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giovedì 30 luglio 2015

I peccati di lussuria non consumati

Per la rubrica "Pillole di Teologia Morale", riporto alcuni brani tratti da "Teologia Morale: prontuario di morale cattolica per sacerdoti e laici", di Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., edito dalle Edizioni Paoline (sesta edizione, 1964).



222. - 1. Nozione. La lussuria è il desiderio ed il godimento disordinato dei piaceri del senso.

Essenzialmente la lussuria consiste nella dilettazione venerea, cioè, nella voluttà che la natura annette alla eccitazione degli organi genitali ed alla effusione del seme da parte degli uomini e dell'umore vaginale da parte delle donne. Essa può essere completa o incompleta secondo che arriva fino al collasso ed alla sazietà delle membra dopo l'effusione del seme o dell'umore vaginale, oppure si ha soltanto l'eccitazione, ossia, quei movimenti carnali che precedono la dilettazione completa.

[...]

223. - III. Malizia della lussuria. 1. La lussuria direttamente voluta, anche non consumata, è peccato mortale ex toto genere suo.

La gravità della malizia della lussuria consiste nel fatto che non si tiene conto dell'ordine al quale è destinato l'uso delle cose veneree, usando per la soddisfazione delle proprie passioni, ciò che è destinato ad un fine più alto e più nobile, qual è quello della propagazione della specie umana.

2. La lussuria indirettamente voluta, è peccato grave, leggero, o non costituisce alcun peccato, secondo che l'azione di sua natura ha un grande, piccolo o nessun influsso nell'eccitare il piacere sessuale, purché negli ultimi due casi non si presti consenso ad essa.

Questo si verifica quando la volontà non vuol la dilettazione venerea, ma una cosa: dalla quale, contro la sua intenzione, scaturisce. L'imputabilità, in questo caso dipende dalla causa che è stata posta, cioè, tanto grave è il peccato, quanto prossima ed efficace è stata la causa. Può esservi, dunque, un peccato grave, leggero, oppure nessun peccato.

Alcune cause influiscono gravemente nella dilettazione venerea: p. es., toccare le parti disoneste di una persona di altro sesso; altre influiscono leggermente, e di queste alcune sono del genere della lussuria, p. es. la lettura di cose leggermente oscene, guardare con insistenza una bella donna, ecc.; altre non appartengono al genere della lussuria: p. es. mangiare immoderatamente, farsi il bagno, ecc.

Chi per propria particolare disposizione prova eccitazioni veneree anche in cose che di propria natura non sono destinate a produrre queste eccitazioni, non è tenuto, almeno sotto colpa grave ad evitare queste cose, perché la disposizione soggettiva di una persona non cambia la natura dell'azione. Ma se tale individuo, senza ragione, compie azioni che per lui sono motivo di eccitabilità, si deve scorgere in ciò, ordinariamente, un'intenzione cattiva, e sotto questo aspetto può essere gravemente colpevole.

[...]

I peccati di lussuria non consumati sono quei peccati di dilettazione venerea in cui non è avvenuta l'effusione del seme. Di questi, alcuni costituiscono da sé peccato impuro, altri, invece, sono causa d'impurità. I primi si chiamano movimenti carnali; gli altri peccati di impudicizia.


§ 1. I MOVIMENTI CARNALI


234. - I movimenti carnali, che si manifestano mediante eccitazioni degli organi genitali accompagnate dalla voluttà, se sono provocati direttamente costituiscono sempre un peccato grave se gli si presta il consenso; se vengono indirettamente provocati, possono essere peccati mortali o veniali, o non essere affatto peccati, secondo l'influenza della causa che li provoca [...].

La resistenza a questi movimenti è un dovere. Essa può essere obbligatoria sotto colpa grave, o leggera, come può essere anche trascurata. Perciò:

1) Se i movimenti sono leggeri o passeggeri, possono essere trascurati. Molte volte, prendendoli in considerazione, potrebbero divenire violenti ed eccitare l'immaginazione.

2) Se i movimenti sono violenti si deve opporre una l'esistenza positiva. Talvolta basta un atto interno di disgusto per tali cose, ma non sempre questo atto è sufficiente. Giova molto, allora, rinnovare la propria risoluzione di non voler peccare e accompagnarla con un atto di amore verso Dio, oppure cercando un diversivo in una occupazione esterna, in una conversazione, ecc., onde sviare simili movimenti. Se il movimento dura a lungo basterà rinnovare di tanto in tanto, gli atti di disgusto verso cose simili. Qualora uno per esperienza conosca che la tentazione violenta non farebbe che rafforzarlo nella resistenza positiva, in via eccezionale, può opporvi solo una resistenza negativa.

3) Se un'azione volontaria e superflua è causa di tentazione, si deve resistere abbandonando l'azione. Può essere peccato grave l'omissione di questa resistenza, quando l'azione, per natura sua, suscita movimenti carnali; se invece l'influenza è minima, si commette peccato veniale, se non si evita. Tuttavia può costituire peccato mortale per il pericolo del consenso, se uno volontariamente si intrattiene a lungo pensando a tali cose.


§ 2. PECCATI ESTERNI DI IMPUDICIZIA


235. - I toccamenti, gli sguardi disonesti, i cattivi discorsi, le letture, i pensieri di cose impure, i baci, gli abbracci, ecc., sono azioni in sé indifferenti, tuttavia, per la loro attitudine possono suscitare movimenti disonesti ed eccitare il senso della dilettazione venerea, conseguentemente, possono costituire peccato.

La gravità del peccato dipende: 1) Dall'intenzione dell'agente, cioè, possono costituire peccato grave o leggero, o non sono affatto peccati, secondo che provengono da intenzione libidinosa, da leggerezza, da curiosità, o da giusta causa.

La causa deve essere tanto più giusta, quanto più grave è la lesione del pudore; p. es., solo i medici e i chirurghi, per ragione del loro ufficio, sono scusati dal toccare le parti genitali di una donna.

2) Dall'influsso che queste azioni esercitano sulla libidine, che possono essere peccati gravi o leggeri o non essere peccati secondo che l'influenza è prossima, remota oppure non c'è affatto influenza.

Le parti disoneste del corpo sono gli organi genitali e le parti vicine; le parti meno oneste sono il petto, le braccia, i fianchi; le parti oneste sono il volto, le mani, i piedi.

L'influsso dei toccamenti, abbracci, baci, sguardi, ecc. sulla libidine dipende, oltre che dalla natura stessa di questi atti, dalla disposizione psico-sessuale dell'agente e dalle circostanze. Perciò:

236. - a) I toccamenti sui genitali del proprio corpo compiuti senza giusta causa e con conseguente eccitazione venerea, costituiscono peccato mortale; compiuti senza giusta causa ma senza cattiva intenzione, non oltrepassano il peccato veniale purché si conosca che non vi è il pericolo di eccitazione e di consenso in essa; compiuti con giusta causa, p. es., per pulizia, non sono peccati purché non si acconsenta alla dilettazione venerea che ne potrebbe seguire.

Toccare i genitali altrui, specialmente se di sesso diverso, anche sopra le vesti, è peccato mortale, salvo che il toccamento non avvenga casualmente, senza cattiva intenzione e senza il pericolo di caduta. Lo stesso deve dirsi in rapporto al seno.

Toccare i genitali di una bestia ordinariamente non è peccato mortale, purché i toccamenti non si facciano con cattiva intenzione e si prolunghino fino a procurare una polluzione.

b) Gli sguardi fugaci su persone di diverso sesso o non sono peccati o al massimo non superano il peccato veniale. Sguardi lunghi e deliberati, o sugli organi genitali o sul seno di una donna, benché coperti da veli o stoffe quasi trasparenti, o su persone di diverso sesso che compiono un'unione carnale, o su una persona che compie una polluzione, ecc. con facilità costituiscono peccati mortali perché eccitano alla dilettazione venerea.

Guardare per pura curiosità, per leggerezza, ma senza affetto a cose veneree, le parti meno oneste di una persona di diverso sesso, il coito degli animali, ordinariamente non oltrepassa il peccato veniale, specialmente se lo sguardo è fugace.

Guardare senza motivo, per curiosità o leggerezza, ma senza affetto venereo, i propri organi genitali è peccato veniale, specialmente se lo sguardo è fugace. Lo stesso può dirsi dello sguardo fugace sui genitali d'una persona dello stesso sesso, purché uno non sia propenso a peccati di sodomia, oppure non si guardi a lungo un giovane molto bello.

c) I baci e gli abbracci compiuti per effetto libidinoso sono sempre peccati mortali. Dati in parti disoneste e meno oneste facilmente possono costituire peccato mortale, perché ordinariamente eccitano i movimenti carnali, e sogliano provocare l'affetto venereo. Dati in parti oneste, senza ragione plausibile, ma per amore sensibile, per leggerezza, per scherzo, per sensualità, sono peccati veniali se non vi è il pericolo prossimo di consenso nella dilettazione venerea, come facilmente può accadere se gli abbracci ed i baci sono prolungati, spesso ripetuti e con grande espansione di affetto tra persone di sesso diverso. Al contrario, i baci, gli abbracci, le strette di mano che si dànno secondo i costumi civili di urbanità, di amicizia, di benevolenza, sono leciti, anche se eventualmente si possa sentire qualche movimento carnale, purché non ci sia il pericolo del consenso.

[...]

237. - e) Il turpiloquio può essere peccato mortale sia in ragione dello scandalo che comporta specialmente se si fa davanti a ragazzi o a fanciulle; sia in ragione del pericolo di una dilettazione venerea a cui si va incontro quando si parla di certe cose; sia se si fa per un fine perverso, qual è quello di indurre altri a peccare. Laonde:

1) Parlare di cose turpi, scrivere, cantare, ascoltare, leggere, fare dei gesti cattivi per libidine o col pericolo prossimo di consenso in essa, o con grave scandalo, è peccato mortale.

2) Raccontare facezie lascive per scherzo, specialmente tra uomini grandi o tra donne maritate, benché sia una cosa riprovevole, tuttavia non è peccato mortale perché non comporta affetto alla lussuria, purché non ci sia lo scandalo in coloro che ascoltano, oppure, le facezie non siano molto sporche.

3) Parlare, scrivere, leggere, ascoltare cose turpi per giusto motivo, senza il pericolo di consenso e senza scandalo, non è peccato.

[...]

242. - II. La condotta del confessore in rapporto al VI Precetto.

1. Il confessore si astenga dal fare domande inutili e pericolose circa la materia del VI Precetto, specialmente quando non vi è neppure il sospetto che il penitente abbia commesso certi peccati. Non domandi né quelle circostanze che sono indifferenti per il peccato, né il modo come è stato commesso il peccato. Il confessore può rivolgere al penitente quelle domande riguardanti le circostanze che mutano la specie se ha il ragionevole sospetto che il penitente le abbia taciute; e, se occorre fare delle domande supplettive dell'esame, le faccia con prudenza e con riguardo alla condizione del penitente. Se questi oltrepassa i limiti del pudore nelle parole, il confessore lo riprenda subito, poiché in simile materia, nel dubbio circa la integrità, è meglio una domanda di meno, che esporsi ad un pericolo.

2. I consigli igienico-sanitari li lasci al medico o a chi di dovere, egli dia la necessaria istruzione morale con prudenza, onestà, e moderazione. 

mercoledì 29 luglio 2015

Avviso da Bari

Si comunica che la Messa in forma straordinaria sarà sospesa da sabato 15 agosto (compreso) e ripresa sabato 5 settembre.
















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La "ricetta vocazionale" di Burke

Una volta mi è capitato di leggere un articolo che parlava della situazione delle vocazioni sacerdotali. Non ricordo le parole esatte utilizzate dall'autore, ma il senso era che secondo lui la situazione non è poi tanto drammatica poiché il numero dei sacerdoti dagli anni '60 ad oggi è rimasto sostanzialmente stabile.

Io non sono d'accordo con questo modo di affrontare il calo delle vocazioni. Infatti, non è pubblicando dati parziali che si risolve il problema. E' vero che il numero dei sacerdoti è più o meno lo stesso di cinquant'anni fa, ma per correttezza bisognerebbe ricordare che nel frattempo il numero dei cattolici è più che raddoppiato. Ciò significa che la densità dei sacerdoti è diminuita in maniera drammatica. Del resto lo vediamo coi nostri occhi che in molti paesi dove c'erano tre o quattro preti, adesso ne è rimasto solo uno, e anche anziano.

Dunque come affrontare questo drammatico problema? Se osserviamo i dati risulta evidente che mentre in certe diocesi la situazione è catastrofica, in altre le cose vanno abbastanza bene. Per esempio, la diocesi di Saint Louis (U.S.A.) durante i pochi anni di governo dell'allora Mons. Burke, ebbe un incremento esplosivo dei seminaristi (aumentarono all'incirca del 100%), "costringendo" l'Arcivescovo a far eseguire lavori per ampliare la capienza del seminario. Io penso che se venisse applicata la stessa “ricetta” liturgica e formativa, i risultati sarebbero positivi anche in altre diocesi.

martedì 28 luglio 2015

I preti devono dedicarsi alla salvezza delle anime, non ad arricchire la famiglia

[Brano tratto da “Pratica di amar Gesù Cristo” di Sant'Alfonso Maria de Liguori]

Lo stato ecclesiastico non è istituito da Gesù Cristo per aiutar le case de' secolari, ma per promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime. Alcuni si figurano lo stato ecclesiastico come fosse un officio o mestiere laicale per avanzarsi negli onori o nei beni temporali, ma errano; e perciò quando vengono i parenti ad inquietare il vescovo, acciocchè ordini alcuno ignorante o di mali costumi, apportando per ragione che la casa è povera e non sanno come fare, ciò dee risponder loro il vescovo: «No, figlio mio, lo stato ecclesiastico non è fatto per aiutar la povertà delle case, ma per lo bene della Chiesa». E così bisogna licenziarli affatto, e non dare loro più orecchio; giacchè tali soggetti indegni sogliono ordinariamente esser poi la ruina non solo dell'anime loro, ma anche delle loro famiglie e de' loro paesi.

E parlando di quei sacerdoti che vivono in casa propria, e vorrebbero i parenti che non tanto si applicassero alle incombenze del lor ministero, quanto ad avanzar la casa colle rendite e cogli onori, essi debbono lor risponder quel che rispose Gesù Cristo alla sua divina Madre: Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse? (Luc. II, 49). Debbon dunque rispondere: «Io son sacerdote, l'officio mio non è di far danari e procurare onori, nè di tenere l'amministrazione della casa, ma di star ritirato, far orazione, studiare ed aiutare l'anime». Quando poi vi fosse qualche precisa necessità di aiutar la casa, dee aiutarla per quanto può, ma senza lasciare la sua incombenza principale, ch'è di attendere alla santificazione sua e degli altri.

lunedì 27 luglio 2015

Avviso ai lettori

Cari lettori, vi informo che il blog continuerà ad essere aggiornato ogni giorno anche nei mesi di luglio e di agosto (ho già impostato i post che verranno pubblicati in automatico).

Quindi anche nei luoghi di villeggiatura potrete continuare a seguire il blog mediante tablet e smartphone.

Per quanto riguarda invece il servizio di risposta alle vostre e-mail, potrebbero esserci dei ritardi, pertanto chiedo di avere un po' di pazienza (ricevo molta corrispondenza).

Buone vacanze!

Il latino liturgico, patrimonio immateriale dell'umanità

Testo della conferenza di don Roberto Spataro sdb, alla Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) di Milano, 12 maggio 2014.

***

Illustri professori e studenti, cari amici,

nella relazione che sto per presentare, attenendomi al titolo che mi è stato affidato, svilupperò tre punti. Anzitutto, definirò il concetto di patrimonio immateriale e lo applicherò alla lingua latina; in secondo luogo, mostrerò alcune caratteristiche del latino liturgico; infine, presenterò la cosiddetta “Messa tridentina”, comunemente designata anche come “Messa in latino”, che valorizza moltissimo il latino liturgico.

1) Per definire il concetto di “patrimonio immateriale”, vorrei rifarmi ad un’iniziativa promossa circa due anni e mezzo fa da una benemerita istituzione culturale italiana, l’Accademia “Vivarium Novum”, che, con il sostegno di altri prestigiosi partner europei, ha raccolto moltissime adesioni perché l’Organizzazione delle Nazioni Unite dichiari la lingua latina e la lingua greca antica “patrimonio culturale immateriale dell’umanità “. Nella petizione che è stata diffusa, era descritto, pur se con altre parole, come “patrimonio immateriale dell’umanità” un qualche bene spirituale intangibile capace di creare una sorta di comunione diacronica tra gli uomini che ne usufruiscono. Come tutti le ricchezze culturali, esprime sempre un’esperienza significativa dell’avventura umana sulla terra che possa toccare l’anima dell’uomo in quanto tale, senza esclusioni e senza barriere nel tempo e nello spazio.

Appartengono a questa categoria lingue, non mai e/o non più parlate da nessun popolo, che hanno svolto nella storia delle idee e della cultura un ruolo fondamentale. Gli esempi sono numerosi: il sanscrito, soprattutto in India, ha trasmesso dottrine e speculazioni filosofiche da epoche remotissime fino ai nostri giorni; l’arabo classico e il persiano medievale ci hanno consegnato le meditazioni dei mistici sufi e le discussioni dei pensatori che riflettevano con profondità sui loro testi sacri e sulle opere della filosofia greca; la lingua ebraica, di recente riportata in vita con la nascita dello Stato d’Israele, ha per quasi due millenni tramandato la sapienza religiosa di una comunità di credenti dispersa nell’orbe. Queste ed altre lingue, e le civiltà che esse esprimono, costituiscono un grande patrimonio, che va rispettato, apprezzato, tutelato. Se disperso e trascurato, tutti diventano più poveri culturalmente, il che equivale a dire, tutti diventano più poveri di umanità. (1)

È a tutti evidente che il concetto di “patrimonio immateriale”, così come descritto, si applichi alle lingue latina e greca. Chi potrà negare che anche e principalmente nelle civiltà greca e latina sussistano le radici storiche e il tesoro inesauribile della memoria comune dell’Europa?

Il latino è patrimonio immortale dell’umanità perché è la lingua di autori che definiamo “classici” in quanto, secondo una felice intuizione di Italo Calvino, ogni volta che entriamo in dialogo con loro, scopriamo sempre qualcosa di nuovo che si incide nella nostra anima (2). Sono classici perciò Virgilio, con la sua dolorosa meditazione delle umane vicende, Seneca che sosteneva che tutti gli uomini hanno la stessa dignità, Agostino che, nella sua sofferta e pur serena autobiografia, ha scoperto la psicologia del profondo. Non è necessario moltiplicare i nomi dei “classici” latini ed il loro imperituro messaggio. Vorrei, invece, ricordare che, dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuto nel V secolo in concomitanza con l’irruzione di nuovi popoli, la lingua latina diventò immortale, mai più destinata a perire. A partire dal V secolo comunità civili e politiche scelsero il latino per le conversazioni quotidiane, per l’allacciamento di relazioni, per la stesura degli atti burocratici, per la composizione di opere di letteratura, per la celebrazione della preghiera. In tal modo i popoli europei, dialogando tra loro con l’uso della medesima lingua, maturavano un unico e medesimo spirito. Scrissero in latino i monaci eruditi che, maestri alla corte palatina di Carlo Magno, coltivarono gli studi umanistici ed avviarono un rinascimento delle lettere e delle arti. Tra essi eccelle Alcuino. In latino composero le loro summae di teologia i pii dottori del Medioevo per mostrare il modo in cui gli uomini, con argomentazioni razionali, possono comprendere i misteri della fede cristiana. Ed il nostro pensiero va al più grande tra essi, Tommaso d’Aquino. In latino Dante Alighieri, come altri suoi contemporanei, trattò problemi di natura politica. In latino gli umanisti dei secoli XV e XVI sostennero la grandezza e la dignità dell’uomo, come Erasmo da Rotterdam, profeta della pace, o Thomas More martire della giustizia. Usarono il latino gli autori, come Francesco de Vittoria, il grande filosofo di Salamanca, che rivendicarono i diritti inviolabili delle popolazioni indigene contrastando l’avidità dei conquistadores. In latino approfondirono temi di matematica studiosi illustri, quale Giovanni Napier che nel XVI secolo scrisse un’opera intitolata “Mirifici logarithmorum canonis descriptio” (3). Quanti capolavori di natura letteraria, filosofica, teologica, giuridica, scientifica, matematica, biologica sono stati composti in questa lingua fino al secolo XIX! E persino nell’ambito politico, il latino, era la lingua dei parlamenti, come quello croato e quello ungherese fino al secolo XIX, o la lingua della corrispondenza di uomini dotti, mercanti, esploratori, missionari: un enorme patrimonio, davvero universale nel tempo e nello spazio.

2) Negli ambiti in cui la lingua latina è stata usata eccelle senz’altro la liturgia della Chiesa Cattolica che ha quasi spontaneamente scelto la lingua di Roma per elevare la sua preghiera a Dio negli atti più solenni, i sacramenti, soprattutto la Santa Messa, e l’Ufficio divino. Tra le varie cause che hanno portato a questa felicissima simbiosi tra la preghiera ufficiale della Chiesa e l’uso del latino, vorrei ricordarne una: il latino è una lingua sacra. Gli argomenti che adduco per sostenere questa tesi sono cinque.

a) Anzitutto, le più remote testimonianze dell’uso letterario della lingua, rinviano ad un contesto rituale, gli antichissimi “carmina” perché le caratteristiche fonetiche del latino, con la sua alternanza di sillabe lunghe e brevi, con la sua sonorità robusta, ma mai sgraziata, di consonanti occlusive, ingentilita dalla frequenza di sibilanti e liquide, lo rende una lingua poetica e, dunque, la sottrae alla funzionalità della prosa, per immergerla nella sfera della bellezza, che è il mondo di Dio.

b) Inoltre, il latino è una lingua “sacra”, come ha notato Michael Lang sulla scorta delle osservazioni di Christine Mohrmann, perché è immutabile (4). Il latino, infatti, nelle sue strutture morfologico-sintattiche si è fissato una volta per sempre, come ricordavamo, intorno al V secolo d.C., conoscendo solo un graduale e fecondo arricchimento lessicale.

c) La lingua sacra, tra l’altro, è disponibile a recepire prestiti da altre lingue per esprimere realtà sacre, ed il latino liturgico si è mostrato molto duttile in questo tempo, recependo grecismi ed ebraismi.

d) Infine, la lingua sacra ha una struttura retorica tipica dell’oralità e che allo stesso tempo conferisce maestà e bellezza: basta leggere una qualsiasi orazione del Messale romano per rendersi conto dell’elaborazione retorica, perfetta nella sua sobrietà: chiasmi, iperbati, allitterazioni, equilibrio perfetto tra i cola, rispetto delle clausole che danno un ritmo inconfondibile.

e) C’è ancora un motivo evidente che fa del latino liturgico una lingua sacra. I testi liturgici sono plasmati come un’eco ed un approfondimento del testo sacro per antonomasia, la Bibbia. Per rivolgersi a Dio, infatti, le parole più appropriate sono quelle che Dio stesso, con la sua rivelazione, mette sulla bocca dei credenti e degli oranti. Ora, la Chiesa Cattolica ha assunto per la sua vita, per la sua preghiera e per la sua dottrina la Vulgata, ossia l’edizione latina della Bibbia, diffusa da Gerolamo nel IV secolo e poi rifatta dopo il Concilio di Trento. 

3)
 E veniamo così all’ultima parte di questa relazione. Stabilito che il latino è un patrimonio immateriale dell’umanità e che, tra le sue espressioni, vi sia il latino liturgico in quanto il latino è una lingua sacra, vorrei affrontare una domanda che sicuramente è nata in ciascuna di noi: non ha forse la Chiesa Cattolica abbandonato l’uso del latino nella celebrazione della liturgia, con l’introduzione delle lingue nazionali, seguita alla riforma liturgica postconciliare? Il problema è complesso. Presento tre elementi che aiutano ad affrontare correttamente tale problema.

Anzitutto, va ricordato che i Padri del Concilio Vaticano II ammisero un uso limitato e ragionevole delle lingue nazionali che avrebbero dovuto coesistere accanto al latino (5). I motivi per i quali questa raccomandazione non sia stata rispettata ma stravolta saranno chiariti dagli storici.

In secondo luogo, tutte le editiones typicae dei testi liturgici sono in latino e i testi in lingue nazionali sono traduzioni dell’originale latino, operazione molto delicata perché è in gioco la fede della Chiesa, al punto che la Santa Sede avoca a sé il diritto/dovere di approvarle, prima di introdurle nella pratica. E sugli infiniti problemi delle traduzioni, vorrei fare due esempi. Al principio della Messa, sia nella forma ordinaria sia in quella straordinaria, si recita il Confiteor, pur se con alcune non irrilevanti variazioni tra l’una e l’altra. Questa bellissima preghiera si conclude con un appello del fedele alla Chiesa celeste e a quella militante di pregare a suo favore per ottenere il perdono dei peccati. In latino si dice: Ideo precor … orare pro me ad Dominum Deum nostrum. La traduzione in lingua italiana dice: "Supplico di pregare per me il Signore Dio nostro", quella inglese “to pray for me to the Lord our God”. Eppure, in quel ad seguito dall’accusativo non è contenuto solamente il significato della direzione impressa alla preghiera, significato più comune nel tardo latino. Ad e l’accusativo, in dipendenza di un verbo che non indica movimento, come appunto confiteor, significano anche e principalmente “alla presenza di”. Quando si recita il Confiteor, insomma, ci mettiamo dinanzi a Dio perché nella Messa siamo realmente davanti a Lui, come peccatori, tutti quanti, e invochiamo il suo perdono perché siamo al cospetto di Colui che per perdonarci ha subito la Passione e la Morte: anche la posizione del Crocifisso ci aiuta ad assumere questo orientamento interiore. Ancora più sorprendente la traduzione in lingua italiana delle parole della consacrazione del Calice. ACCIPITE ET BIBITE EX EO OMNES: HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI NOVI ET AETERNI TESTAMENTI. La traduzione del Messale italiano dice: “Questo è il sangue per la nuova ed eterna alleanza”, un complemento di fine e non di specificazione. La traduzione è assolutamente inadeguata: al posto di un genitivo oggettivo-costitutivo, (questo è il sangue che “fa”, crea, costituisce la nuova e definitiva alleanza) c’è un ben più debole complemento “per la nuova ed eterna alleanza”. In questo punto, la lex orandi non corrisponde più allalex credendi.

Infine, il Magistero supremo della Chiesa non ha mai cessato di incoraggiare l’uso della lingua latina anche nella liturgia rinnovata. In questo senso, l’esempio e l’insegnamento del Papa emerito, Benedetto XVI, sono stati luminosi. Tuttavia, vorrei ora proporre delle riflessioni su quella forma di celebrazione della Messa in cui l’uso della lingua latina è rimasto intatto ed integrale, la cosiddetta “forma straordinaria” del rito romano, secondo il Messale dell’anno 1962, che, con il Motu proprio Summorum Pontificum, è stato restituito alla Chiesa e che un numero di fedeli e di sacerdoti, per quanto estremamente esiguo rispetto alla maggioranza, ha adottato stabilmente (6).

La Messa tridentina – e così possiamo chiamarla – accentua molto la sacralità dell’azione perché è un atto di fede che potremmo così sintetizzare: Dio è presente in modo realissimo attraverso la consacrazione delle specie eucaristiche e nella Messa si rinnova in modo incruento il sacrificio del Calvario. Di fronte ad un evento tanto sublime, al sacerdote e ai fedeli viene chiesto di coltivare un atteggiamento di intima e convinta adesione, di silenziosa adorazione, di umile accoglienza, di preghiera raccolta. La lingua latina, in quanto lingua sacra, si addice sommamente ad esprimere quest’atmosfera. Christine Mohrmann, già citata, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre solo un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. Del resto, quasi tutte le grandi religioni adottano una lingua diversa da quella dell’uso quotidiano per gli atti di culto. Lo ricordava anche il Cardinale Ranjith in un’intervista di qualche anno fa: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (7). In un convegno, tenutosi a Pavia poco più di un anno fa, don Marino Neri, appassionato cultore della Messa tridentina, ha spiegato che il Latino introduce meglio al mistero, al momento in cui l’Altro per eccellenza si comunica sensibilmente a noi. L’alterità, espressa da luoghi, gesti, abiti “altri”, passa anche attraverso il “principe” dei segni, la parola, che non media solo significati destinati all’intelletto, ma conduce l’astante al rapporto personale religioso, che si nutre di segni. Si tratta né più né meno di un principio formulato da San Tommaso d’Aquino, il teologo che dice le cose più ragionevoli che io conosca: “Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono”. (8)

Alla sacralità del rito tridentino, potentemente ed efficacemente manifestata dall’uso del latino, lingua ieratica, si aggiungono altre caratteristiche in armoniosa simbiosi e che rendono la forma straordinaria del rito romano un’autentica esperienza mistica. Ne ricordo velocemente tre, ben note a coloro che vi hanno partecipato qualche volta o che abitualmente assistono alla Messa antica. Anzitutto, l’orientamento ad Deum, favorito dalla posizione assunta dai fedeli e dai celebranti che, spezzando il circolo un po’ autoreferenziale del guardarsi reciprocamente, volgono lo sguardo verso il Crocifisso, maestoso e semplice nel messaggio salvifico che trasmette: il Sangue di Cristo, sparso cruentamente sul Calvario, viene incruentemente effuso sull’Altare dove si rinnova il Santo Sacrificio. In secondo luogo, lo spazio dato al silenzio che avvolge discretamente l’intero svolgimento del rito, dalle apologie del sacerdote alla recitazione del Canon Missae, per dare risalto alla contemplazione e all’assimilazione intima del significato dei gesti compiuti e delle parole pronunciate. Infine, l’importanza della gestualità che, nella logica del simbolo, riassume l’antropologia cristiana, invitando i fedeli ad essere frequentemente in ginocchio per riconoscere la loro condizione creaturale di fronte al Creatore che li ama e li salva, e che nessuna dimensione della vita dell’uomo tralascia, neppure gli affetti diretti verso quell’Altare, figura eloquente di Cristo, vittima, sacerdote ed altare, che ripetutamente il sacerdote bacia delicatamente.

Concludo con un esempio della bellezza del latino liturgico, porzione non indifferente di questa lingua “patrimonio immateriale dell’umanità”. È una preghiera che il sacerdote pronunzia sommessamente alla fine della Messa, prima di impartire la benedizione finale, purtroppo scomparsa nella forma ordinaria del rito romano. Essa recita in tal modo:

Placeat tibi, sancta Trinitas, obsequium servitutis meae: et praesta; ut sacrificium, quod oculis tuae maiestatis indignus obtuli, tibi sit acceptabile, mihique et omnibus, pro quibus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

In questa preghiera Cielo e terra si uniscono nelle parole del sacerdote, la Trinità invocata al principio della preghiera, i fedeli tutti per i quali il sacerdote prega e lavora. Si alternano il congiuntivo, placeat, e l’imperativo, praesta, che sono i modi verbali della preghiera cristiana: quando parliamo a Dio esprimiamo umilmente una speranza, ed ecco il congiuntivo, ma osiamo anche chiedere fiduciosi, nel nome del Figlio, ed ecco l’imperativo. Le richieste sono espresse ordinatamente: anzitutto la gloria di Dio ed ecco la proposizione ut sacrificium sit acceptabile, e poi la salvezza delle anime, sit propitiabile, la stessa disposizione dell’Oratio dominica, del Padre nostro. Le preghiere sono espresse in un elegante parallelismo, ma esso viene, per così dire, deviato da un ablativo assoluto, cioè da quella costruzione tipica della lingua latina, che esprime le circostanze che accompagnano il racconto di un fatto o l’enunciazione di un pensiero. Quell’ablativo assoluto, che esce dalla struttura parallela, si impone allora come una luce che illumina tutta la preghiera: te miserante, proprio le parole del motto scelto dal Papa Francesco. La misericordia delle Tre persone della Santissima Trinità, il messaggio imperituro del Vangelo che l’attuale Sommo Pontefice ci sta ricordando incessantemente e che la Messa tridentina, ridonataci da Benedictus Magnus, ci lascia alla conclusione di ogni sua celebrazione!

Roberto Spataro
Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
Università Pontificia Salesiana

(1) Cf. An appeal to Unesco on behalf of the Latin and Greek “heritage of humanity”.

(2) Cf. I. Calvino, Perché leggere i classici, Milano 1995.

(3) Cf. R. Spataro, Hortensius vel Sapientia veterum a Christifidelibus tradita, Grottaminarda (Av), 2014, p. 81.

(4) U. M. Lang, Il latino come lingua liturgica del Rito Romano.

(5) Cf. Sacrum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Sacrosanctum Concilium, n. 36 §1, in Constitutiones, Decreta, Declarationes, cura et studio Secretariae Generalis Concilii Oecumenici Vaticani II, Typis Poliglottis Vaticanis, MCMLXVI, p. 22.

(6) Benedictus XVI, Litterae Apostolicae Motu proprio datae Summorum Pontificum (07.07.2007).

(7) M. Politi, Liturgia. Perché Ratzinger recupera il 'sacro', in “La Repubblica”, 31 luglio 2008, p. 42.

(8) Summa Theologiae III, 64, 2 (Ed. Leonina).

domenica 26 luglio 2015

Interessante omelia del Cardinale Burke


Riporto alcuni stralci dell'omelia pronunciata il 26 dicembre 2010 dal Cardinale Raymond Leo Burke, presso la parrocchia Santa Maria di Nazareth di Roma, su gentile invito di Mons. Gino Reali, Vescovo della Diocesi suburbicaria di Porto - Santa Rufina (entrambi nella foto a lato).

Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, ma non in ragione del Concilio, la modalità di riforma del Rito della Messa per certi versi ha abbastanza oscurato l’azione divina nella Santa Messa, unendo cielo e terra, e ha indotto alcuni al pensiero erroneo che la Santa Liturgia è una nostra attività, che in qualche senso noi abbiamo inventato e con la quale allora noi possiamo fare esperimenti.

La verità della Sacra Liturgia è ben diversa. Infatti, la Sacra Liturgia è l’azione di Gesù Cristo, vivo nel Suo Corpo Mistico per l’effusione dello Spirito Santo; è il Suo dono a noi, che dobbiamo ricevere, apprezzare e salvaguardare secondo le indicazioni dei nostri Pastori e specialmente del Santo Padre, il Vicario di Cristo sulla terra, e perciò Pastore della Chiesa Universale. Siamo chiamati così nel tempo attuale ad accogliere l’insegnamento e la disciplina che il nostro Santo Padre Benedetto XVI ci ha dato nella sua Lettera Apostolica Summorum Pontificum, per la quale egli ha voluto restaurare la forma del Rito della Messa per esprimere più pienamente ed efficacemente la verità della Sacra Liturgia.

[...] Seguendo il magistero del Santo Padre, molto giustamente celebriamo il Rito Romano secondo la forma straordinaria oggi per aiutarci ad entrare più pienamente nella conoscenza del Mistero della Fede, il mistero dell’amore di Dio verso di noi, e rispondere al mistero con amore puro e disinteressato verso Dio ed il prossimo.

sabato 25 luglio 2015

La preghiera del "Pater Noster"

Dagli scritti di Padre Adophe Tanquerey (1854 - 1932).


Fra le preghiere che recitiamo in pubblico o in privato non ve n'è alcuna più bella di quella insegnataci da Nostro Signore medesimo, il Pater. 

A) Vi troviamo prima di tutto un insinuante esordio, che ci mette alla presenza di Dio e stimola la nostra confidenza: Pater noster, qui es in cælis. Il primo passo da fare quando si prega è d'accostarsi a Dio; ora la parola Pater ci mette subito alla presenza di Colui che è Padre per eccellenza, Padre del Verbo per generazione e Padre nostro per adozione; è dunque il Dio della Trinità che ci si mostra, circondandoci di quel medesimo amore di cui circonda suo Figlio; e poichè questo Padre è nei cieli, vale a dire è onnipotente e fonte di tutte le grazie, ci sentiamo tratti ad invocarlo con intiera filiale confidenza, essendo della famiglia di Dio e tutti fratelli, perchè tutti figli di Dio: Pater noster.

B) Viene poi l'oggetto della preghiera; chiediamo tutto ciò che possiamo desiderare e in quell'ordine in cui lo dobbiamo desiderare: a) prima di tutto il fine principale, la gloria di Dio: "Sia santificato il tuo nome", cioè sia riconosciuto e proclamato santo; b) poi il fine secondario, l'aumento del regno di Dio in noi che prepara il nostro ingresso nel regno dei cieli, "venga il tuo regno"; c) il mezzo essenziale per ottenere questo doppio fine, che è la conformità alla divina volontà: "sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra". Vengono appresso i mezzi secondari, che formano la seconda parte del Pater: d) il mezzo positivo, il pane quotidiano, pane del corpo e pane dell'anima, perchè l'uno e l'altro ci sono necessarii per sussistere e progredire, "dacci oggi il nostro pane quotidiano"; e) infine i mezzi negativi, che abbracciano: 1) la remissione del peccato, il solo vero male, peccato che vien perdonato a noi in quella misura con cui noi perdoniamo altrui: "rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"; 2) l'allontanamento delle prove e delle tentazioni che potrebbero farci soccombere: "non c'indurre in tentazione"; 3) e da ultimo l'allontanamento dei mali fisici, delle miserie della vita, in quanto sono ostacolo alla nostra santificazione: "ma liberaci dal male. Così sia".

Preghiera sublime, perchè tutto vi si riferisce alla gloria di Dio; e nello stesso tempo semplice e alla portata di tutti, perchè, pur glorificando Dio, chiediamo tutto ciò che vi è di più utile per noi. Ecco perchè i Padri e i Santi presero diletto a commentarla, e il Catechismo del Concilio di Trento ne dà lunga e molto soda spiegazione.



[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

venerdì 24 luglio 2015

Le donne immodeste causano peccati e rovine

Mentre le donne virtuose sono di edificazione per l'anima dell'uomo, al contrario le donne immodeste causano peccati e rovine. Ecco cosa scrisse in proposito il pio esegeta Don Dolindo Ruotolo.


Quando l'uomo si lascia attrarre e dominare dalla bellezza sensuale di una donna, non guarda più a Dio, non vive più di Lui, non l'ama, non l'onora, anzi Lo sente come un fastidio; allora i piaceri dei sensi lo abbruttiscono ed egli decade miseramente. [...] Noi lo vediamo anche oggi nella corruzione che inonda il mondo. Si vive di senso, perché si cerca unicamente la bellezza materiale ed il piacere; non si guarda più a nulla, si vive per questo, e i delitti si moltiplicano sulla terra. Se le donne riflettessero che la loro bellezza è spesso causa di peccato e di rovina, non esibirebbero se stesse come fanno, ma si ammanterebbero di santa modestia. [...] Le donne che oggi ostentano il loro corpo, si accomunano alle sfacciate figliuole della razza di Caino, e diventano la rovina del mondo. [...] Quando si vive di materia, svaniscono tutti gli ideali più belli di virtù e la grazia di Dio, quest'ineffabile rugiada del Cielo, non trova dove penetrare, e si svapora, per così dire, sul cuore umano, fatto macigno.


[Brano di Don Dolindo Ruotolo tratto dal suo commento alla “La Sacra Scrittura”, volume I “La Genesi”, Apostolato Stampa].

giovedì 23 luglio 2015

Avviso da Napoli

Si comunica che domenica 26 luglio p.v., presso la Chiesa dell’Arciconfraternita di S. Maria del Soccorso all’Arenella (Napoli), alle ore 17:45 sarà esposto il Santissimo Sacramento; alle ore 18:00 ci sarà la recita del Santo Rosario, seguita dalla Benedizione Eucaristica. La  S. Messa in Rito Romano antico delle ore 18:30 sarà celebrata dal Prof. Don Roberto Spataro SDB, Segretario della Pontificia Accademia Latinitas. 

Nel mese di agosto, presso l’Arciconfraternita del Soccorso, sono sospese le SS. Messe in Rito Romano antico, che riprenderanno a partire da domenica 6 settembre 2015 (ogni domenica e festa di precetto, ore 18:30).

Si informa, inoltre, che Don Spataro celebrerà un'altra S. Messa in Rito Romano antico lunedì 27 luglio p.v., alle ore 18:00, presso la Parrocchia di S. Anna, Gesù e Maria di Bacoli, nell’ambito dei festeggiamenti per S. Anna, Titolare della Chiesa.


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Domande spinose

Una lettrice mi ha fatto delle domande su alcuni problemi che affliggono la Chiesa. Ecco la mia risposta.

Cara sorella in Cristo,
                                          ho letto le tue domande “spinose”, spero di poter chiarire i tuoi dubbi.

Cosa pensa Gesù della Chiesa? Innanzitutto devo dirti che la Chiesa Cattolica è il Corpo Mistico di Cristo, cioè tutti noi cattolici formiamo un solo Corpo, di cui Cristo è il capo mentre noi siamo le membra. Siamo fratelli in Cristo. Detto questo, è necessario che ci sia una gerarchia, altrimenti regnerebbe l'anarchia nella Chiesa. Pensiamo ad esempio se non avessimo il Papa, come faremmo a sapere chi ha ragione e chi torto nelle dispute teologiche? In alcuni casi il Papa è infallibile (ad esempio quando proclama un dogma o canonizza un santo), negli altri casi bisogna seguire i suoi insegnamenti per obbedienza, a meno che non stia parlando come “privato dottore”. È giusto che noi gli obbediamo, altrimenti ognuno seguirebbe le dottrine che gli piacciono di più e ci sarebbe divisione tra i fedeli. Dalle rivelazioni dei santi appare chiaro che Gesù non è molto contento della situazione. Ad esempio a San Francesco il Signore gli chiese di riparare la Chiesa perché era in rovina. Santa Caterina da Siena nel suo celebre “Dialogo con la Divina Provvidenza” scrive che il Signore è dispiaciuto dal comportamento di molti preti e vescovi, però ci sono anche dei buoni religiosi che zelano la maggior gloria di Dio. Sant'Alfonso in una lettera privata si lamentò del poco zelo della maggioranza dei vescovi. In un altro scritto si lamentò del rilassamento dei religiosi. Padre Pio in una visione vide che Gesù era disgustato dal comportamento di molti prelati. Eccetera, eccetera.

Dunque, come tu stessa hai compreso, la situazione ecclesiale è molto difficile. I problemi non riguardano solo il clero, ma anche i fedeli laici. Che fare? Alcuni cadono nella tentazione di abbandonare la Chiesa e aderire all'ateismo, altri passano ad altre religioni, altri rimangono nella Chiesa cattolica, ma si ribellano agli insegnamenti del Magistero. Queste cose sono sbagliate. Noi dobbiamo imitare San Francesco e gli altri santi. Anche ai loro tempi la situazione era difficile, ma restarono all'interno della Chiesa e si impegnarono a migliorarla dal di dentro. Questa è la battaglia da combattere anche oggi.

Cosa farebbe Gesù ai nostri giorni? Io penso che farebbe le stesse cose che fece 2000 anni fa, cioè andrebbe nei villaggi e nelle città ad evangelizzare la gente, ad insegnare la sua meravigliosa dottrina fondata sull'amore (quello vero, cioè quello che nasce da Lui). All'occorrenza farebbe anche dei miracoli per guarire gli ammalati e liberare gli indemoniati.

Mi chiedi perché parlo contro certi peccati (omosessualità, contraccezione, rapporti prematrimoniali, ecc.), mentre evito di parlare della pedofilia? Sul blog “Cordialiter” (quello sulla Tradizione Cattolica), tempo fa ho parlato anche della pedofilia, mentre sul blog vocazionale non ne ho parlato nemmeno una volta. Innanzitutto penso che questo problema vada risolto alla radice, e cioè bisogna vagliare con maggiore attenzione i seminaristi onde evitare che qualche ragazzo che non vive in totale castità possa essere ordinato sacerdote. Anche Sant'Alfonso diceva che bisogna cacciare dal seminario coloro che non vivono in castità. Inoltre diceva che i vescovi devono rendere conto a Dio delle ordinazioni sacerdotali che effettuano. Devono ordinare solo persone ben preparate e dalla vita virtuosa.

Insomma, lo stesso Sant'Alfonso diceva che principalmente dai vescovi dipende la vita cristiana tra i fedeli. Se il vescovo è zelante, darà una buona formazione dottrinale e ascetica ai seminaristi, e ordinerà sacerdoti solo coloro che ne sono degni, i quali a loro volta saranno zelanti nel lavorare per la salvezza delle anime e la maggior gloria di Dio. Se invece il vescovo è una persona poco zelante, i risultati saranno disastrosi.

Sul blog preferisco parlare di altri peccati, sia perché sono più diffusi, sia perché si sta diffondendo una mentalità che tende a giustificarli. Omosessualità, contraccezione e rapporti prematrimoniali, sono questioni serie che riguardano tante persone. L'omosessualità non l'ho mai approvata, invece la contraccezione e i rapporti tra fidanzati, in passato pensavo che non fossero peccati. In seguito mi sono accorto che sbagliavo e che il Magistero della Chiesa aveva ragione. Del resto, anche tutti i santi (San Francesco, Don Bosco, Padre Pio, Madre Teresa, ecc.) hanno sempre seguito il Magistero della Chiesa. Spesso si pensa erroneamente che i peccati riguardanti la sessualità siano colpe leggere, invece sono delle colpe gravi. San Remigio diceva che dei cristiani adulti, pochi si salvano, tutti gli altri si dannano per colpa dei peccati impuri, cioè quelli che riguardano la sessualità. La Madonna a Fatima fece vedere ai tre pastorelli l'inferno con i demoni e i dannati che bruciavano in un oceano di fuoco. Giacinta (la più piccola dei tre), disse che i peccati impuri sono quelli che trascinano più anime all'inferno. Eppure a quei tempi la maggioranza degli sposi arrivava vergine al matrimonio, l'adulterio era più difficile da praticare, l'omosessualità era quasi inesistente. Un'altra cosa che mi ha colpito molto degli insegnamenti della Madonna di Fatima, è che preannunciò che sarebbero venute mode che avrebbero offeso molto Nostro Signore. A qui tempi nessuno poteva immaginare l'arrivo delle minigonne e degli altri abiti immorali.

Io presumo che in percentuale siano pochi coloro che sono schiavi della pedofilia, mentre sono molti di più coloro che praticano la contraccezione e i rapporti prematrimoniali. Ecco perché parlo più spesso di queste cose.

Purtroppo, noi laici possiamo fare ben poco per contrastare la piaga della pedofilia nel clero. I vescovi invece hanno la grave responsabilità di vigilare sul seminario e cacciare coloro che sono indegni di ricevere il sacerdozio. A dir la verità una cosa possiamo farla: dobbiamo supplicare con le lacrime agli occhi il Signore di inviarci dei vescovi santi, fervorosi e zelanti come lo furono San Francesco di Sales, Sant'Alfonso Maria de Liguori, Sant'Ambrogio, Sant'Antonio Maria Gianelli e tanti altri degnissimi successori degli Apostoli.

Bene, spero di averti risposto in maniera soddisfacente.

Cordiali saluti in Gesù e Maria,

Cordialiter

mercoledì 22 luglio 2015

Effetti della campagna comunista


Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli (1902-1989)


I rozzi e gl'ignoranti sono nella rete dei comunisti; naturalmente sono schierati contro i Sacerdoti e forse non ne sanno la vera ragione.
Sono a Modica. Quantunque sfornito di moneta, mi presento in un negozio di tessuti, a Piazza San Giovanni, e domando ventiquattro maglie.
- Prego avermi fiducia; al più presto consegnerò il denaro. Mi occorrono queste maglie per darle a persone povere ed ammalate; l'inverno si avvicina. -
Mentre scendo lungo la gradinata di S. Giorgio, sento dire: Abbasso i Preti! - Mi volgo e scorgo quattro spazzini seduti, intenti a consumare la colazione. Ridono alle mie spalle.
- Chi di voi ha detto: Abbasso i Preti!... ? -
Tutti tacciono. - Oh, come siete coraggiosi! ... Ditemi, perché avete lanciato l'insulto? ... Forse perché i Preti sono ignoranti e meno istruiti di voi? ... Forse perché fanno male al popolo? ... Proprio adesso ho comprato queste maglie, per farne carità. Quel bene che non fate voi, lo fa il Prete! ... Ditemi se per l'atto di carità che sto compiendo, merito il vostro insulto!... Non rispondete, perché vi trovate nel torto. La colpa non è tanto vostra; è dei vostri capi; voi, come pecoroni, vi lasciate influenzare e vi schierate contro i Preti. Voi stessi però non sapete darvene spiegazione. - Ancora a Modica.
Lungo il Corso San Giorgio, presso la Chiesa di San Giuseppe, una vecchietta mi raggiunge e si mette in ginocchio davanti a me.
- Padre, sono guarita per miracolo e ringrazio Dio e anche voi!
- Ringraziate il Signore; io c'entro poco in questa guarigione.
- Ero ammalata di cuore, incapace di fare il minimo lavoro. Dietro il vostro suggerimento, iniziai la novena di preghiera e sono guarita.
- Potrà darsi che si tratti di un miglioramento momentaneo.
- No, è guarigione perfetta! Mi disse il medico: Siete perfettamente guarita. Se non ci credete, vi do io il denaro e fatevi visitare da uno specialista. Avrete la stessa risposta! Reverendo, per disobbligarmi vi porterò venticinque chilogrammi di frumento.
- Innanzi tutto io non sono la causa della vostra guarigione; vi diedi allora un semplice suggerimento. Inoltre voi siete povera e non siete in grado di fare questa offerta.
- Non importa; ho fatto la promessa e voglio adempirla a tutti i costi.
- Se siete ormai risoluta, portate pure il grano e servirà per i poveri!
- Fatene quell'uso che volete! - La vecchietta bacia umilmente la mano e si allontana.
Neanche a farlo apposta, sulla stessa via, a breve intervallo, m'incontrano due donne popolane. Una mi lancia uno sguardo felino, accompagnato da uno sputo, ed esclama: Brutti Preti! -
Che contrasto! Una donna s'inginocchia davanti al Prete ... ed un'altra gli lancia uno sputo! Come spiegare ciò? Siamo nel periodo della campagna elettorale; i cattivi seminano calunnie ed il popolino, cieco ed incosciente, si lascia travolgere dall'empia corrente.


(Brano tratto da “Abbasso i preti”, di Don Giuseppe Tomaselli)

martedì 21 luglio 2015

Tracollo delle vocazioni diocesane in Francia

In molti Paesi della secolarizzata Europa si sta assistendo a una vera e propria desertificazione spirituale. Pensiamo ad esempio alla catastrofe vocazionale in Francia. I numeri parlano da soli: nel 1966 oltralpe c'erano 4.536 seminaristi, ma già pochi anni dopo, nel 1975, il loro numero era sprofondato a 1.297. Il tracollo è proseguito, e nel 1996 si è toccata la critica soglia di 1.103, per poi scendere in picchiata a 784 nel 2005. Nel 2011 è stato toccato il livello più basso dai tempi della Rivoluzione Francese a quota 710. Se la matematica non è un'opinione, il crollo complessivo dal 1966 supera l'84%. Ecco dove ha portato la svolta dei teologi modernisti che hanno distrutto il senso del soprannaturale!

Si tratta di numeri implacabili che non hanno bisogno di commenti, sono fin troppo eloquenti. Non si tratta di fare propaganda, si tratta di valutare con serietà la situazione catastrofica. Del resto, i numeri non sono né tradizionalisti né modernisti, sono dati di fatto di cui prendere atto. La situazione in Francia è drammatica, tra pochi anni in varie diocesi non ci saranno più preti, poiché quelli attuali hanno un'età media di circa 75 anni.

Tuttavia, non bisogna disperarsi, infatti, se il clero diocesano francese rischia quasi l'estinzione, gli istituti legati alla venerabile e antica liturgia romana continuano a crescere grazie al notevole afflusso di nuove vocazioni. La speranza è che vengano aperti ulteriori seminari che consentano a un maggior numero di ragazzi tradizionalisti di poter abbracciare il sacerdozio cattolico. Non è facile pronosticare quando avverrà il "sorpasso" tra ordinazioni moderne e quelle di rito antico, ma almeno in Francia sembra che sia ormai solo una questione di tempo.

lunedì 20 luglio 2015

Profanazione del tempio del Sacro Cuore di Tibidabo (Barcellona)

Riporto alcuni brani di un articolo del "Bollettino Salesiano" del giugno 1940, che racconta come avvenne la profanazione del tempio del Sacro Cuore di Tibidabo (nella foto a lato) avvenuta per mano dei rossi durante la guerra civile spagnola.


Più di una volta Cooperatori e Cooperatrici che seguono con affetto l'attività e lo sviluppo delle Opere Salesiane, ci hanno chiesto notizie sulla situazione delle nostre Case in Spagna. [...] Ringraziando il Signore, le notizie che ci giungono sono di giorno in giorno sempre più consolanti. Le rovine e i danni, specialmente nella regione che per quasi tre anni rimase in balìa dei rossi, furono purtroppo assai rilevanti. Oltre ai 110 Salesiani che caddero vittime dell'odio anticristiano delle orde marxiste, numerosi altri vuoti si produssero nelle file per diverse cause: sicchè l'Ispettoria di Barcellona vide diminuito il suo personale di 51 membri e quella di Madrid ne ha perso un'ottantina. Alcuni edifizi furono del tutto o in gran parte distrutti, e la maggior parte saccheggiati completamente di mobilio, di arredi, suppellettili ed oggetti di culto, materiale scolastico, macchinari, biblioteche, gabinetti scientifici, ecc. I locali rimasti vennero trovati in uno stato di abbandono e di sporcizia da scoraggiare chiunque non fosse sorretto da spirito di fede. Ma i Salesiani superstiti, riunitisi nelle varie Case non appena la gloriosa vittoria del Gen. Franco permise loro il ritorno alla vita di comunità, si misero subito all'opera di ricostruzione, fidando nell'aiuto di Dio, nella protezione di Maria SS. Ausiliatrice e di San Giovanni Bosco. Occorreva un grande spirito di sacrificio per decidersi ad abitare case di cui restavano, quando restavano, solo le pareti deturpate, senza mobili, senza vetri, porte sconquassate, sudice fino all'inverosimile. Però, dopo tutto quello che avevano sofferto durante la barbarie marxista, sembrava loro di essere tornati da morte a vita. Le nuove autorità e le popolazioni andarono a gara nel prestar loro concorso ed aiuto nella misura del possibile, con senso di riparazione dell'odio e dei maltrattamenti di cui sacerdoti e religiosi erano stati particolarmente oggetto.

[...]

Il tempio del Sacro Cuore al Tibidabo. - Abbiamo lasciato appositamente per ultima l'opera del Tempio Espiatorio Nazionale al Sacro Cuore di Gesù che erge la sua maestosa mole sul monte Tibidabo, dominando la città di Barcellona. Fu uno dei templi in cui si sfogò più satanicamente l'ira dei rossi; ma abbiamo già avuto prove solenni che il Cuore di Gesù vuole trionfarvi colla sua misericordia. La profanazione. - Raccogliamo la descrizione dello scempio dalla bocca di uno dei nostri che fu presente in quei tragici momenti.

«Era la mattina del 19 luglio 1936. Un orribile frastuono salendo, foriero di tempesta, dalla città sottostante, interruppe violentemente il riposo alle quattro del mattino. Era domenica e celebrammo tutte le messe solite. All'ultima delle ore 12 assistette uno scarso pubblico. Non si suonò l'organo: il crepitìo delle mitragliatrici e il rombo dei cannoni lo supplivano a sufficienza. Non ci fu predica: l'eloquenza degli eventi era più commovente per quei pochi fedeli che in compagnia del loro Maestro pregavano sul monte mentre i loro fratelli cadevano in lotta fratricida al piede. Quella Messa celebrata da un Salesiano che ben presto doveva essere martire, fu l'ultimo atto di culto pubblico. La Benedizione della sera e le Messe di lunedì e martedì si celebrarono a porte chiuse. Le chiese e i conventi della città si convertivano rapidamente in roghi, sto per dire in turiboli, giacchè allora rendevano a Dio il supremo atto di culto: l'olocausto. Il lunedì, alle 2 pomeridiane, arrivò in cima la prima automobile carica di miliziani rossi che ostentavano i loro titoli nobiliari, in lettere cubitali riprodotte su tutta la vettura: CNT - UGT - FAI, iniziali delle tre organizzazioni più sovversive. Fecero il giro del Tempio con sguardi minacciosi e se ne ritornarono indietro senza discendere dalla vettura. Dopo un'ora, ecco un'altra automobile colle stesse caratteristiche della prima e poi un'altra ed altre ancora. Tutte fecero un giro di osservazione fissando con sguardi di odio l'agognata preda, poi ritornarono alle loro basi, tutti colla stessa impressione, io penso: « Quella è una terribile fortezza; deve nascondere un'agguerrita guarnigione ».

Martedì mattina, ecco infatti tre grossi autocarri, carichi di uomini e di armi di ogni sorta, fucili, mitragliatrici, bombe... Chissà quale resistenza si attendevano dietro a quelle misteriose mura!  Giunti in piazza i miliziani scesero dagli autocarri e si disposero di fronte al tempio appostandosi dietro agli autocarri con le armi puntate. In mezzo al gruppo dietro ad una mitragliatrice stava il comandante, senz'altro distintivo che un elmo di acciaio. Così disposti all'assalto, attendevano che la guarnigione della « fortezza » aprisse il fuoco; ma, vedendo che questa non dava segno di vita e rassicurati da qualche vicino, che li trasse dal loro sgomento, assicurandoli che là dentro non c'erano nè soldati nè armi, si slanciarono all'assalto irrompendo una ventina di loro, i più coraggiosi, nella portineria coi fucili spianati in tutte le direzioni e domandando a due sacerdoti, che uscirono loro incontro, dove si trovavano i preti e le armi. Che gruppetto, per carità! Facevano pietà e causavano ripugnanza. Faccio a meno di descrivere le loro facce.

- Qui non ci sono armi; ci sono solo una quarantina di giovani coi loro maestri - fu loro risposto. - Vogliamo vederli; vogliamo perquisire la casa. E, così dicendo, si divisero in due gruppi: mentre uno percorreva tutta la casa, l'altro si precipitava nella sala di studio dove erano raccolti i « cardellini del Sacro Cuore ». Per prima cosa perquisirono i più grandicelli, che con le loro facce pacifiche e sorridenti, coi loro sguardi ingenui compierono il miracolo di ammansire quelle belve umane le quali, cambiando tono, incominciarono a dimostrare interesse per la loro sorte, domandando loro se avevano i genitori, che pensione pagavano, ecc. Uno di loro finì col fare una vera predica annunziando il trionfo della rivoluzione e, con questa, la rendenzione dei poveri, dei proletari... Intanto l'altro gruppo, dopo aver rovistato tutta la casa, si era radunato sulla terrazza sovrastante la cripta. Da quel magnifico balcone che s'innalza a seicento metri sopra la città contemplavano Barcellona, avvolta in una cortina di denso e nero fumo, proveniente da centinaia di chiese e conventi in fiamme, mentre dietro a loro l'immagine del Redentore proiettava la sua ombra sulla facciata del tempio. Quale contrasto! Dopo un breve scambio d'impressioni, decisero di rispettare quell'opera, prendendone possesso e collocando sulla porta principale una scritta che diceva: « Questo edificio è stato requisito dalla FAI: rispettatelo ». In calce misero il bollo del sindacato. Imposero ai superiori di non lasciar uscire nessun ragazzo; essi sarebbero venuti dopo a cercarli per mandarli a destinazione. Prese queste determinazioni scesero dalla montagna per tornare in città. Appena un'ora dopo, arrivò silenziosamente un'altra automobile; scesero altri miliziani e con tutta cautela strapparono la carta che era stata messa sulla porta, e se ne ripartirono orgogliosi del gesto compiuto. Cos'era successo ? Un gesto di anarchia, di quell'anarchia che impazzava in città. All'una del pomeriggio, nell'imminenza del pericolo, i « cardellini » del Sacro Cuore coi loro superiori cambiarono nido, accolti con amore da parecchi vicini che si disputarono l'onore di alloggiarli. Alle due arrivarono i primi sicari, colle rivoltelle in mano, ma rimasero delusi e contrariati nel trovare il nido vuoto. Il buon Gesù vegliava sui suoi. Penetrarono allora nella casa e distrussero quanto trovarono. Giunsero quindi nuovi gruppi che appiccarono fuoco ai pochi oggetti combustibili e si diedero al saccheggio. Dalla casa passarono al tempio dove speravano di trovare ricchi tesori d'incalcolabile valore. Gli oggetti di valore c'erano e ci sono; ma i poveretti offuscati dalla passione li pestavano e non se ne accorgevano, li avevano davanti agli occhi e non li vedevano: erano le lastre di marmo, le ardite colonne, i bei mosaici, i ricchi altari doppiamente preziosi perchè tutti innalzati a costo di sacrifici di anime amanti del Sacro Cuore. Essi sfogarono la loro rabbia distruggendo quanto potevano coi mezzi di cui disponevano. Passarono poi all'esterno e frantumarono le artistiche immagini sacre della facciata. Era il sabato 25 luglio e a Barcelona e nei dintorni non rimaneva più in piedi nessun edificio religioso. Il timore che loro mancasse il tempo, oppure la voglia feroce di far scomparire tutti quei simboli della fede radicata nel popolo, avevano comunicato loro un'attività fanatica. Ma, sulla cima del Tibidabo si ergeva ancora, più maestosa che mai, la colossale statua di bronzo del Sacro Cuore di Gesù. Aveva ancora le sue braccia aperte e i suoi occhi misericordiosi rivolti all'infelice città. Migliaia di anime rivolgevano ad essa i loro sguardi. Le une per supplicarlo, benedirlo, offrirgli atti di espiazione. Gli altri per maledirlo, oltraggiarlo, bestemmiarlo. Ed Egli gradiva gli omaggi dei primi, sentiva pietà e misericordia degli altri. I sicari, nonostante ripetuti tentativi, non riuscirono ad abbatterla. Parve che il divin Cuore volesse ritardare il suo sacrificio al giorno classico per la Spagna della festa dell'Apostolo San Giacomo. In quel giorno infatti con ogni sorta di attrezzi, con grosse corde e catene, con argani, con macchine; tirando a mezzo di potenti camions dalla piazza sottostante, i miliziani riuscirono finalmente verso sera ad abbattere la colossale statua di Cristo Re che rimase bocconi a terra, mentre numerosi satelliti e agenti dei corifei della rivoluzione danzavano attorno celebrando l'avvenimento con beffarde risate e bestemmie infernali. Si ripeteva l'Ave Rex Judaeorum di 19 secoli or sono. 

La riparazione. - L'orrenda profanazione era compiuta; ma al tramonto di quel giorno tristissimo doveva seguire l'aurora gloriosa di una nuova Spagna rinnovellata in Cristo. Per quasi tre anni le tenebre dell'odio e della barbarie offuscarono le regioni schiave del giogo marxista. Finalmente però le armi cristiane ebbero il sopravvento: tutta la Spagna e particolarmente Barcellona si prostrò con ansia di riparazione e sete di amore davanti all'altare espiatorio che gli spagnuoli stanno erigendo sulla cima del Tibidabo al Sacro Cuore di Gesù. [...]

domenica 19 luglio 2015

A Genova solo Comunione in ginocchio ai tempi del Cardinale Siri

Gli altari versus populum abbiano sempre, anche nel tempo in cui non si svolgono le azioni liturgiche i candelieri (non meno di due, o quattro, meglio sei) [...] Sono infatti i candelieri che distinguono l’altare cattolico dall’altare acattolico e ciò è della massima importanza. [...] Si consiglia, anche se la legge permette una maggiore libertà, di mantenere l’uso del Crocifisso sull’altare nella parte mediana in modo che il Celebrante e il popolo abbiano sempre visivamente ricordato che su quell’altare si celebra la rinnovazione dello stesso Sacrificio della Croce. [...] Tra i due modi consentiti dalla legge generale per accostarsi alla santa Comunione, quello più consentaneo alla mentalità delle nostre popolazioni, è quello di porsi in ginocchio. Si prescrive pertanto di distribuire la santa Comunione al fedele inginocchiato. Non è ammessa nella Archidiocesi la Comunione in piedi. Qualora si presentassero fedeli, abituati ad altro cerimoniale si invitano garbatamente, ma fermamente a uniformarsi alle disposizioni diocesane.

[Citazioni tratte dal “Decreto sul culto all’Eucaristia e degli altari” emanato dal Cardinale Giuseppe Siri l'8 dicembre 1974].

sabato 18 luglio 2015

La “quinta colonna” del Movimento Tradizionale

Era in corso la guerra civile spagnola. Il Generale Emilio Mola Vidal, comandante delle truppe nazionali dell'armata del nord, stava per sferrare un attacco su Madrid per liberarla dalla sanguinaria tirannide rossa. I giornalisti stranieri gli domandarono con quale delle sue quattro colonne avrebbe conquistato la capitale della Spagna. Il Generale Mola rispose: “la quinta colonna”, riferendosi ai gruppi anticomunisti presenti in città.

Ho l'impressione che una cosa del genere stia avvenendo anche nella lotta contro il neomodernismo. Infatti ho scoperto che all'interno delle “roccaforti” moderniste sono presenti dei militanti del movimento tradizionale. Si tratta di elementi in prevalenza giovani, che simpatizzano per la liturgia tradizionale, ma che al momento non possono esternare le proprie legittime aspirazioni onde evitare di essere epurati. Verrà il giorno in cui la quinta colonna uscirà allo scoperto, e i moderni seguaci dell'eretico teologo Alfred Loisy verranno accerchiati da un formidabile attacco a tenaglia che li costringerà alla resa incondizionata. :-) Altro che “onore delle armi”! Ai modernisti, traditori della Tradizione Cattolica, bisognerà imporre una bella penitenza espiatrice: gettare al macero tutti i loro libri nei quali affermano la dottrina dell'evoluzione del dogma e le altre eresie condannate dal Magistero della Chiesa.

venerdì 17 luglio 2015

Guardare l'esempio dei preti santi

Una gentile signora ha notato che molta gente si allontana dalla pratica religiosa con la scusa che tra i cattolici ci sono persone poco coerenti col Vangelo.


Carissimo D., […] sento tante persone che sono disgustate dal  comportamento di tale persona o talaltra, e per questo motivo non vogliono più andare in chiesa. Ebbene, io a queste persone dico sempre: “Lasciate stare di guardare solo alle cose sbagliate, perché se pensate che la Chiesa e i suoi fedeli e i ministri siano delle persone perfette siete fuori strada. Siamo tutti peccatori, o no? Allora guardate al Tesoro della Chiesa, guardate a Gesù che è morto per noi per aprirci le porte del paradiso, guardate al Cielo e non alla terra. Guardate agli insegnamenti santi che la Chiesa da millenni ci ha dato, abbiamo nostro Signore nel Tabernacolo, Maria Santissima, i Santi nostri protettori, abbiamo le care anime del purgatorio da far uscire di lì. Siamo o non siamo Cattolici e pertanto uniti indissolubilmente a Nostro Signore? E allora, dobbiamo avere un po’ più di fede. Nostro Signore ci ha detto che se la nostra fede fosse grande come un granellino di senape, sposteremmo le montagne.  Se abbiamo fede, e chiediamo a Dio che le cose migliorino nella Chiesa, pensate che Dio non  ascolterà?”

Caro D., è da tanto tempo che non ci sentiamo, come stai, spero in buona salute sia spirituale che fisica. Se ti va, aggiungi anche il mio pensiero in merito ai siti un po’ esagerati. Tanti cari saluti a te e alla tua famiglia. Sempre uniti nel cuore dell'Immacolata,
(lettera firmata)


Cara sorella in Cristo, 
                            sono contento che frequenti ancora i miei blog. Io sto bene, grazie per l'interessamento!  :-)

Anche a me è capitato di avere delle discussioni con persone che criticavano la Chiesa Cattolica. In genere cerco di evitare queste discussioni perché è difficile riuscire a convincere gli altri (certa gente nega persino l'evidenza dei fatti), ma in certi casi è necessario fare una testimonianza schietta ed aperta della propria Fede. Per esempio io non vado a parlare di Dio con gente che deride la Religione e pensa che l'universo si è creato da solo per puro caso (ma come fa una cosa a crearsi da sola dal nulla? È assurdo!), però se mi chiedono se credo in Dio, ovviamente non posso rinnegare la Fede (sarebbe un tradimento), quindi rispondo con schiettezza di sì, senza vergognarmi di essere un seguace di Cristo.

Alcuni criticano la Religione a causa del cattivo comportamento di certi preti. Ma la Chiesa siamo tutti noi, non solo i sacerdoti. La Chiesa Cattolica è il Corpo Mistico di Cristo: Cristo è il capo, noi fedeli siamo le membra del corpo. Insieme a Cristo formiamo un solo corpo. È vero che ci sono dei preti che si comportano male, ma noi non crediamo in Dio per far piacere ai sacerdoti, crediamo alla Fede cattolica per far piacere a Dio, fine ultimo della nostra esistenza.

Anche ai tempi di San Francesco c'erano degli ecclesiastici che si comportavano male, ma il Poverello di Assisi non si staccò dalla Chiesa Cattolica per fondare un'altra Chiesa, ma le rimase fedele sino alla morte. La stessa cosa fecero tutti gli altri santi. Non bisogna seguire l'esempio degli ecclesiastici che si comportano male, ma quello dei sacerdoti santi come Don Bosco, Don Orione, il Curato d'Ars, San Pio X, San Francesco di Sales, e tanti altri eroi della Fede.

Insomma, gli anticlericali invece di guardare sempre agli scandali che commettono certi cattolici, dovrebbero ammirare i luminosi esempi degli innumerevoli santi che hanno militato nella Chiesa Cattolica. Ma ai “senza Dio” non “conviene” guardare ai santi, altrimenti dovrebbero ammettere di essere in errore e conseguentemente dovrebbero convertirsi, abbandonando la vita peccaminosa che conducono. Molte persone preferiscono perdere Dio anziché abbandonare i vizi. Ma Dio è il bene più grande che abbiamo, se perdiamo Lui perdiamo tutto. Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l'anima sua?

Ti saluto cordialmente in Gesù e Maria,

Cordialiter

giovedì 16 luglio 2015

Dio gradisce le preghiere per i preti

Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli (1902-1989)

Santa Teresa del Bambino Gesù scrive nella Storia di un'anima: « Non sapevo convincermi del bisogno che hanno i Sacerdoti della mia preghiera. Sono essi che devono pregare per me. Ma quando andai a Roma e lungo il viaggio ebbi occasione di avvicinare molti Sacerdoti, allora mi convinsi che hanno bisogno della preghiera altrui. Ne incontrai dei fervorosi e zelanti, ma anche di quelli un po' rilassati nello spirito. Da quel tempo in poi ho messo la mia vita a vantaggio dei Sacerdoti: pregare per loro, sacrificarmi per loro. Anche dal Cielo vorrò continuare questa nobile missione ».

Imparino anche gli altri fedeli a pregare ogni giorno per i Sacerdoti. Le anime pie scelgano un giorno alla settimana, ad esempio il giovedì, ed offrano le loro opere di bene a Dio per il vantaggio spirituale dei Sacri Ministri. Oh, come sono care a Dio tali anime e quante grazie possono ottenere! Riporto qualche episodio personale. 

Un triduo.

Nel 1934 ero a Trapani. Fui chiamato ad assistere una moribonda e vi accorsi frettolosamente.
La camera era piena di parenti. L'inferma, appena mi vide, mi disse con molta fede: Padre, aiutatemi a salvare l'anima mia!... Per me è ormai finita!... Voglio confessarmi, ricevere il Santo Viatico e l'Olio Santo e poi... venga la morte!
- Signora, ma siete così grave?
- Sono in uno stato gravissimo; lo sento. Da poco tempo sono stata operata; ora dovranno operarmi di peritonite acuta. Sento che le forze vengono meno. Prima di andare sotto i ferri, pensiamo all'anima. -
Intanto là vicino scorsi un uomo, in lacrime.
- Fatevi coraggio! Voi siete il marito dell'ammalata?
- Sì, Padre! Non abbiamo figli. Morta mia moglie, resterò solo al mondo.
- Poiché il caso e grave, rivolgiamoci a Dio con la preghiera. Raccomando di fare un triduo di preghiere.
- Suggeriteci voi che cosa fare.
- Dovete dire ogni giorno un Rosario per tutti i Preti di Trapani e, siccome il Signore gradisce assai la preghiera per i suoi Sacerdoti, speriamo che venga la grazia della guarigione. -
Il mio suggerimento fu subito attuato. Tutti quelli che erano presenti cominciarono a pregare. Dopo qualche ora vennero quattro medici. Fatta la visita all'inferma, dissero: L'operazione non è urgente. Aspettiamo. -
L'indomani si rinnovò la visita. Conclusione: L'ammalata è fuori pericolo. - Il terzo giorno i medici assicurarono che il male andava scomparendo. La guarigione si ottenne.
Quando la signora mi rivide, piegò le ginocchia davanti a me: Reverendo, sono viva per miracolo!
- Signora, non umiliatemi; in questa faccenda ho poca parte. È il Signore, che ha accettata la preghiera per i Preti di Trapani e vi ha salvata! -
In ringraziamento la pia signora volle solennizzare una giornata nella Parrocchia di Maria Ausiliatrice, presente lei ed i parenti.

Lacrime paterne.

Nel 1945 ero a Modica.
Venne a trovarmi un buon padre di famiglia. Mentre parlava, piangeva.
- Che Iddio faccia morire prima me... e no mia figlia! Povera figlia mia... morire a diciannove anni!
- I medici che cosa ne pensano?
- La curano in tutti i modi, ma la figlia non migliora, anzi perde terreno ogni giorno di più!
- Essendo questa la situazione, non resta che implorare la misericordia di Dio. Volete conoscere uno dei segreti più potenti per ottenere grazie dal Signore? Pregare per i Preti! Voi dovete recitare ogni giorno un Rosario per i Sacerdoti di Modica. Pregare con fede. Non è difficile che Iddio vi consoli presto. -
Come si allontanò rasserenato il bravo uomo! La sola speranza della guarigione della figliuola, gli ridiede il sorriso.
Non trascorse un mese ed il padre di famiglia ritornò.
- Reverendo, non ho parole per ringraziare Dio! Ho pregato per i Preti della città; la figliuola è già guarita perfettamente. Non si riconosce più! Vedesse come si è rimessa! È aumentata molto anche di peso... Ho già fatto un voto, da mantenere per tutta la mia vita: Reciterò ogni giorno un Rosario per i Sacerdoti! -
Oggi la guarita e un'ottima madre di famiglia, dimorante a Rosolini (Siracusa).

Antonio...

Nel 1947 ero a Palermo, presso l'Orfanotrofio maschile, in Piazza Santa Chiara. Una sera ero andato nell'infermeria dell'Ospizio, per completare, nel silenzio, dei lavori di tavolino. In fondo alla camera giaceva un orfanello sui quattordici anni; sua madre lo assisteva. L'infermo da cinque giorni non parlava, non si nutriva ed era nell'incoscienza; la febbre, oltre i quaranta gradi, lo consumava. I superiori erano in grande apprensione, perché il caso era veramente grave. La vista di quella donna, che contemplava il figlio in quelle tristi condizioni, mi richiamò il pensiero della mamma mia: E se fossi io quell'infermo ... e se quella donna fosse mia madre . . . oh, che strazio!
Mi avvicinai alla signora per confortarla.
- Abbiate fede in Dio! Speriamo che il vostro Antonio guarisca presto.
- No, Padre, che guarisca presto! ... Che non muoia! ... Io sono una povera vedova; questo figlio è il mio più grande tesoro! Come dovrò fare se morrà? -
Rivolsi la parola al giovanetto, alzando la voce al suo orecchio. Non dava segno di udire.
- Signora, suggerisco a voi quello che ho suggerito ad altri in simili casi: Pregare per i Preti di Palermo, recitando ogni giorno per loro un Rosario. Cominciate una novena e mettetevi, se è il caso, in grazia di Dio.
- Se faccio così, mio figlio non morrà?
- È probabile! So che Iddio facilmente accetta la preghiera per i suoi Ministri.
Quanta gioia infusero le mie parole in quel cuore materno sanguinante! La donna cominciò a pregare. L'indomani mattina alle ore nove spariva la febbre, completamente, Antonio cominciava a parlare ed ebbe la forza anche di alzarsi subito da letto e scendere al pianterreno dell'Ospizio. È da immaginare la gioia di questa madre! Quando mi presentò il figlio, tranquillo e sorridente, mi disse: Reverendo, e questo è mio figlio! Si può riconoscere per quello che era?
- Avete saputo pregare! Continuate a pregare per i Preti! -


(Brano tratto da “Abbasso i preti”, di Don Giuseppe Tomaselli)