericolo di aborto [...] o di un pericolo per la salute del corpo o dell'anima può diventare gravemente illecito l'atto coniugale; ma se il pericolo è leggero, anche l'atto diventa leggermente illecito e qualunque giusta causa basta per essere scusati dal peccato veniale.

2° Nulla proibisce che l'atto coniugale possa essere compiuto anche durante i tempi sacri e nei giorni in cui i coniugi si accostano alla Comunione [...].

3° Per sé l'atto coniugale non è proibito neppure durante il tempo delle mestruazioni; è tuttavia sconsigliabile [...].

4° In tempo di malattia l'atto coniugale è illecito quando prudentemente si teme un notevole danno per la salute.

[...]

Un coniuge legato dal voto di castità, per sé non può domandare il debito, è tenuto però a renderlo. Lo stesso vale se ambedue i coniugi dopo aver contratto matrimonio, hanno emesso il voto di castità per mutuo consenso. Il coniuge che ha emesso il voto è tenuto a domandare il debito solo in due casi, cioè: se vede che l'altro non può contenersi, oppure se l'altro lo domanda tacitamente, cioè quando vede che la moglie per vergogna non ardisce domandare.

[...]

Gli atti incompleti. Questi atti possono essere tutti gli atti di lussuria imperfetti (baci, abbracci, sguardi, toccamenti ecc.) che dispongono i coniugi all'atto coniugale. Tali atti:

a) Se si riferiscono all'atto coniugale da essere come una preparazione ad esso, sono sempre permessi sia sul proprio corpo, sia su quello dell'altra parte.

I coniugi, però, devono evitare che tali atti, per essere troppo prolungati, abbiano a causare una polluzione benché non voluta. [...]

b) Se non si riferiscono all'atto coniugale: I) gli atti mutui sono leciti se si fanno per un motivo onesto, p. es. per fomentare l'amore, e sia lontano il pericolo di polluzione volontaria.

Quando però si fanno per grave causa, p. es. per evitare sospetti, per allontanare la comparte da eventuale adulterio ecc. anche se vi è il pericolo prossimo di polluzione sono leciti.

2) Se gli atti mutui si fanno solo per voluttà, anche senza intenzione di compiere la copula, sono peccati veniali se non vi è pericolo prossimo di polluzione; sono peccati mortali, se si prevede con sicurezza questo pericolo.

La dilettazione morosa in un coniuge circa la copula avuta o da aversi è lecita, purché non vi sia il pericolo di polluzione. Lo stesso deve dirsi dei pensieri e dei desideri.

Il modernismo si combatte soprattutto coltivando la vita interiore

Ho notato che molti lettori e lettrici del blog non si limitano ad apprezzare gli aspetti esteriori della Sacra Liturgia, ma coltivano la vita interiore, sono fortemente attratti dall'ascetica, e si impegnano ad approfondire il cammino di perfezionamento spirituale. 

La Teologia Ascetica è la scienza teologica che ha come oggetto la perfezione della vita cristiana. Lo studio dell'Ascetica è necessario per i sacerdoti ed è utile per i fedeli laici. A tal proposito riporto un brano tratto dall'interessantissimo “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, scritto dallo zelante Padre Adolphe Tanquerey (1854-1932).

1° Necessità pel Sacerdote.

35.   Il sacerdote deve santificare se stesso e santificare i suoi fratelli, e per questo doppio rispetto è obbligato a studiare la scienza dei santi.

A) Il sacerdote, come dimostreremo più innanzi con S. Tommaso, è obbligato non solamente a tendere alla perfezione ma a possederla in un grado più elevato del semplice religioso. Ora la conoscenza della vita cristiana e dei mezzi che contribuiscono a perfezionarla, è normalmente necessaria per giungere alla perfezione: nil volitum quin præcognitum.

a) La conoscenza accende e stimola il desiderio. Sapere che cos'è la santità, la sua eccellenza, l'obbligo di tendervi, i suoi mirabili effetti nell'anima, la sua fecondità, è già un desiderarla. La conoscenza d'un bene tende a farcelo desiderare; non si può lungamente e attentamente contemplare un frutto delizioso senza che nasca il desiderio di gustarlo. Ora il desiderio, principalmente quando è ardente e prolungato, è già un principio d'azione: mette in moto la volontà e la spinge verso il conseguimento del bene percepito dall'intelligenza, le dà slancio ed energia per raggiungerlo, e ne sostiene gli sforzi per conquistarlo; il che è tanto più necessario in quanto che molti ostacoli s'oppongono al nostro progresso spirituale.

b) La considerazione particolare delle numerose tappe da percorrere per giungere alla perfezione, gli sforzi perseveranti fatti dai santi per trionfare delle difficoltà e avanzare continuamente verso il fine desiderato, infiamma i cuori, sostiene l'ardore in mezzo alla lotta, impedisce il rilassamento e la tiepidezza, tanto più se si considerano nello stesso tempo gli aiuti e le consolazioni che Dio tiene preparate alle anime di buona volontà.

c) Questo studio è tanto più necessario ai nostri giorni: "Viviamo infatti in un'atmosfera di dissipazione, di razionalismo, di naturalismo, di sensualismo che si insinua, anche a loro insaputa, in una moltitudine di anime cristiane, e che invade financo il santuario 35-1". I due o tre anni passati in caserma inducono i giovani chierici, specialmente quelli che non ricevettero in famiglia una educazione profondamente cristiana, a partecipare a questo tristo spirito. Ora qual è il mezzo migliore per reagire contro queste funeste tendenze del nostro tempo, se non il vivere in compagnia di Nostro Signore e dei Santi con lo studio metodico e continuato dei principii di spiritualità, che sono in opposizione diretta con la triplice concupiscenza?

36.   B) Per la santificazione delle anime che gli sono affidate. a) Anche quando si tratta di peccatori, il sacerdote ha bisogno di conoscere l'Ascetica per insegnar loro il modo di evitare le occasioni di peccato, combattere le passioni, resistere alle tentazioni, praticare le virtù contrarie ai vizi che si debbono fuggire. È vero che la teologia morale suggerisce già brevemente queste cose, ma l'Ascetica le sintetizza e le sviluppa.

b) E poi vi sono in quasi tutte le parocchie delle anime elette che Dio chiama alla perfezione, e che, se sono ben dirette, aiuteranno il sacerdote nell'esercizio dell'apostolato con le loro preghiere, con i loro esempi, e con mille piccole industrie. In ogni caso se ne possono formare alcune tra i giovinetti del catechismo e del patronato. Ora per riuscire in quest'opera così importante, è necessario che il sacerdote sia un buon direttore, che possegga le regole tracciate dai santi e contenute nei libri di spiritualità; altrimenti non si ha nè il gusto nè la capacità richiesta per l'arte così difficile di formare le anime.

37.   c) A più forte ragione lo studio delle vie spirituali è necessario per la direzione delle anime ferventi chiamate alla santità, e che talora s'incontrano anche nei più piccoli villaggi. Per guidarle sino all'orazione di semplicità e alla contemplazione ordinaria, bisogna conoscere non solamente l'Ascetica ma anche la Mistica sotto pena di smarrirsi e di ostacolare il progresso di queste persone. L'osservava già S. Teresa: "Per questo è necessarissimo un direttore, ma è a desiderare che abbia esperienza... La mia opinione è e sarà sempre che ogni cristiano deve, potendolo, conferire con uomini dotti; e quanto più dotti saranno, tanto meglio. Coloro che camminano per le vie dell'orazione ne hanno più bisogno degli altri; e ciò tanto più quanto più saranno spirituali... Ciò di cui io sono persuasissima è che il demonio non riuscirà mai con i suoi artifizi a sedurre una persona d'orazione che consulta i teologi, tranne che non voglia ingannarsi da sè stessa. Secondo me, il demonio paventa grandemente la scienza umile e virtuosa, perchè sa che ne sarà smascherato e che dovrà ritirarsi sconfitto" 37-1. Lo stesso linguaggio tiene S. Giovanni della Croce: "Siffatti maestri spirituali (che ignorano le vie mistiche) non comprendono le anime avviate in questa contemplazione quieta e solitaria... le costringono a riprendere il cammino della meditazione e del lavoro della memoria, a fare atti interni in cui queste anime non trovano che aridità e distrazione... Che si sappia bene: colui che s'inganna per la sua ignoranza, quando il suo ministero gli impone il dovere d'acquistare le cognizioni necessarie, non sfuggirà al castigo, che sarà proporzionato al male prodotto" 37-2.

Nè si dica: Se io incontrerò di queste anime, le abbandonerò allo Spirito Santo perchè le guidi Lui. -- Lo Spirito Santo vi risponderebbe che egli le ha affidate a voi e che voi dovete lavorare con Lui alla loro direzione. Egli può certamente dirigerle da sè; ma per evitare ogni pericolo d'illusione, vuole che questa direzione sia sottoposta all'approvazione d'un direttore visibile.

2° Utilità per i laici.

38.   Diciamo utilità e non necessità; perchè i laici possono lasciarsi guidare da un direttore istruito e sperimentato, e non sono quindi assolutamente obbligati a studiare la Teologia ascetica. Tuttavia questo studio sarà loro utilissimo per tre ragioni principali:-- a) Per stimolare e tener vivo il desiderio della perfezione, come anche per dar loro una certa conoscenza della natura della vita cristiana e dei mezzi che ci aiutano a perfezionarla. Non si desidera ciò che non si conosce, ignoti nulla cupido, mentre che la lettura dei libri spirituali eccita o aumenta il desiderio sincero di praticare ciò che si è letto. Quante anime, per esempio, si sono slanciate con ardore verso la perfezione, leggendo l'Imitazione, il Combattimento spirituale, l'Introduzione alla vita devota, la Pratica di amar Gesù Cristo?

b) E anche quando si abbia una guida spirituale, la lettura d'una buona Teologia ascetica facilità e compie la direzione. Si sa meglio ciò che bisogna dire nella confessione o nella direzione; si capiscono e si ritengono meglio i consigli del direttore, quando si ritrovano in un libro che si può rileggere. Il direttore, dal canto suo, si vede dispensato dall'entrare in numerosi particolari, e si contenta, dopo alcuni avvisi sostanziali, di far leggere qualche trattato ove il diretto troverà gli schiarimenti e i compimenti necessari. Così la direzione potrà diventar più breve senza nulla perdere dei suoi vantaggi, perchè il libro continuerà e compirà l'azione del direttore.

c) Finalmente la lettura d'un trattato di vita spirituale potrà supplire, fino a un certo punto, la direzione che non si potesse ricevere per mancanza di guida spirituale o che si ricevesse raramente. La direzione, come diremo appresso, è certamente il mezzo normale per formarsi alla perfezione; quando però, per una ragione o per un'altra, non si può trovare un buon direttore, il Signore vi supplisce, e uno dei mezzi di cui si serve è appunto qualcuno di quei libri che, in modo preciso e metodico, tracciano la via da tenere per diventar perfetti.


(“Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, Padre Adolphe-Alfred Tanquerey, trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)